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Verso il decreto Aiuti bis: quale ruolo per il welfare aziendale?

Conversazione con Emmanuele Massagli, presidente di Adapt – il centro studi dedicato alle relazioni industriali fondato nel 2000 da Marco Biagi – nonché ideatore e primo presidente di Aiwa, l’associazione Italiana Welfare Aziendale che aggrega i principali provider che implementano i piani di welfare nelle aziende.

 

L’espressione “tempesta perfetta”, si sa, è abusata. Eppure, è difficile non ricorrevi se si vuole descrivere l’attuale periodo economico, caratterizzato da una pandemia che assesta ancora colpi di coda temibili, un conflitto alle porte dell’Europa di cui non si conoscono i confini temporali e fisici ma che ha già contribuito all’aumento di tutte le materie prime, l’improvviso deteriorarsi della stabilità politica italiana e, ultima ma non per importanza, una spirale inflazionistica che va di pari passo con la propensione al risparmio dei consumatori, vista l’incertezza generale. Se a tutto ciò aggiungiamo anche possibili interruzioni del gas, si comprende perché la recessione sia un rischio concreto e la sofferenza del Paese possa presto sfociare in emergenza sociale.

Urge, insomma, intervenire con misure più importanti e strutturali dei bonus una tantum come i 200 euro che andranno nelle buste paga di luglio per chi guadagna fino a 35 mila euro. Urge, contemporaneamente, far girare l’economia. In vista del decreto Aiuti bis che il governo, ancorché dimissionario, sta approntando, mercoledì il presidente del Consiglio uscente, Mario Draghi, incontrerà i sindacati.

“Chiederemo di adottare già dai prossimi giorni misure finanziare immediate per tutelare e salvaguardare il potere di acquisto dei lavoratori e pensionati”, con “la proroga e l’estensione del bonus 200 euro alle fasce escluse, la conferma strutturale del taglio sulle accise dei carburanti e degli sconti in bolletta, un controllo più efficace di prezzi e tariffe, fringe benefit detassati fino a mille euro e, per le fasce deboli, acquisti in esenzione iva per beni di largo consumo alle famiglie in difficoltà”, ha preannunciato il segretario generale della Cisl, Luigi Sbarra elencando i propri desiderata al Messaggero.

Delle misure più efficaci a sostegno delle famiglie e del loro potere d’acquisto abbiamo parlato con Emmanuele Massagli, presidente di Adapt – il centro studi dedicato alle relazioni industriali fondato nel 2000 da Marco Biagi – nonché ideatore e primo presidente di Aiwa, l’associazione Italiana Welfare Aziendale che aggrega i principali provider che implementano i piani di welfare nelle aziende.

Dottor Massagli, ci aiuti a comprendere perché proprio il welfare aziendale potrebbe essere la soluzione per aiutare i salari?

Chiariamo subito un aspetto: non parliamo della soluzione, ma di una soluzione. Finora sono state presentate molte ricette. Landini propone di tagliare strutturalmente il carico fiscale su lavoratori e pensionati, il governo ha messo in campo bonus una tantum… sono tutte misure che danno ossigeno, che generano un aumento del potere d’acquisto ma che hanno diversi difetti: anzitutto costano miliardi e poi non è detto che costituiscano un volano portando i dipendenti a consumare, soprattutto in periodi di forte incertezza, come quello che stiamo vivendo. Le ricerche effettuate sugli “80 euro in più” in busta paga voluti dal governo Renzi e i dati oggi a nostra disposizione parlano chiaro. Ecco perché una delle soluzioni, per logica, può essere il welfare aziendale: non costa miliardi, è già detassato e decontribuito e spinge a consumare.

La proposta di Aiwa è ampliare l’elenco dei beni e servizi inclusi nel welfare aziendale così da effettuare una sorta di tagliando per ammodernare la normativa di riferimento. Cosa si potrebbe aggiungere?

L’ampliamento dei beni e servizi elencati all’articolo 51, comma 2 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi serve a non smarrire la finalità sociale del welfare aziendale ed è stato elaborato sulla base delle tante segnalazioni che emergono dalle aziende. Per esempio, c’è l’esigenza di ampliare le spese di cura degli animali domestici; dare la possibiilità di cedere il credito welfare a colleghi con esigenze di cura, al terzo settore o al Servizio sanitario nazionale: oggi, pare un controsenso, ma diventa reddito da lavoro; o ancora pagare la mobilità sostenibile e quindi gli spostamenti su auto elettriche, bici o monopattini a noleggio; includere il rimborso delle spese di affitto per familiari studenti fuori sede. Queste misure realizzerebbero una notevole accelerazione della diffusione del welfare aziendale, senza i gravami di tasse e contributi… L’elenco, come vede, è lungo. Si potrebbe inoltre eliminare il buono cartaceo per aiutare l’ambiente, sostituirlo definitivamente con uno elettronico o, meglio ancora, digitale anche per incentivare la diffusione dei Pos ampliando la soglia defiscalizzata e decontribuita a 10 euro, ma anche ampliare definitivamente la soglia di esenzione dei c.d. flexible benefit fino a 1.000 euro, se occorre anche legandoli alla contrattazione aziendale. Si potrebbe tornare a 516 euro (come nel 2020 e nel 2021) per tutti e fino a 1.000 quando regolati da un contratto. L’importante è che il legislatore dimostri di aver compreso che le regole sul welfare aziendali stanno funzionando e investa ancora in quella direzione: non avrà la sensualità della grande riforma economica, ma costa assai meno e può essere più incisiva.

Non sarebbe preferibile intervenire sul taglio del cuneo fiscale, invece?

L’ideale sarebbe fare entrambe le cose, come pure mantenere i bonus una tantum, ma bisogna fare i conti con la realtà e nella realtà, lo sappiamo bene, la coperta è fin troppo corta. Per questo il welfare aziendale, che già per legge non è soggetto ad alcun cuneo fiscale (il Testo Unico delle Imposte sui Redditi non lo considera reddito da lavoro, ma misura di carattere sociale) è molto più facilmente realizzabile: non richiederebbe miliardi, anche solo per intervenire su alcune fasce della popolazione, ma milioni per aiutare tutti e, torno a ripetere, arricchirebbe anche il territorio dato che finirebbe in circolo nel mercato interno. Più il welfare aziendale si dimostrerà in grado di rispondere ai bisogni sociali e quotidiani dei lavoratori, più le risorse destinate saranno contemporaneamente in grado di alzare il reddito e il potere di acquisto dei lavoratori e generare, per lo Stato, maggiore gettito Iva, più lavoro ed emersione del nero.

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