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Taiwan-Cina, dove inizia il caos (e cosa c’entrano gli Usa)

La questione Taiwan è ritornata al centro del pallino geopolitico, dopo la visita di Nancy Pelosi alla capitale dell’isola di Formosa, Taipei. Per comprendere le ragioni e la storia dell’eterno scontro tra Cina e Taiwan, è necessario tornare, con un grande salto all’indietro, nel passato. Perché è solo da lì che possiamo avere tutti gli strumenti necessari, in grado di articolare una visione completa sulle tensioni attuali tra Pechino e Taipei.

La storia del conflitto

L’isola di Formosa è definita “provincia ribelle” cinese, già a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, in concomitanza con l’inizio dell’era maoista. Gli sconfitti nazionalisti di Chiang Kai-shek, per sfuggire alle violenze dei comunisti di Mao, trovarono rifugio proprio sull’isola di Taiwan, a pochi chilometri dalle coste della terraferma cinese.

In realtà, dobbiamo ricordare che Taipei non è nata come entità cinese. Piuttosto, rappresentava la culla di un’etnia indigena a sé stante, separata da Pechino e oggetto di numerose migrazioni, per un arco temporale di oltre 20mila anni, tra 30mila e 6mila anni fa. L’isola è stata occupata dagli spagnoli, dai portoghesi, dai cinesi, dai francesi, fino a diventare una colonia storica dell’impero giapponese, dal 1895 fino alla sconfitta nipponica del 2 settembre 1945. Paradossalmente, la storia di Taiwan, legata alla Cina, è una narrazione estremamente recente, di circa settant’anni, ma spacciata dalla dittatura comunista come un legame secolare, se non millenario.

Nel 1949, sia Mao che Chiang concordavano sul fatto che Taiwan rappresentasse una provincia del Dragone. Questo perché, come insegna la storiografia più accreditata, anche il leader nazionalista, sconfitto in Patria dai comunisti, vedeva in Taipei solo una sede provvisoria, da dove far ripartire la conquista dell’intera Cina. E da qui entrano in gioco gli Stati Uniti.

Il ruolo degli Usa

Sin dall’inizio dell’era maoista, infatti, l’amministrazione Truman sosteneva convintamente i nazionalisti cinesi, in una funzione anticomunista, riconoscendo solo Taiwan a livello internazionale. Lo stesso seggio dell’Onu non era occupato da Pechino, ma da Taipei. E questo almeno fino agli inizi degli anni ’70, da quando il presidente americano Nixon cominciò a porgere la mano al colosso cinese. Utilizzando gli occhi di oggi, quella scelta è vista come una tragedia, un’infamia, un errore imperdonabile. Ma è sempre necessario calarsi all’interno delle dinamiche dell’epoca: il vero nemico degli anni ’70, infatti, non era la Cina, ma l’Urss. L’obiettivo dell’amministrazione americana era quello di portare Pechino – gradualmente – nel mondo del libero mercato, per poi procedere all’affermazione dei principi politici del liberalismo occidentale. D’altro canto, il metodo era funzionato in tantissimi Paesi dell’Asia, Giappone in primis, perché non poteva accadere anche in Cina, soprattutto in anni di sue fortissime tensioni con l’Unione Sovietica?

A Pechino, si è verificata la più grande anomalia degli ultimi cinquant’anni. In concomitanza alla nascita di un sistema economico “libero” (tra virgolette, proprio perché il vincolo statale rimane estremamente assillante), la Cina è riuscita a mantenere il regime politico, che Mao aveva codificato nel ’49: una dittatura comunista, illiberale ed autoritaria, a cui è stato valso il nome di “capitalismo rosso”. Di questo, ne fa intrinsecamente parte anche l’aspetto militare. Il carattere belligerante cinese, infatti, non si manifesta solo nei confronti di Taiwan. Nel corso dei decenni, Pechino ha svolto un ruolo essenziale nel conflitto in Corea (1950-53), per poi invadere l’India (1962), il Vietnam (1979), fino ad alle esperienze militari più recenti di Tibet, Hong Kong e Taiwan, appunto.

Lo scontro tra Cina e Usa (e Taiwan?)

Lo scontro a distanza tra Cina e Stati Uniti, con Taiwan che agisce come filtro, si manifesta anche nel campo tecnologico. Da una parte, il Dragone è la culla di Alibaba; dall’altra, Washington è il fratello maggiore di Amazon. Nel contesto, Taipei produce tra il 40 ed il 65 per cento dei microchip, destinati ad uso occidentale. Un’eventuale aggressione e conquista cinese porterebbe ad uno scaccomatto, a danno degli Usa. Questi ultimi, infatti, perderebbero la loro predominanza navale del Pacifico, il principale produttore di microprocessori (ad uso soprattutto militare) e consegnerebbero a Pechino l’accesso aperto all’Oceano, mettendo a serio rischio le rotte commerciali di Tokyo e Seul.

C’è, però, anche il lato negativo per Xi Jinping: la fortissima dipendenza energetica della Cina. Se gli Usa sono tutelati da una loro totale autonomia nei campi petrolifero ed energetico, ciò non vale ancora per Pechino, che ne rappresenta il più grande importatore al mondo. Il problema più grande è che sono le flotte americane a controllare i flussi cruciali, dove circolano le petroliere cinesi, fino in Patria. Forse, è proprio quest’ultimo aspetto che frena Xi dal lanciare un attacco totale nei confronti di Taiwan (oltre all’ottima preparazione militare di Taipei, grazie a insegnamenti sul campo dell’esercito americano e all’uso delle loro armi).

Insomma, la questione Taiwan-Cina non può essere vista come una storia separata, distante e distaccata dal mondo occidentale. I fattori in gioco sono numerosissimi ed estremamente importanti: dalla tecnologia all’economia, dalla politica alla guerra, dalla meccanica alle rotte navali pacifiche, dal Giappone alla Corea del Sud. Ecco perché, quando si parla di Taipei, si maneggia una materia complicata, sotto ogni punto di vista, proprio per il fatto che l’eventuale aggressione di Xi avrebbe conseguenze mondiali, su qualsiasi campo della nostra vita. Ed il conflitto russo-ucraino ci apparirà un topolino.

Matteo Milanesi, 4 agosto 2022

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