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Ucraina, Conte a Draghi: “No all’incremento delle spese militare o non votiamo il Def e cade tutto”

Nei colloqui privati dice che andrà fino in fondo. Non solo, aggiunge anche con malizia perfida che se Draghi si fiderà di nuovo delle “seconde file  del M5s  farà la fine del Quirinale”. E dunque: avanti, contiani, costi che quel costi: governo compreso. Giuseppe Conte ha deciso che sull’incremento delle spese militari fino al 2 per cento del Pil il suo M5s non farà passi indietro.

 

Cosa significa? Come spiegato nel video di questa mattina, inno contro il moderatismo che lo ha sempre contraddistinto, l’ex premier ha un obiettivo da colpire. Vuole che giovedì prossimo, quando il Consiglio dei ministri, approverà il Def ci sia scritto un grosso no all’aumento della spesa per la Difesa. “Altrimenti non lo votiamo”, riferisce chi gli sta vicino.

 

Il Documento economico finanziario è lo strumento sulla cui base si costruisce la legge di Bilancio, che viene approvata entro fine anno. Nel Def non sono riportate le tabelle con i numerini di spesa. Dunque niente tabelle. Anzi, con Mario Draghi è diventato molto slim per adeguarsi agli altri Paesi europei. Linee guida asciutte: sì del Cdm, presa d’atto del Parlamento con il voto di una risoluzione e poi la manovra dopo sei mesi.

 

Ecco, a monte, tra le righe di questo testo Conte vuole che ci sia scritto a chiare notte lo stop alle indicazioni della Nato, intenti che egli stesso approvò nel 2019 quando era presidente del Consiglio. La richiesta in queste ore sta facendo strabuzzare gli occhi al ministero dell’Economia e c’è da scommettere che il ministro Daniele Franco difficilmente si piegherà a questi desiderata. E come lui Draghi.

 

Conte balla da solo all’interno della maggioranza. Ce l’ha con tutti. Con il suo successore (che nelle prossime dice che chiamerà), ma anche con il Pd di Enrico Letta (“se spinge sulle armi in questo momento di crisi economica dovrà spiegarlo agli italiani e ai suoi elettori: tradisce se stesso”, è il senso del ragionamento che farà domani anche in tv ospite di Lucia Annunziata a In Mezz’ora).

 

Il capo del M5s, in attesa dell’ennesima votazione degli iscritti per farsi riconfermare presidente nonostante lo stop dei tribunali, ce l’ha anche con Luigi Di Maio, il ministro degli Esteri, capo del battaglione Pomigliano, il nemico interno da abbattere (“Basta con chi rema contro”).

 

Il timore dell’ex premier però è che il titolare della Farnesina in Consiglio dei ministri faccia sponda con Lorenzo Guerini, il dem che regge la nostra Difesa, in nome dell’atlantismo (d’altronde le suggestioni sulla politica italiana che escono dall’ambasciata Usa ormai sono abbastanza chiare, come raccontato dal Foglio, Conte è definito “dissonante” rispetto al resto dei leader italiani).

 

Sarà dunque vera battaglia o solo comunicazione a uso e consumo dei sondaggi?

I generali di Conte mostrano i denti: facciamo sul serio. La guerra alle porte dell’Europa diventa una didascalia davanti a queste baruffe nostrane. Il capo del M5s dice che non vuole uscire dalla Nato (“ipotesi che nemmeno commento”) e che è disposto a un incremento delle spese, purché non raggiungano subito la soglia del 2 per cento ma siano graduali. Così come, in questo balletto con il coltello fra i denti, è favorevole a risorse dell’Europa per la difesa comune (debito comunitario). Ma qui il problema è interno. E’ politico. Anche dentro il M5s.

 

Di Maio è finito nel mirino di Conte, ma non risponde. A chi gli raccontava del video di questa mattina del presidente grillino  il ministro rispondeva che non lo aveva visto, immerso in riunioni alla Farnesina sulla crisi in Ucraina “a lavorare per gli italiani”. Come dire: fra le due guerre preferisco purtroppo quella vera.  Di Maio la prossima settimana sarà a Berlino per incontrare l’omologa tedesca Annalena Baerbock.

 

Ma dentro il M5s le fazioni si contano e si sfidano, come subito dopo la resa dei conti del Quirinale, rimandata causa guerra. Dettagli rispetto alla guerra che Conte dice di essere pronto a muovere contro il governo.

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