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Lula scommette sulla Cina – Paolo Manzo

La scommessa di Lula sulla Cina: più fabbriche e meno dollari USA.

Tra tre settimane, Lula sbarca a Pechino per rafforzare i legami economici. Il South China Morning Post (giornale di Honk Kong) ha intervistato analisti legati al regime cinese sulle prospettive di progresso di un accordo con il Mercosur, che sia Lula che Xi Jinping difendono. In sintesi, anche un “Accordo di libero scambio tra Cina e Sud America” avrà un “chiaro impatto”, ma potrebbe irritare gli Stati Uniti e accentuare la concorrenza tra Pechino e Washington”. Il giornale osserva che, l’anno scorso, “gli Stati Uniti hanno lanciato la partnership delle Americhe, per i legami commerciali, quando Lula aveva lanciato l’idea dell’accordo di libero scambio Cina-Mercosur.”

Un altro focus sono i nuovi accordi bilaterali in yuan e non più in dollari, con l’annuncio da parte della Banca centrale cinese della firma di “un memorandum d’intesa sulla creazione di accordi di compensazione” con la banca centrale brasiliana. “Stabilire tali accordi per lo yuan sarebbe vantaggioso per le transazioni e promuoverebbe ulteriormente il commercio bilaterale e gli investimenti”, ha affermato la Banca centrale di Pechino. Global Times (organo del regime cinese) ha dato il benvenuto alla proposta di Brasile, Argentina e Venezuela di una valuta commerciale comune, sempre per bypassare il dollaro mentre prosegue la trattativa del produttore cinese di auto elettriche BYD, il più grande concorrente di Tesla, per rilevare lo stabilimento Ford di Bahia.

I media cinesi sottolineano il “memorandum of understanding” tra il governo Lula e BYD, siglato lo scorso novembre, pochi giorni dopo la vittoria di stretta misura della sinistra in Brasile. Elon Musk l’anno scorso, dopo un incontro con Bolsonaro, aveva paventato l’apertura di una fabbrica in Brasile ma, dopo questo memorandum, alla fine ha scelto di investire 5 miliardi di dollari in Messico per aprire la prima mega fabbrica di tesla in America latina.

Cuba e Canada rafforzano i loro “legami economici”.

Secondo il quotidiano di regime Granma, Ottawa “ha espresso interesse a conoscere le nuove forme di gestione aziendale e ha espresso la volontà di espandere i legami economici con l’Avana”. Le delegazioni di Cuba e Canada si sono incontrate ieri, un meeting fortemente voluto dal primo ministro canadese Justin Trudeau. Il Canada è il primo fornitore di turisti sull’isola caraibica: solo nel 2022, più di mezzo milione di canadesi hanno portato soldi freschi al regime di Cuba, che gestisce tutte le infrastrutture turistiche.

Cuba cerca la rielezione nel Consiglio per i diritti umani dell’Onu.

Il ministro degli Esteri della dittatura Bruno Rodríguez ha presentato la ricandidatura in un discorso all’ONU in cui ha parlato di “disuguaglianze, povertà e fame” che prevalgono nel mondo e si è lamentato delle politiche di Washington contro l’Avana. Rodríguez ha affermato che, come membro fondatore di quell’organismo delle Nazioni Unite, L’Avana “difende il dialogo rispettoso e costruttivo e la cooperazione internazionale, e sostiene il pieno esercizio e rispetto dei principi di universalità, indivisibilità, obiettività e non selettività nel trattamento dell’argomento dei diritti umani’.

Nel suo discorso, il ministro ha accusato il governo degli Stati Uniti e l’embargo di tutti i mali che soffrono i cubani. Il ruolo di Cuba nel Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, che ha integrato quattro volte, è stato messo in discussione da specialisti internazionali, come gli argentini Brian Schapira e Roxana Perel, che hanno sottolineato in un’inchiesta che “la complicità e l’allineamento” dell’Avana ” è sempre stata costante con i più diversi regimi autocratici in tutte le regioni del mondo.” Nei 12 anni in cui il governo di Cuba ha fatto parte dell’organizzazione, si è schierato in più di 74 occasioni contro l’approvazione di risoluzioni che difendono i diritti umani. L’anno scorso, in seguito all’espulsione della Russia dal Consiglio dei diritti umani in aprile, organizzazioni internazionali come UN Watch hanno chiesto che la stessa misura fosse presa con i governi di Cuba, Cina, Eritrea, Libia, Mauritania e Venezuela.

Le suore trappiste lasciano il Nicaragua.

Si tratta del secondo gruppo di missionarie che lascia il Paese in meno di un anno. Dopo le 18 suore di Madre Teresa anche una dozzina di suore trappiste hanno lasciato il Nicaragua e continueranno la loro missione pastorale a Panama. La decisione è stata resa nota una settimana dopo che il dittatore del Nicaragua, il sandinista Daniel Ortega, ha definito “mafiosi” preti, vescovi, cardinali e papa Francesco. Le suore trappiste appartengono all’Ordine monastico cattolico OCSO, dal nome latino (Ordo Cisterciensis Strictioris Observantiae) e vivevano nel monastero di Santa Maria de la Paz, nel municipio di San Pedro de Lóvago, nel Nicaragua centrale. Erano arrivate in Nicaragua il 20 gennaio 2001.

Paolo Manzo, 2 marzo 2023


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