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Venezia78, su quali basi un film è bello o brutto? Ve lo spiega lo spassoso Competencia Oficial, commedia con Banderas e la Cruz da sbellicarsi dalle risate

Prima o poi dovremmo elevare i registi argentini Gaston Duprat e Mariano Cohn a cineasti assoluti da Leone d’Oro. Anche se poi getterebbero il loro premio in una tritatutto e ci farebbero un film radicalmente sarcastico sopra. Competencia Official, il loro sesto lungometraggio, in Concorso a Venezia78, è l’apice da morire dalle risate sulla domanda delle domande che attanaglia quasi cent’anni di teorie e critica del cinema: esiste un canone per definire la riuscita o meno di un’opera d’arte. Chi ha visto Il cittadino illustre e Il mio capolavoro sa che Duprat&Cohn girano sempre comicamente e cinicamente attorno a questo rovello vagamente etico, modello Alberto Sordi e Anna Longhi alla Biennale nell’episodio Vacanze intelligenti di Dove vai in vacanza. Con Competencia Oficial allargano il raggio d’azione anche e soprattutto alla recitazione dell’attore, quindi alla suprema arte della finzione.

Capita infatti che un miliardario spagnolo del mondo farmaceutico abbia necessità di essere ricordato per qualcosa che non sia solo l’aver dato lavoro a diecimila persone: un ponte a suo nome? Un film da lui prodotto? La seconda che ha detto. Ed ecco che per la script su due fratelli completamente agli antipodi viene convocato il meglio della settima arte: Lola Cuevas, regista lesbica egocentrica, visionaria ed impegnata (Penelope Cruz con parrucca riccia rossa e peli sotto le ascelle); Felix Rivero, il grande attore popolare che si dà un sacco di arie (Antonio Banderas versione puttaniere atletico intramontabile); Ivan Torres, il maestro del palcoscenico con dolcevita ora docente moralmente incorruttibile in una scuola laboratorio sottoscala (Oscar Martinez, attore feticcio del diabolico duo). La convocazione per la lettura del copione è in un’abitazione/studio della regista, spazio infinito dalle stanze con soffitti altissimi, pareti di vetro e muri a perdita d’occhio. Il duetto tra Felix e Ivan, nonché la triangolazione con Lola e le sue richieste modello prove psicologiche, all’inizio sono in punta di fioretto poi, dopo settimane passate a recitare ogni battuta, diventano fendenti di sciabola, colpi di pistola, perfino cannonate. Due mondi culturali differenti che celano odio e fastidio l’uno per l’altro in questo piano inclinato dell’ipocrisia del lavoro dell’artista che tanto, paradossalmente, ci ammalia da spettatori.

Finirà con colpi bassissimi, addirittura facendo scorrere realmente il sangue. Messo in scena solo ed esclusivamente nella dimensione astratta e straniante del villone delle prove, con tre attori tre e giusto qualche comprimario minuscolo e silenzioso di contorno; macchina da presa che taglia lo spazio frontalmente a 180 gradi, spesso scavalcando di campo, o da un angolo ribassato wellesiano, il duo Duprat&Cohn non vuole fare il verso ad una corrente ideologica specifica su cosa è bello o brutto nell’arte, ma fare le pulci anzi proprio scartavetrarle tutte e due: sia la protervia del bizantino intellettualismo a tutti i costi; sia la grossolanità che accompagna i prodotti a buon mercato. E per ottenere questo risultato si affida ad un parossistico, estremo, cortocircuitato registro comico, provocazione radicale sulla vita, sulla conoscenza, sull’esperienza professionale, perfino sulla malattia che Felix e Ivan (spesso con in mezzo Lola) portano avanti con una tenacia e una cattiveria, uno contro l’altro, degna di una piece di Harold Pinter. Tante le massime epocali, le battute tranchant, che prendono in giro forse più pubblico e critica festivaliera accigliata (che però in sala ride tantissimo – sarà autonalisi?), a partire dal momento in cui Ivan ascolta per rilassarsi un brano sperimentale e segnala alla moglie una soluzione sonora ricercata incisa nel disco, quando poi un attimo dopo scopre che è il rumore di un vicino che martella sul muro.

O quando Lola lega i due attori insieme con della pellicola e li fa assistere immobili, appunto, alla distruzione con una tritatutto di alcuni loro premi vinti nel passato come medaglie di stato, Goya, Coppe Volpi, Palme d’Oro. Competencia Oficial è, infine, una riflessione brillante e profonda (tanti i finali, voluti, per studiare anche il concetto del “quando finisce un film?”) sugli infiniti, fasulli, ipocriti, squallidi strati della finzione per rendere “bello” il cinema. Cast clamoroso, anche se su tutti veleggia uno spassoso, inarrestabile, sadico Banderas.

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