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Vi racconto il campo minato di una Chiesa disarmata

Profezia e diplomazia. È il campo scomodo in cui si deve muovere Papa Francesco nella terza guerra mondiale a pezzetti, tra le guerre regionali che non sono mai mancate, come da tempo ricorda Bergoglio. Soprattutto, è il campo di questa in Ucraina, “che ha una dimensione maggiore e minaccia il mondo intero”. Come ha detto giovedì mattina, ricevendo i partecipanti all’incontro promosso dal Centro femminile italiano. Dove ha dettato parole che sembrano autorizzare, chi già lo fa, a tirarlo per l’alabarda degli Svizzeri.

Sottolinea: “La vera risposta non sono altre armi, altre sanzioni”. Gongolano i pacefondai per l’autorevole viatico alla loro agenda del no munizioni agli assediati, ai bombardati. Brindano i valorosi onorevoli “distinguo”, i trecento – mica i 25 lettori dei Promessi Sposi – che martedì han disertato il videocollegamento di Zelensky col Parlamento, invocando un loro diritto a rivolgere domande al presidente ucraino e pure allo zar russo. Evidentemente confusi tra dimensione Montecitorio e spazio talk tv. E si rinserrano i pur presenti onorevoli, che discordano col premier Mario Draghi per aver garantito aiuti, anche militari, a Kiev. E che ha annunciato l’intenzione – evidentemente su richiesta Usa, già avanzata ai tempi di Donald Trump – di aumentare la spesa militare italiana. Meglio: onorare l’impegno – generalmente disatteso – dei membri della Nato a spendere almeno il 2 per cento del loro Pil in difesa. Sì, perché il Papa è stato duro sulla faccenda. A quella si è riferito quando ha detto: “Io mi sono vergognato quando ho letto che, non so, un gruppo di Stati, si sono impegnati a spendere il due per cento, credo, o il due per mille del Pil nell’acquisto di armi, come risposta a questo che sta succedendo adesso. La pazzia!”. Con annesso punto esclamativo nel testo ufficiale, diffuso dalla Santa Sede.

E allora, vien da domandarsi; il Vaticano, il Papa che arriva dalla fine del mondo, sta ora coi De Magistris, che dopo la fascia tricolore sindacale indossano quella arcobaleno? O i prof Orsini? O i comizianti con annesso corredo di rosario sventolante? O gli antichi bardi dell’uno vale uno?

Eppure qualche giorno fa il suo segretario di Stato aveva – pur come ultima possibilità – riconosciuto il diritto, e il dovere, di un popolo aggredito ad essere aiutato anche con le armi a difendersi dall’aggressore. Bergoglio scarica il cardinale Pietro Parolin? Cambia il Catechismo e il Compendio della Dottrina sociale della Chiesa cattolica che quella prescrizione elementare di diritto e dovere mettono in Magistero?

Non risulta. Semmai Bergoglio si muove sull’impervio crinale tra profezia e diplomazia. Dove la seconda è notoriamente implicata con un terreno realismo. Necessario in un mondo evidentemente non angelicato, ma che ad altro aspira.

Francesco – come del resto Parolin – chiede di rinunciare non solo all’utilizzo, ma alla produzione di armi. “Non credete che se ascoltassimo di più le parole di nostro Signore, le armi tacerebbero, e non avrebbero nemmeno bisogno di essere fabbricate?”, aveva detto il cardinale Parolin, mercoledì 16, alla messa per la pace, celebrata nella basilica di San Pietro. Poco dopo, in un’intervista, l’Eminenza chiarisce però: “Il diritto a difendere la propria vita, il proprio popolo e il proprio Paese comporta talvolta anche il triste ricorso alle armi”.

Nelle stesse ore Bergoglio denuncia un “abuso perverso del potere e degli interessi di parte, che condanna la gente indifesa a subire ogni forma di brutale violenza” e chiede aiuto per gli ucraini: “popolo ferito nella sua identità, nella sua storia e tradizione”. Aggiungendo del “sangue e le lacrime dei bambini, le sofferenze di donne e uomini che stanno difendendo la propria terra o scappando dalle bombe”. Situazioni che “scuotono la nostra coscienza”.

Non c’è contraddizione, se non agli occhi ideologi dalla formazione da titolo. Da urlante pregiudizio talk. Non appare differenza evidente tra Parolin e Francesco. E tra il Papa e i cattolici ucraini che invocano argine all’invasore, o tra Bergoglio e i cardinali della Curia, come Gianfranco Ravasi,  presidente del Pontificio consiglio della cultura, che le twitta così:

Un distinguo, semmai, non è quando il Papa sostiene che “la vera risposta non sono altre armi”, ma quando aggiunge che la risposta non sono neppure “altre sanzioni, altre alleanze politico-militari”. Sa di riferimento alle aspirazioni di allargamento di Kiev alla Ue. Imponendo un chiarimento con Parolin e Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa. Parolin invoca infatti la libertà di ciascun Paese di prendere, “in piena autonomia, le proprie decisioni in materia politica”; il Compendio prevede le sanzioni come “misure contro chi minaccia la pace”.

Un distinguo, semmai, sta nella domanda sul futuro delle milizie e sull’utilizzo delle armi. Spetta al governo di Kiev impegnarsi a non inglobare milizie nell’esercito regolare. Sta agli stati che inviano aiuti militari a chiedere precisi impegni a proposito. Non è compito del Papa, né del Vaticano.

Del resto Francesco qui si muove nel campo diplomatico. E quello muta, a seconda di come cambia il mondo. Ma il tono di fondo, la profezia, resta identica. Così se ai tempi di Trump si rivolgeva all’inquilino di allora della Casa Bianca, avvertendolo: “Non è cristiano chi pensa a fare muri”. Oggi al Patriarca di Mosca, Kirill, perché lo dica anche a Putin, ricorda: “La Chiesa non deve usare la lingua della politica, ma il linguaggio di Gesù”. All’Angelus in San Pietro, domenica 20, ripete al mondo: “La guerra è ripugnante, un massacro insensato, disumano e sacrilego”. È per questo che c’è il no agli armamenti. È per questo che è lecito anche se triste, talvolta, il ricorso alle armi per difendersi. Dixit Parolin.

Chi tira Francesco per l’alabarda, potrebbe trovarsi in imbarazzo a leggere i suoi giudizi nettamente antitetici all’uso politico del cristianesimo. Leggerebbero che uno dei suoi più vicini consiglieri, padre Antonio Spadaro, direttore di La Civiltà Cattolica, non ha dubbi a definire blasfema la retorica religiosa del potere. Come sta facendo Putin. Come facevano in molti negli Stati Uniti negli anni di Trump, e non solo lì. E come in abbondanza si continua in fondo a ritenere Putin – e l’ortodossia di Mosca – un defensor fidei. Mentre la rivolta tra il clero della chiesa russa cresce, e il patriarca di Mosca, Kirill, sembra avere fretta di rafforzare ulteriormente la sua presa sulla Repubblica del Congo, e sta creando un Dipartimento per le diocesi dei Paesi vicini alla Russia.

Il no alle armi a oltranza, sta per Francesco nella dimensione della profezia. Chi lo cita nel suo schieramento, si arruola in una parte del discorso. Non in tutto. Papa che poi affida il discorso diplomatico diretto al suo segretario di Stato. Nel suo compito, ma non in contraddizione con il superiore e in puntuale sinossi col Magistero della Chiesa, quando il cardinale afferma che “il diritto a difendere la propria vita, il proprio popolo e il proprio Paese comporta talvolta anche il triste ricorso alle armi”.

Certo, il Papa propone una visione diversa delle relazioni internazionali, un modo diverso di governare il mondo “non facendo vedere i denti, come adesso”. Dice il 24: “Il modello della cura è già in atto, ma purtroppo è ancora sottomesso a quello del potere economico-tecnocratico-militare”. Evidenziando che “la buona politica non può venire dalla cultura del potere”, una cultura “che ancora domina la cosiddetta geopolitica” . Per cui “si continua a governare il mondo come uno ‘scacchiere’, dove i potenti studiano le mosse per estendere il predominio a danno degli altri”. Quello è il problema, l’abuso “perverso del potere e degli interessi di parte che condanna la gente indifesa a subire ogni forma di brutale violenza”. Lo aveva detto il 18, quando chiedeva aiuto per gli ucraini, “popolo ferito nella sua identità, nella sua storia e tradizione”. Che sta “difendendo la propria terra”. La trojka economico-tecnocratico-militare è il nodo. Non la difesa di un popolo aggredito, ma semmai l’aggressore è il problema.

Venerdì 25, Francesco ha proposto il gesto della consacrazione al Cuore Immacolato di Maria dell’umanità intera e in special modo della Russia e dell’Ucraina. Alcuni cattolici progressisti guardano con fastidio a una devozione che a loro giudizio rievoca il Novecento. Devozione vista in passato in chiave politica, identitaria e nazionalista. Anche se nasce come una forma di pietà per invocare la fine della grande guerra ai tempi delle  apparizioni di Fatima.

Era il 1917. Prima guerra mondiale. Pio XII il 31 ottobre 1942 consacrò per la prima volta tutto il mondo – erano diventati i giorni della Seconda guerra mondiale – e il 7 luglio 1952 consacrò i popoli della Russia. Paolo VI la rinnovò il 21 novembre 1964. Giovanni Paolo II compose una preghiera per quello che definì “Atto di affidamento” da celebrarsi il 7 giugno 1981, ripetuto a Fatima il 13 maggio 1982 e di nuovo a Roma il 25 marzo 1984. Daniele Menozzi, professore emerito di storia contemporanea alla Normale di Pisa, conferma al Manifesto che anche oggi quella consacrazione è “anche un atto politico”. Di nuovo. Di nuovo, fin nel proprio della Chiesa, profezia e diplomazia inevitabilmente finiscono per intrecciarsi.

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