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Uno spritz col Campari alla salute di Draghi

Mario Draghi fa benissimo a ridicolizzare con una battuta sullo spritz e il Campari il chiacchiericcio sulle sue intenzioni riguardo il Quirinale. Non si parla d’altro, ma uno che vuole fare bene il suo mestiere, guidare il governo, non può scadere nella chiacchiera, mescolare sé stesso come un’ipotesi ad altre, in presenza di un titolare della carica di capo dello stato in piena efficienza e attività, con un Parlamento aperto che guarderebbe senza capire il teatrino dei pupi della campagna cosiddetta presidenziale mentre si deve programmare la spesa corretta di soldi pesanti europei in Italia e la continua ridefinizione delle misure di sicurezza sanitaria, tra molte altre cose. E poi c’è un metodo, a parte le evidenti motivazioni politiche del silenzio, un metodo fissato nella Costituzione, che va rispettato. Come tutti sappiamo, ma non ci vogliamo confessare, il Parlamento è escluso da ogni possibile valutazione di dichiarazioni di candidatura, che non esistono se non nel chiacchiericcio. 

   

Non sono previsti programmi per il settennato, proposte di valore e di visione, anzi, se qualcosa del genere si affacci allora è scandalo, tutti corrono a richiamare la regola della data fissa in cui le Camere e i rappresentanti delle Regioni si riuniscono in seggio elettorale a scrutinio segreto, zero discussione preventiva, no informazioni, no discorsi, attesa che uno spirito benigno, roba da Conclave, illumini le menti di una maggioranza prima qualificata e poi, dal quarto scrutinio, assoluta di eletti del popolo.

        

Però mi permetto di insistere, da sempre in solitaria escursione, sul fatto che questo metodo non ha più senso, come altre cose dell’impianto costituzionale, e bisognerebbe cambiarlo. In Germania fanno più o meno lo stesso, ma il presidente lì è una figura onorifica fortemente sopravanzata dalla struttura federale dello stato e dalla centralità della funzione della Cancelleria. Inoltre, per molti aspetti, la Germania è ancora una società organica, articolata intorno ai partiti politici, a potenti sindacati, a assemblee intermediarie autonome e responsabili (i Länder), a un sistema dell’informazione serio che non prevede grottesche sceneggiate tutte le sere, con qualche novità che non cambia il quadro di fondo della stabilità e del prestigio delle istituzioni, e con una cultura delle istituzioni che è sopravvissuta ai fermenti, dilaganti in Italia, dell’antipolitica giudiziaria, dell’antipolitica demagogica, della personalizzazione pseudoamericaneggiante dello scenario politico dopo i colpi che ha ricevuto la Repubblica di partiti. Da noi quel metodo vuol dire trame, e per la verità ha quasi sempre voluto dire trame e conciliaboli riservati, vista la natura della nostra società e del nostro sistema politico anche nel paese di una volta, meno indisciplinato e caotico di quello attuale.

     

La Costituzione stabilisce che i parlamentari non contano alcunché, devono assistere per mesi al nulla del semestre bianco chiacchierino e poi votare per illuminazione personale, una farsa, e ovviamente i parlamentari si vendicano nel voto segreto con il fenomeno dei franchi tiratori che condizionano ogni scelta. Scelta di una figura che deve rappresentare l’unità della nazione, per espressa definizione costituzionale, ma è figlia del silenzio e della scelta oligarchica non alla portata del pubblico, nemmeno dell’assemblea elettiva che sceglie. Il metodo è quello e, a parte il resto, Draghi non può che conformarsi. Con tutte le riserve sullo spritz, almeno nel suo al posto dell’Aperol c’è il Campari.

    

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