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Le Ong disobbediscono a Meloni. Qui c'è puzza di calata di brache – Max Del Papa

Ci sono luoghi comuni che, essendo comunisti, diventano intoccabili in quanto imposti dall’ipocrisia globale alimentata dalla comunicazione organizzata. Uno di questi è che “le Ong salvano la gente”. Niente di meno vero. Le Ong salvano, nella migliore delle ipotesi, loro stesse, nella peggiore servono ad alimentare corruttele e rapporti di potere, come emerge ogni giorno di più dal losco giro della sinistra mediterranea nell’Unione Europea.

Le Ong non fanno neppure politica in senso stretto. Fanno attivismo extrapolitico, così come un tempo si diceva extraparlamentare: puntano a destabilizzare i governi sgraditi, ad attuare forme di provocazione, come quella della celeberrima Carola Rackete, a spingere a passi falsi i ministri considerati infami. Le loro parole d’ordine sono retoriche, sono strumentali: restare umani, la missione, salvare “le vite delle persone umane”. Laddove i salvataggi avvengono secondo procedure come minimo sospette, in sinergia con pescatori più falsi che autentici, sempre dritti lungo la rotta di questi taxi liquidi, agevolando, di fatto, l’immonda tratta di disperati o di fiduciosi che vogliono, vengono convinti a spingersi verso mete dipinte come l’Eldorado; su tutte l’Italia, dove poi restano in massa in barba ai continui trattati europei, continui quanto illusori.

Tutto questo il governo “delle destre” lo sa fin troppo bene, ma non ha la forza di reagire a dovere: ha emanato un codice di comportamento, molto burocratico, molto arzigogolato, che servirà a niente e anche questo chi lo ha concepito lo sa bene. Ha tolto la configurazione penale a certi comportamenti delle Ong, saggiamente, conoscendo la magistratura con cui si trova ad avere a che fare, e ha spostato tutto sul versante amministrativo in modo da poter emanare sanzioni, multe e sequestri; ma subito le intoccabili Ong hanno risposto che se ne fregano, a comandare sono loro e hanno subito moltiplicato le azioni di guerriglia marinara.

In estrema sintesi, questo codice di condotta (e già suona come una supplica più che un invito, fermo, definitivo, a darsi una regolata) prevede la fine dei trasbordi da carretta a nave più capiente, in modo da ricominciare da capo e ancora e ancora; il blocco dei soccorsi multipli, se non espressamente richiesti dalle autorità della zona Sar; l’obbligo di chiedere il porto di sbarco all’Italia preventivo, vale a dire prima dell’azione iniziale di soccorso; la possibilità per i migranti di chiedere asilo già sulle navi straniere invece che nel paese di primo approdo; tali Ong sarebbero tenute a chiedere “nell’immediatezza dell’evento l’assegnazione del porto di sbarco”, da “raggiungere senza ritardo per il completamento dell’intervento di soccorso”. In caso di inadempienza, le sanzioni prevedono multe da 10 a 50mila euro, sia per il comandante che per l’armatore, oltre a varie ipotesi di confisca del natante, con decisione finale assegnata al prefetto. L’intento, evidente, è quello di salvare la capra dell’umanità coi cavoli di un minimo d’ordine; il risultato sa abbastanza di calata di braghe.

Per approfondire

Subito tutte le formazioni interessate hanno reagito parlando di disumanità, di regole inattuabili, a tuonare più forte è Emergency, che in questo giro è la griffe regina. Comunque tutte, ad una sola voce, hanno risposto che di attenersi al codice non se lo sognano proprio. Sostenuti da alcuni giuristi di servizio, dal cosiddetto mondo cattolico, che su queste faccende giostra fra esaltazione e opportunismo, visto che è coinvolto – e ci guadagna – pesantemente, e, naturalmente, dal sistema mediatico amico, che è tale al 99%. Risultato: puntualmente, “gli sbarchi non si fermano”: altri 500 a Lampedusa, sommati ai 700 appena giunti, eccetera.

L’altroieri la Geo Barents, prima a guadagnare una costa italiana dal varo del decreto, ha scaricato altri 85 “salvati” a Taranto, operando plurime violazioni all’immaginifico codice: ed è già una risposta inequivocabile. Tanto non rischiano niente, la scappatoia in questo caso è che il decreto è entrato quando i migranti erano già a bordo e non può essere retroattivo. Per i prossimi, ci s’inventerà dell’altro. Mentre MsF ammette, anzi rivendica, di impiparsene: “Nessuna richiesta di asilo firmata a bordo, sulla nave non si fanno richieste scritte. I profughi decideranno loro, dopo, se e cosa fare”. Cioè comandiamo sempre noi e le regole le facciamo noi.

Non deve stupire. Le ragioni sono semplici e sono chiare. Una: non basta un governo di destra all’italiana a intimidire realtà antagoniste affiliate alle sinistre che possono pure perdere, e rovinosamente, le elezioni ma restano egemoni nei gangli di potere, sulla terraferma così come in mare; due, girano troppi soldi e girano sulla pelle di quelli che si millanta di salvare: se cessa la tratta, centinaia di Ong con dentro migliaia di avventurieri restano del tutto privi di sovvenzioni. Nel bel libro di Francesca Ronchin, “IpocriSea”, oltre a ricostruire con puntiglio le molte ombre che avvolgono queste spregiudicate aziende di fatto, si racconta di parecchi incontri con personaggi animati dalla sola pulsione esistenziale, da un vitalismo narcisistico che li porta a preferire vite non convenzionali col pretesto del solidarismo. Gente che, ancorata a terra, vincolata da regole comuni, non saprebbe combinare niente: può stupire che questi rifuggano codici e procedure come i vampiri con l’aglio? Poi, se va bene si può sempre brindare a champagne, come l’ex tuta bianca Casarini, che un bel giorno, stanco di vegetare come partita IVA in quel di Palermo, ha mollato gli ormeggi e si è messo a capo di una di queste bagnarONG.

Per approfondire

Il timore, adesso, è che le cose finiscano di andare bene. Ma è un timore più recitato che reale e questo il governo in carica non l’ha inteso a dovere. Perché se ti imbarchi in una razionalizzazione di un settore così opaco, così al confine con l’illegalità, o lo fai sul serio o è meglio lasciare perdere: le operazioni di facciata, i codici alla panna serviranno solo a registrare una clamorosa dèbacle. E questo sembra per l’appunto il tratto di questo esecutivo, sempre timoroso di adottare scelte drastiche che lo metterebbero in urto con le superburocrazie continentali e con certi meandri del potere vero in patria. C’è chi dice: sono su da appena due mesi, diamogli tempo. Può darsi, ma se il buongiorno si vede dal mattino…

Al momento, la strategia delle Ong pare evidente: moltiplicare le forme di disobbedienza, sia per dimostrare al governo la sua debolezza, sia per intasare, in prospettiva, prefetture e uffici vari che, travolti da violazioni massicce, non potranno che rinunciare a sanzionarle. Con il che si confermerà la vocazione nazionale al gattopardismo e all’impotenza. Ma se questo può essere comprensibile in riferimento all’intricata rete di poteri sommersi che paralizzano qualsiasi governo, alle prese con un nugolo di Ong diventa meno comprensibile almeno dal cittadino comune: che di conoscenze ne ha poche, di esperienza di cose di potere ancora meno, che magari tira via e banalizza, però una cosa l’ha colta perfettamente: queste sono il contraltare piratesco dei cosiddetti attivisti climatici: gente che può fare quello che vuole, che fa quello che fa, con arroganza esemplare, confidando in una sostanziale impunità che non le viene solo dalla magistratura comprensiva, o complice, ma pure dal potere politico e amministrativo più o meno distratto, più o meno irresoluto. Che crede di cavarsela coi proclami, i codici supplichevoli, l’appello al senso di responsabilità. Ma può mai funzionare con irresponsabili per vocazione e per mestiere?

Max Del Papa, 5 gennaio 2023

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