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Tutte le marette sindacali al Creval (Credit Agricole)

Che cosa succede al Credito Valtellinese (Creval) ora del gruppo bancario francese Credit Agricole? Fatti e indiscrezioni nell’articolo di Emanuela Rossi

Crédit Agricole, pressioni commerciali in Creval (Credito Valtellinese).

Un problema annoso che continua a creare difficoltà ai lavoratori del credito e ad alimentare forti malumori nelle relazioni fra aziende e sindacati. Parliamo delle pressioni commerciali nel settore bancario, oggetto di un accordo all’interno del contratto nazionale di lavoro per la prima volta l’8 febbraio 2017.

Le ultime note dolenti provengono, secondo quanto risulta a Start Magazine, dal Credito Valtellinese di recente acquisito dai francesi di Crédit Agricole. Come fanno notare fonti interne all’istituto, però, il problema è ben più antico, tanto da essere stato sollevato anche durante la precedente gestione (e proprietà).

Ma ora pare si stia riproponendo e specie nel sindacato Fisac-Cgil è oggetto di denunce e polemiche interne al Creval al vaglio del vertice nazionale della federazione dei bancari della confederazione della Cgil, secondo quanto risulta a Startmag.

IL CASO CREVAL

A questo proposito occorre ricordare la denuncia arrivata da Fisac Cigl (poco più di un anno fa) la quale – durante un incontro con l’azienda in occasione della riunione della Commissione paritetica sulle politiche commerciali – sottolineava che “le pressioni/azioni commerciali sono rimaste inalterate, anzi sono state implementate, nonostante le persistenti difficoltà collegate alla crisi pandemica”.

LA POSIZIONE DELLA FABI

Sempre in quel periodo su Milano Finanza Lando Maria Sileoni, segretario nazionale Fabi, ricordava come nel 2017 “furono introdotti e regolamentati nel contratto collettivo due confronti aziendali e nazionali per le segnalazioni di dipendenti e di organizzazioni sindacali anche territoriali, che avrebbero potuto indicare tutte le anomalie rispetto non solo alla vendita di prodotti finanziari ma soprattutto ai metodi e ai sistemi che venivano loro imposti”.

Fino ad allora “le banche si erano sempre rifiutate di arrivare a un vero confronto su dati oggettivi, sui comportamenti di taluni loro dirigenti e sui danni causati alla stessa clientela oltre a tutti i danni anche di carattere psicologico subiti dalle lavoratrici e dai lavoratori. L’esasperazione degli obiettivi commerciali delle banche era arrivata al punto limite”.

In seguito, in occasione del rinnovo del contratto collettivo nazionale di lavoro, sottoscritto il 19 dicembre 2019, l’accordo sulle pressioni commerciali del 2017 “è stato puntualmente e integralmente confermato”.

Sileoni però metteva in guardia da facili entusiasmi: “Alcuni grandi gruppi bancari – per opera non degli amministratori delegati ma di alcuni responsabili delle relazioni sindacali che smaniano di mettersi in luce a danno della salute psicofisica dei lavoratori – stanno cercando in tutti i modi, anche in maniera subdola, di vanificare quanto concordato in sede nazionale nel febbraio 2017”.

Non solo: gli ad degli istituti di credito – avvertiva il segretario generale Fabi – devono sapere quello che accade “perché il loro lavoro rischia di essere vanificato e perché rischiano ancora di più i lavoratori delle banche e la clientela, costretti a subire effetti collaterali e danni inestimabili”.
Qualche settimana, dopo, durante un dibattito online (https://www.startmag.it/economia/care-banche-basta-con-i-ricatti-commerciali-ai-dipendenti/) con il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, Sileoni chiariva che “se non sarà estirpato” il problema delle pressioni commerciali sarà portato a conoscenza “delle massime autorità finanziarie anche a livello europeo, facendo nomi e cognomi, interessando anche il Parlamento italiano oltre che quello europeo perché a rischio non sono solo i lavoratori bancari, ma la stessa clientela e le stesse aziende e i risparmi degli italiani, tutelati dalla Costituzione”. Per questo, asseriva, “serve Abi politicamente forte che faccia rispettare il contratto nazionale e che convinca i grandi gruppi bancari che certe pressioni e certi personaggi non solo arrecano danni ai lavoratori, ma alle stesse aziende”.

L’APPELLO DI FIRST CISL

Di recente è arrivato l’ennesimo monito sindacale da parte di Riccardo Colombani, segretario nazionale First Cisl, che – in occasione del secondo congresso nazionale – ha rilasciato un’intervista ad Avvenire. Quello delle pressioni commerciali, ha evidenziato, “è un problema che si trascina da anni e che pesa come un macigno sui lavoratori, costretti a perseguire obiettivi di vendita sempre più alti: una prassi che produce spesso criticità sul clima aziendale e nelle relazioni con la clientela. L’accordo sulle politiche commerciali che abbiamo firmato nel 2017 con l’Abi è rimasto di fatto lettera morta – ha affermato -. Siamo ad un bivio: o troviamo una soluzione adesso, nel segno della responsabilità che ha sempre contraddistinto le relazioni industriali del settore, o si aprirà una stagione di tensioni e conflitti”.

NON SOLO CREVAL

Va ricordato un altro caso rilevante e che riguarda un gruppo importante, Bper. Il 30 marzo scorso è stata raggiunta un’intesa tra le sigle sindacali del settore e i vertici del gruppo riguardo alle politiche commerciali e all’organizzazione del lavoro.

Un’intesa arrivata dopo che per mesi i sindacati avevano cercato di alzare il livello dello scontro. A luglio 2021, in una nota congiunta, Fabi, First, Fisac, Uilca e Unisin avevano affermato che le misure messe in atto da Bper – dopo ripetute segnalazioni – non sortivano alcun effetto apprezzabile e per questo motivo chiedevano di ricorrere alla Commissione Nazionale sulle Politiche Commerciali ed Organizzazione del Lavoro, istituita a Palazzo Altieri; di pianificare un ciclo di assemblee unitarie sui vari territori, per dibattere delle pressioni commerciali; organizzare presidi di protesta e di sensibilizzazione sui territori.

Ora il verbale di accordo sottoscritto tra le parti migliora il precedente di agosto 2018 e consente di rendere ulteriormente esigibili i contenuti degli accordi nazionali e aziendali e di valutarne eventuali violazioni. In particolare, la commissione paritetica del gruppo Bper per le politiche commerciali, costituita nel 2018, avrà un ruolo centrale nel sovrintendere al rispetto dell’accordo e nell’esaminare le segnalazioni e garantire la riservatezza e l’anonimato di quanti denunciano alle caselle di posta dedicate. Un altro punto importante, sottolineano in una nota congiunta Fabi, First, Fisac, Uilca e Unisin, è rappresentato da una “previsione innovativa” che riguarda i lavoratori dei contact center, per i quali non sarà consentito utilizzare i tempi di contatto con gli utenti ai fini della valutazione della prestazione. Si sancisce inoltre che il mancato raggiungimento degli obiettivi quantitativi commerciali non può determinare l’assegnazione a ruoli differenti o trasferimenti.

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