nba,-trump-attacca-lebron:-«ormai-e-un-portavoce-dei-democratici»

Ci risiamo. Donald Trump è tornato a scagliarsi contro la Nba e in particolare contro LeBron James, uno che proprio non gli va giù. L’occasione per attaccare l’asso dei Los Angeles Lakers gliel’ha fornita il «The Rush Limbaugh Show», dove il presidente è stato ospite per parlare delle elezioni del prossimo novembre e del suo recupero dopo il ricovero in ospedale a causa della positività al Covid 19. Dato che di politica si parlava, il discorso è cascato sul Prescelto. E Trump l’ha fatto apposta per «battezzare» una volta di più LBJ: «LeBron è un portavoce dei democratici. Un portavoce molto cattivo anche perché, ancora una volta, ho fatto tanto per la comunità nera. Lui è un grande giocatore di basket (ndr: amen), ma le persone non vogliono vedere un ragazzo esporsi in quel modo. No, non vogliono proprio vederlo. Abbiamo già abbastanza difficoltà durante la settimana, la gente non si vuole sedere sul divano per guardare una partita di basket e poi vedere qualcuno che odia il presidente. E lui ti odia».

Sport e realtà

E’ perlomeno curioso il concetto che lo sport e i suoi protagonisti debbano essere avulsi dalla realtà e da un giudizio personale e che se un campione esprime ciò che pensa non offre un adeguato relax allo spettatore. Ma tant’è, ormai tra The Donald, la Nba che ha appoggiato Black Lives Matter e LeBron James che del movimento anti-razzista è diventato una delle icone di punta, è guerra senza quartiere. Però il feeling con James s’era rotto ben prima, precisamente nel 2018 in seguito a un’intervista andata in onda sulla Cnn: dopo le dichiarazioni di LeBron all’emittente, il presidente aveva ufficialmente messo in dubbio la sua intelligenza. Quanto a Black Lives Matter, la stroncatura è probabilmente la peggiore immaginabile tra quelle del repertorio del numero uno della Casa Bianca: «E’ un’organizzazione marxista». C’era una volta Obama, appassionato di basket e molto legato alla Nba. Ma non c’era nemmeno di mezzo la pandemia, che ha costretto la lega professionistica ai salti mortali per chiudere la stagione, inventandosi una “bolla” costosa (quella del Disney World Resort di Orlando) ma inevitabile per evitare un bagno di soldi peggiore: era poi ovvio che ci fosse un contraccolpo rispetto alla storia passata. Ci sono poi stati gli episodi brutali della polizia e anche qui era scontato che ci fosse una reazione che, tuttavia, non ha riguardato la sola comunità dei giocatori di colore. Trump ha voluto affibbiare alla Nba un’etichetta di comodo, assecondato da altri esponenti del partito repubblicano e da commentatori conservatori che hanno attribuito il crollo degli ascolti alla politicizzazione eccessiva dei messaggi e alla scelta di porre la scritta Black Lives Matter sui parquet.

Audience deludenti

Che le audience siano state molto deludenti e che lo siano tuttora che è in corso la finale, è indiscutibile. Lo dicono i numeri: gara 3 tra Lakers e Heat ha attirato solo 5,9 milioni di spettatori, record negativo dal 1982 e da quando le sfide per il titolo sono trasmesse in diretta. Ma la spiegazione del terremoto è probabilmente più semplice e non ha nulla (o solo una minima parte) di politico: in primo luogo la sede unica e l’impossibilità di avere pubblico ha raffreddato l’atmosfera delle partite; e paradossalmente sono anche gli spalti pieni a trainare gli ascolti televisivi, in un’inerzia virtuosa di tifo e spettacolo che avvolge “The Finals”. La seconda considerazione è che a causa della situazione anomala creatasi, per la prima volta nella storia tutti e quattro i principali campionati professionistici, Nba, Mlb (baseball), Nhl (hockey ghiaccio) e Nfl (football americano) giocano in contemporanea. La torta, insomma, va divisa per quattro e la concorrenza per il basket è forte. Con buona pace di The Donald, che di suo può solo fare una cosa: tifare Miami e gufare LeBron per impedirgli di portare i Lakers al titolo numero 17 e di conquistare il quarto suo personale.

11 ottobre 2020 (modifica il 11 ottobre 2020 | 12:38)

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