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(foto Ansa)

La posta in gioco alle prossime elezioni è la collocazione internazionale dell’Italia. Per questo Meloni dovrebbe chiarire cosa intende fare con tutti i disegni di legge che contrastano gli indirizzi comunitari presentati negli ultimi anni

Al direttore – La bozza di lavoro “Per l’Italia. Accordo quadro di programma“, sottoscritta da FdI, Lega e FI recita testualmente: “Tutela degli interessi nazionali nella discussione dei dossier legislativi europei….”. Poiché la posta in gioco alle prossime elezioni è nientemeno che la collocazione internazionale del paese e la direzione della sua iniziativa per la costruzione della futura Europa nel nuovo ordine internazionale, non è strumentale chiedere al principale partito della destra italiana se la scarna indicazione programmatica debba leggersi come attuazione, oppure come secca smentita, del disegno di legge n. 291, presentato alla Camera dei deputati il 23 marzo 2018, a prima firma Meloni, che prevede l’inserimento, all’articolo 11 della Costituzione repubblicana, di un comma finale che recita: “Le norme dei trattati e degli altri atti dell’Unione Europea sono applicabili a condizione di parità e solo in quanto compatibili con i principi di sovranità, democrazia e sussidiarietà, nonché con gli altri principi della Costituzione italiana“. 

Quale fosse (sia?) l’obiettivo di questa proposta veniva prontamente chiarito dal disegno di legge n. 298, presentato dagli stessi proponenti quello stesso 23 marzo 2018: “All’articolo 117 della Costituzione (“la potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto (…) dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario…”), sono soppresse”. Il combinarsi delle due, ufficiali proposte di FdI traduce in linguaggio costituzionale il carattere “confederale” dell’Unione Europea per cui Meloni si è con determinazione battuta nel tempo che ci sta alle spalle (e nel presente, quale leader del Partito dei conservatori e dei riformisti europei).

Il primo dei 15 punti della bozza di programma propone “Più Italia in Europa e più Europa nel mondo“. Risulta chiaro che la supremazia della legislazione nazionale su quella comunitaria (di cui ai disegni di legge Meloni del 2018) demolirebbe le architravi dell’impianto federale cui si spira, in ultimo, il Next Generation Eu, fondato su strumenti di debito emessi sul merito di credito dell’Unione in quanto tale e su scelte di spesa decise, tramite i Pnrr nazionali, a livello comunitario (proprio per questo così generose verso l’Italia; se si fosse proceduto nella logica “confederale“, le risorse destinate all’Italia sarebbero state meno della metà: altro che “più Italia in Europa”). E, dipendendo l’Unione dalle scelte dei singoli stati membri, non potrebbe esserci “più Europa nel mondo“, poiché le politiche necessarie per dare concretezza a questo obiettivo (si tratti di contrasto dell’inquinamento ambientale, di approvvigionamento energetico o di difesa dalla minaccia di Putin e delle autocrazie) o sono definite alla luce di una visione “europea” circa il nuovo ordine internazionale da costruire, o non sono, così condannando gli Stati membri all’impotenza.

Se davvero Meloni ha scelto di intraprendere un’altra strada (sarebbe interesse del paese che lo facesse), basterà che Fratelli d’Italia affermi esplicitamente che quei disegni di legge del recente passato erano frutto di una visione ormai superata; che non saranno ripresentati e che – se qualcun altro lo farà –, non avranno il voto del suo gruppo parlamentare. Semplice e chiaro.

L’autore è dirigente del Pd, ex viceministro dell’Economia e delle Finanze nei governi Renzi e Gentiloni

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