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Un paper dell'Ue rivela: il price cap al gas russo è improbabile – Matteo Milanesi

Continua la battaglia, in sede comunitaria, per l’approvazione del prossimo pacchetto della Commissione, riguardante le nuove misure da porre in atto per fronteggiare la crisi energetica. All’interno delle bozze, che circolano in queste ultime ore, si rinviene la riduzione dei consumi per un massimo di tre o quattro ore al giorno, negli orari di punta; l’applicazione di tributi sugli extraprofitti delle compagnie dell’Oil & Gas, le quali hanno notevolmente incrementato i propri profitti (il guadagno del 2022 sarà cinque volte superiore rispetto a quello dell’anno scorso); ed infine rimane il nodo relativo alla fissazione del tetto massimo al prezzo del gas russo.

Il piano dell’Ue

Pochi giorni fa, i Paesi membri si erano spaccati circa l’introduzione di un nuovo price cap, che non riguardasse solo Mosca, ma tutto il gas importato dall’Unione Europea. Solamente quindici Stati su ventisette si sono dimostrati favorevoli a questa misura, tra cui l’Italia di Draghi, portatrice in sede comunitaria della discussione.

Nonostante tutto, anche l’imposizione di un tetto, relativo alle sole forniture del Cremlino, non sembra trovare un comune accordo. Da una parte, Ungheria, Slovacchia ed Austria vorrebbero evitare qualsiasi limitazione sulle esportazioni russe; dall’altra, Italia, Francia e Polonia continuano a perseguire la strada più “estrema”, quella del price cap, per frenare l’aumento dei prezzi.

Le divisioni dei Paesi membri

Eppure, al di là delle spaccature di Bruxelles, le opposizioni di buona parte dei Paesi dell’Est non paiono essere infondate. Orban, per esempio, dipende dal gas russo per l’80 per cento delle importazioni totali; stessa cosa per la Repubblica Ceca; mentre per Vienna la percentuale si abbassa al 50 per cento. Rinunciare all’export di Putin, significherebbe accettare implicitamente la recessione per questi Stati. A quest’ultima posizione, si affianca anche la diffidenza di Danimarca e Paesi Bassi; oltre alla posizione terza della Germania, la quale gode di privilegiati rapporti con il colosso russo Gazprom, come già spiegato, pochi giorni fa, sul sito nicolaporro.it.

Insomma, siamo dinanzi al solito buco dell’acqua dell’Unione Europea. Gi Stati perseguono una politica fondata sui propri interessi, sulle proprie scelte strategiche e sulle proprie dipendenze energetiche. Pare difficile che la Commissione possa riuscire a trovare un punto di comune accordo, soprattutto tra ventisette Paesi che godono di rapporti estremamente diversi con la Russia. Come può conciliarsi, per esempio, la posizione dell’Ungheria con quella dell’Italia, la quale ha ridotto il proprio import di gas russo al 13 per cento? Il Guardian oggi infatti rivela di aver trovato un “leaked paper” in cui l’Ue ammette di fatto che è improbabile si possa arrivare al price cap.

“Secondo un documento trapelato, l’esecutivo dell’Ue si sta ritirando dall’imporre un limite di prezzo al gas russo, ma sta spingendo avanti con le tasse inaspettate sui profitti ‘in eccedenza’ delle società energetiche – scrive il quotidiano britannico – Una bozza di regolamento ​​vista dal Guardian non contiene né un tetto massimo per il gas russo né per il gas importato, dopo che gli Stati membri non sono stati in grado di concordare restrizioni la scorsa settimana“.

Diversa, però, è la proposta di Bruxelles di porre un limite al prezzo dell’elettricità, derivante da fonti a basse emissioni di carbonio, come nucleare ed energie rinnovabili: l’obiettivo primario sarebbe quello di riciclare fondi per famiglie ed imprese in stato di crisi. Pare che la soluzione sia sposata dalla gran parte dei Paesi membri, anche se si tratta di misure assolutamente accessorie, di poca rilevanza rispetto a quella del tetto massimo al prezzo del gas. La partita si gioca solo ed esclusivamente su quest’ultimo punto. E pare che l’Unione Europea, ancora una volta, si stia muovendo con estremo ritardo.

Matteo Milanesi, 13 settembre 2022

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