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Schlein, Bonaccini, De Micheli: i candidati alla segreteria del Partito democratico vengono tutti dalla regione rossa. Ma la geografia del potere nel Pci era un’altra

Con il ritiro del pesarese Matteo Ricci e in attesa che il triestino Gianni Cuperlo sciolga la riserva, si può dire che i tre candidati rimasti in corsa per la segreteria del Partito democratico – Stefano Bonaccini, Paola De Micheli, Elly Schlein – abbiano ben poco in comune. Non l’età (le rispettive date di nascita coprono un arco di circa vent’anni), non l’ambiente sociale di provenienza (dal proletariato di provincia del figlio di un camionista e di un’operaia alla borghesia cosmopolita di una giovane donna con tripla cittadinanza: italiana, svizzera e americana), non il curriculum, non il genere e fino a poco fa nemmeno il fatto di essere iscritti allo stesso partito (Schlein ha preso la tessera solo adesso, per potersi candidare). 

  

L’unica caratteristica che accomuna gli attuali candidati alla segreteria del Pd è che vengono dall’Emilia Romagna. In due casi su tre, Bonaccini e Schlein, addirittura dalla stessa giunta regionale, quella presieduta da Bonaccini, di cui Schlein era vicepresidente fino a poco fa, prima di essere eletta alla Camera. E l’Emilia Romagna, per la sinistra italiana, non è un posto qualsiasi. E’ stata la culla del socialismo (a Rimini, nel 1881, Andrea Costa fondava il Partito socialista rivoluzionario di Romagna, che nel 1893 sarebbe confluito nel Psi), ma è stata anche la culla del fascismo, ed è stata soprattutto, sin dalla nascita della Repubblica, la fortezza più inespugnabile del Pci, la trincea in cui era sempre possibile ripiegare, la regione rossa per eccellenza. Perché rossa, l’Emilia, lo è praticamente da sempre. “Ceti medi ed Emilia rossa”, per dire, era il titolo di uno dei più famosi e più citati discorsi di Palmiro Togliatti, tenuto al teatro municipale di Reggio Emilia il 24 settembre 1946. Eppure, per un momento, sembrò che la sinistra fosse destinata a capitolare anche lì.   

 

Soltanto cinque anni fa, all’indomani delle politiche del 2018, l’Istituto Cattaneo aveva decretato la fine delle “regioni rosse”. Dopo avere ricordato di essere stato il primo, nel 1968, a “identificare alcune aree ‘geo-politiche’ caratterizzate da alta omogeneità elettorale e una certa prevedibilità nel comportamento di voto”, aveva scritto infatti a due giorni dal risultato: “Come mostra la fotografia elettorale del voto del 4 marzo 2018, nelle quattro regioni un tempo colorate politicamente di ‘rosso’ dal 1948 al 2018, l’area dei partiti di centro-sinistra ha perso quasi 30 punti percentuali, passando dal 59,2 per cento dei voti del 1968 all’attuale 30,1 per cento. Il predominio elettorale dei partiti di sinistra e centro-sinistra si è quindi concluso e il mercato elettorale si è aperto a nuove proposte politiche”.

Per un momento, sembrò che la sinistra fosse destinata a capitolare anche lì. E’ allora che Bonaccini inforca i suoi nuovi occhiali. E rivince

 

E’ sull’onda di questo tipo di analisi, ampiamente riprese da politici e commentatori nei giorni seguenti, che si era infine fatta strada l’idea, anche a sinistra, che l’impensabile fosse diventato possibile, che la destra guidata da Matteo Salvini potesse espugnare persino la rossa Emilia, alle successive elezioni regionali. Dopo il minimo storico raggiunto dal Pd alle politiche del 2018, dopo il balzo della Lega verso uno stratosferico 34 per cento alle europee del 2019, il voto fissato per il 26 gennaio 2020 era atteso da larga parte dei democratici come il guerriero sconfitto attende il colpo di grazia. E il presidente uscente in cerca di riconferma, con i suoi occhiali squadrati, il suo viso rotondo e l’aria paciosa del tipico militante emiliano-romagnolo, sembrava destinato a passare alla storia come il Romolo Augustolo del decadente impero post-comunista.

 

Non per niente, la sua improvvisa trasformazione fisico-estetica risale a quella campagna elettorale. In fondo, la vestizione del protagonista, a segnare il momento in cui l’eroe, isolato e braccato da ogni parte, decide infine di non fuggire più, di riprendere le armi e prepararsi alla battaglia contro i nemici, è un passaggio tipico di tutti i film del genere. Per chi è stato bambino negli anni Ottanta, è il momento in cui Sylvester Stallone, in “Rambo II, la vendetta”, affila il pugnale, allaccia gli anfibi, riempie i caricatori del fucile e infila le frecce esplosive nella faretra. E’ il momento in cui Arnold Schwarzenegger, in “Commando”, dopo avere infoderato pistole, pugnali e bombe a mano, imbracciato il mitragliatore e persino un lanciarazzi a tracolla, si traccia lunghe strisce di grasso nero sul viso. E’ il momento in cui Stefano Bonaccini, dopo aver deciso di farsi crescere la barba, sbottona la camicia sul collo e inforca per la prima volta i suoi nuovi occhiali a goccia. E rivince.

 

Contrariamente alle previsioni di molti, infatti, in quella fine di gennaio 2020 che si sarebbe presto rivelata come la vigilia di ben più terribili calamità, l’Emilia Romagna non è caduta. L’ultima fortezza ha tenuto. Isolata, minacciata, accerchiata da ogni lato dalla marea populista, la sinistra italiana resiste asserragliata nelle sue pianure, come i principi delle Asturie resistettero sulle loro montagne all’invasione islamica. E proprio da qui, oggi, gli sparsi resti di quello che fu il più potente esercito di ministri, sottosegretari, sindaci e assessori del mondo sognano di lanciare la loro Reconquista, liberando le terre occupate dal nemico, per riprendersi infine Palazzo Chigi.

Ironia del destino: i dirigenti emiliani non hanno sempre goduto di buona fama tra i compagni. Si prediligevano le terre dell’antico regno sabaudo

  

C’è in questa situazione anche una certa ironia del destino, perché i dirigenti emiliani, cui ora i democratici di ogni corrente, fede e confessione sembrano affidare le loro ultime speranze, non hanno sempre goduto di una fama particolarmente lusinghiera, tra i loro compagni. Nel Partito comunista, dal sardo Antonio Gramsci al piemontese Achille Occhetto, nessun segretario è mai venuto da lì. Si prediligevano invece proprio le terre dell’antico regno di Sardegna: oltre ai già citati Gramsci e Occhetto, i piemontesi Palmiro Togliatti e Luigi Longo, il sardo Enrico Berlinguer e il ligure Alessandro Natta. E anche dopo, nel Pds e nei Ds, si sarebbero succeduti al vertice i romani Massimo D’Alema e Walter Veltroni, un altro piemontese come Piero Fassino, ma nessun emiliano. Fino alla nascita del Pd e all’arrivo di Pier Luigi Bersani (preceduto peraltro dalla breve reggenza del ferrarese Dario Franceschini).

Si sconsigliava di mettere alla guida di un grande partito nazionale chi fosse cresciuto in zone dove per vincere, in pratica, non bisognava fare niente

 

Sulle ragioni di tale esclusione, che a lungo non riguardò soltanto il ruolo di segretario, si sono elaborate diverse teorie. Una delle più convincenti paragona la sorte dei dirigenti emiliani nel Partito comunista a quella dei veneti nella Democrazia cristiana. In breve, la saggezza dell’epoca sconsigliava di mettere alla guida di un grande partito nazionale chi fosse cresciuto proprio in quelle zone dove l’organizzazione era da sempre più forte e radicata; dove per vincere, in pratica, non bisognava fare niente; dove bastava, come si suol dire, un “bravo amministratore”. Ecco, sin dai tempi del Pci, a sinistra, era diffusa la convinzione che gli emiliani fossero “dei bravi amministratori”, per non dire “dei bravi compagni”.

Il che poi però – bisogna dire anche questo – non impediva a ciascuno di quei dirigenti piemontesi, liguri o romani, quando avevano bisogno di esibire le prove della competenza e dell’affidabilità del proprio partito, in Italia come all’estero, dai microfoni di Tribuna politica come dinanzi al presidente americano Bill Clinton in visita, di ricorrere sempre a loro, a quei bravi amministratori e ai loro risultati concreti, alla qualità degli ospedali, alla qualità degli asili, alla qualità della vita in Emilia Romagna. Quando dalle fumisterie ideologiche e dalle grandi visioni strategiche bisognava scendere sul concreto, bisognava dare qualche dimostrazione tangibile, bisognava convincere un uditorio scettico e diffidente, l’asso da calare sul tavolo era sempre quello. E’ vero, certo, non siamo mai stati sperimentati alla guida del governo – dicevano i dirigenti comunisti – ma non è affatto vero che non abbiamo mai governato. Volete le nostre credenziali? Guardate come vanno le cose nelle regioni dove governiamo da anni. Li avete visti gli ospedali, li avete visti gli asili dell’Emilia Romagna?

Quando però si trattava di ruoli nazionali, della grande politica, cioè della politica che si fa a Roma, l’opinione diffusa nel gruppo dirigente era che non fosse cosa per i bravi compagni emiliani. Come sempre in questi casi, ai ragionamenti più raffinati si mescolavano a volte il pregiudizio, lo snobismo, l’ostilità preconcetta, persino una punta di razzismo. Tra le analisi più cattive della non-vittoria bersaniana del 2013 rimarrà negli annali quella di un dirigente romano: “Che ti volevi aspettare da gente convinta che il lambrusco sia un vino?”. Del resto, pochi mesi fa, ha colpito molti il fatto che nel famoso audio in cui Silvio Berlusconi parlava dei suoi affettuosi rapporti con Vladimir Putin, e del loro scambio di doni, dicesse proprio così: “Putin per il mio compleanno mi ha mandato venti bottiglie di vodka e una lettera dolcissima. Gli ho risposto con bottiglie di lambrusco e con una lettera altrettanto dolce”. E chissà che nella scelta del vino non abbia influito anche un’antica associazione tra Russia, comunisti ed Emilia Romagna.

 

Comunque la si pensi sulla classificazione enologica del lambrusco, una caratteristica del vino i dirigenti emiliani ce l’hanno di sicuro: migliorano con l’età. O quantomeno aumentano di valore nella considerazione generale. Più sono stati derisi e disprezzati quando erano in carica, come presidenti del Consiglio o come segretari di partito, più vengono rimpianti e idealizzati un minuto dopo la loro uscita di scena, e spesso proprio dagli stessi che più li avevano vilipesi fino a un minuto prima. 

Prodi e Bersani: più sono stati derisi e disprezzati quando erano in carica, più vengono rimpianti e idealizzati dopo la loro uscita di scena

 

Romano Prodi, da questo punto di vista, sarebbe un caso di studio interessantissimo per le scuole di giornalismo: a capo di ben due governi considerati dai contemporanei, compresa la stampa amica, come inconcludenti, litigiosi e pasticcioni, eppure sempre ricordato da quegli stessi critici (quelli della sua parte, s’intende) come statista insuperabile e mai abbastanza rimpianto. Ancora più singolare il caso di Bersani, riscoperto proprio da quel mondo della comunicazione che ne derise per anni ogni iniziativa, descrivendolo come il più grigio e il più noioso di tutti i burocrati d’apparato, finché è stato segretario del Pd, ora conteso da tutti i talk-show e ospite fisso alle feste del Fatto quotidiano (ma forse qui sono io che mi confondo, ed erano i giornalisti del Fatto quotidiano a essere ospiti fissi alle feste di Articolo uno, il risultato è comunque lo stesso).

 

E chissà che non stia proprio qui, in questa estrema forma di duttilità e capacità di adattamento ai colpi della sorte e a quelli degli avversari, il vero segreto dell’emilianità. Forse perché, come scriveva Edmondo Berselli, “questa regione è il Sud del Nord e il Nord del Sud, è una sorta di Italia concentrata, di super-Italia. Gli emiliani sono un popolo di iper-italiani” (“Quel gran pezzo dell’Emilia”, Mondadori). Ma è davvero possibile essere iper-italiani? Nell’essere italiani non c’è anche quello scetticismo verso ogni eccesso, quell’indolenza, quel particolarismo che con tanti difetti – chiusura familistica, corporativa, campanilistica – ci assicura contro i rischi di ogni esaltazione nazionalista (persino durante il fascismo, si è detto forse con troppa autoindulgenza, il nostro nazionalismo aveva poco del fanatismo razzista dei nazisti)?

 

Pigri e duttili, adattabili e ostinati, i dirigenti della sinistra e del centrosinistra emiliani si sono spesso rivelati coriacei, ma anche piuttosto impermeabili alle novità e al cambiamento, piuttosto refrattari al movimento, renitenti a qualsiasi offensiva. Perfetti per il catenaccio, per fare cordone, per difendere fino allo stremo gli ultimi fortilizi, non hanno mai avuto fama di grandi strateghi. Nessuno ha mai individuato in loro il gusto dell’avventura e della sortita in terra d’infedeli, il desiderio di inoltrarsi nei territori più ostili e inesplorati, il gusto e la voglia di spingersi oltre le colonne d’Ercole delle proprie certezze. Semmai, al contrario, si è vista in loro la tendenza a considerare il resto del mondo – e quel che è più grave, il resto dell’Italia – come una grande Emilia Romagna.

 

Intendiamoci. Se l’obiettivo fosse di trasformarcelo, il resto del paese, in una grande Emilia Romagna, una delle regioni più ricche e meglio amministrate, sempre ai primi posti per qualità della vita (con una sanità all’avanguardia, per non parlare degli asili), non sarebbe neanche così male. Se l’illusione, anche solo inconscia, fosse però di poterlo trattare come tale, come se il resto del paese già lo fosse, una grande Emilia Romagna, il risultato non potrebbe che essere disastroso, come è sempre stato.

 

Senza contare la questione, su cui personalmente non saprei pronunciarmi, di quanto la stessa Emilia Romagna sia ancora l’Emilia Romagna, cosa che tanti segnali sembrano ormai mettere in dubbio, dalla politica al costume, dalla composizione sociale alla cultura, dai flussi elettorali agli occhiali del suo presidente.

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