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Sinistra ricchezza

Giuro che non ho nessuna intenzione di parlare ancora del giovane renziano candidato al comune di Roma (che peraltro non è candidato al comune, ma al terzo municipio), del suo Rolex (che peraltro non è un Rolex, ma un altro orologio parecchio costoso di cui non riesco a imparare il nome) e di tutto il dibattito che ne è nato (che peraltro non è un dibattito, ma un’occasione come un’altra per tirare palline di carta contro uno sconosciuto, urlandogli cose gratuitamente sgradevoli). 

Se siete tra i pochi fortunati che si sono persi la notizia, magari perché avete la fortuna ancora maggiore di non frequentare social network, non c’è motivo di infliggervene il riassunto. Basta dire che un gran numero di persone, su Twitter, si è sentito in dovere di esprimere varie gradazioni di disprezzo nei confronti del ventunenne di cui sopra, Roman Pastore, a causa dell’orologio da lui esibito in foto. 

La ragione per cui comincio da qui è che questa vicenda, per quanto incresciosa, è l’ennesimo esempio di un fenomeno ricorrente nella politica italiana, da qualche decennio in qua. Un fenomeno che mi pare degno di nota: più le scelte politiche fondamentali, specialmente sul piano economico e sociale, si uniformano e si confondono, più le questioni puramente simboliche, per non dire estetiche, assumono un valore spropositato, come ultima garanzia di un’identità che nei fatti e negli atti concreti è già svanita da un pezzo. Discorso scivoloso, al limite del qualunquismo, che forse è solo una lunga e inutile parafrasi della celebre sentenza pronunciata da Ennio Fantastichini – “La verità è che non ce state a capì più un cazzo, ma da mo” – in quel classico della sociologia politica che è “Ferie d’Agosto”, in cui interpretava un elettore di centrodestra capace di fustigare i vicini d’ombrellone progressisti con l’essenziale, tacitiana asciuttezza delle sue analisi.

Con questo naturalmente non voglio dire che la posizione sociale non avesse grande importanza anche prima, in politica, e soprattutto a sinistra. La storia del Partito comunista, anche quando smise di essere un “partito di classe” nel senso più stretto, è piena di esempi che dimostrano il contrario. Per non parlare dell’importanza dei simboli.

Basta prendere la biografia di Concetto Marchesi pubblicata due anni fa da Luciano Canfora (“Il sovversivo”, Laterza), per imbattersi sin dall’inizio, cioè proprio dalla prima riga del primo capitolo, in questo genere di problemi. “La vita di un ‘capo’ – scrive Canfora – dev’essere esemplare. Almeno due dirigenti comunisti sono stati perciò ‘contadinizzati’ dalla leggenda di partito: Antonio Gramsci e Concetto Marchesi”. Siccome la politica del Pci (per i più pignoli, allora, Pcd’I) consisteva nell’alleanza tra gli operai del nord e i contadini del sud, l’intellettuale comunista del meridione doveva essere, preferibilmente, di origine contadina. “Così il latinista, prosatore, parlamentare Concetto Marchesi (1878-1957), discendente dal marchese Benedetto Gioeni, duca d’Angiò, diventò, nella commemorazione che ne fece Umberto Terracini al Senato della Repubblica, il 14 febbraio 1957, ‘nato di popolo, da famiglia contadina’, o, al più, nella versione più nuancée di Palmiro Togliatti, ‘di ambiente piccolo borghese’”.

In quello stesso Partito comunista, tuttavia, c’era anche Luchino Visconti, che nessuno si sognò mai di definire “nato di popolo”. Al contrario, per la stampa di destra il grande regista era il “Conte rosso”, che mangiava in piatti dorati, serviti da camerieri in guanti bianchi. E conte, perlomeno, lo era davvero. Per la precisione: Conte di Lonate Pozzolo, figlio quartogenito di Giuseppe Visconti, duca di Grazzano, e di Carla Erba, proveniente da ricca famiglia di industriali farmaceutici. Ma era stato anche un partigiano, catturato e torturato dalla famigerata banda Koch. Un precedente che forse a sinistra gli sarebbe valso il diritto d’indossare persino un Rolex, se avesse voluto. Come ricorderà il nipote, il fotografo Giovanni Gastel, in un’intervista al Corriere della sera del 2018, la discordanza tra vita privata e pubbliche prese di posizione ideologiche era motivo di discussione anche in famiglia. “Lo provocavo: zio, vivi come un principe rinascimentale però sei comunista. Rispondeva: il comunismo prevede che tutti debbano essere ricchi come me, non io povero come loro”.

Ma alzi la mano, a questo punto, chi in gioventù sia stato anche solo moderatamente socialdemocratico e non si sia sentito domandare imperiosamente dal compagno di banco un’indebita quota della sua pizzetta, con il vieto argomento secondo cui, altrimenti, “dove sarebbe il tuo comunismo?”. Al fondo, non è nemmeno questione di destra e sinistra. Il problema della coerenza tra i propri principi e il proprio stile di vita è antico come la politica, perlomeno dai tempi dell’Impero romano. Scriveva infatti proprio Marchesi, nella sua storia della letteratura latina: “A coloro che lo accusavano di mettere la sua vita in discordia con la sua parola e di amare il denaro e gli agi e i vasti possedimenti ch’egli insegnava a disprezzare; a quanti lo accusavano, insomma, di parlare in un modo e di vivere in un altro Seneca rispondeva così, mentr’era nel più florido stato della sua potenza: ‘Io parlo della virtù, non di me. Io sono nel profondo dei vizi: e quando grido contro i vizi, grido prima di tutto contro i miei. A me basta togliere ogni giorno qualche cosa dai vizi miei e castigare i miei errori: hoc mihi satis est, cotidie aliquid ex vitiis meis demere et errors meos obiurgare’. Così è: crediamogli”. Che gli vogliate credere sulla parola o no, come invitava a fare Marchesi, dovete sapere che non era una novità neanche ai tempi di Seneca, se proprio lui scriveva che una simile contestazione – “Parli in un modo, vivi in un altro” – era stata già mossa a gente del calibro di Platone, Epicuro, Zenone.

In tempi più recenti, l’accusa è stata rivolta spesso anche a Massimo D’Alema. Prima per via della celebre barca (ormai venduta; in compenso, con il ricavato, si è comprato una tenuta, con relativo vigneto e produzione vinicola) e poi persino per un paio di scarpe. Se dunque pensate che la polemica sull’orologio di questi giorni sia una fesseria, sappiate che appena qualche mese fa, a oltre vent’anni di distanza dall’episodio (è una polemica che risale esattamente all’anno 2000), un ex presidente del Consiglio è dovuto tornare a dare spiegazioni circa la qualità di un paio di scarpe da lui indossate all’epoca, in un’intervista a Sette. Fornendo peraltro una nuova e assai interessante versione. “Me le aveva regalate un artigiano calabrese, di tasca mia non le avrei mai comprate. Una sera vado a cena a casa di Alfredo Reichlin e il suo cane, decisamente malmostoso, le mordeva. Dissi ad alta voce a Reichlin di richiamare all’ordine il cane perché stava mordendo scarpe ‘che costano un sacco di soldi’. E qualcuno dei presenti lo raccontò ai giornalisti. La mia, però, non era la vanteria di quello che spende tantissimi soldi in scarpe artigianali. Era semmai il grido di dolore di un poveraccio, che di fronte a quel cane correva il rischio di rovinare l’unico paio di scarpe di valore che possedeva”. Dal 2000 a oggi, su quelle scarpe si sono scritte pagine e pagine, traendone ogni sorta di considerazione: ideologica, sociologica, antropologica (del cane, invece, non si sono avute più notizie). Proprio tante assurde discussioni, precisazioni e giustificazioni lasciano però l’impressione di qualcosa d’irrisolto. 

Il caso più recente e più clamoroso è senza dubbio quello di Monica Cirinnà, finita al centro di uno strano caso di cronaca, con il ritrovamento di 24 mila euro in contanti nella cuccia del suo cane, nella sua tenuta di Capalbio. Preoccupata forse dalle insinuazioni dei social e dalle ironie delle malelingue sui soldi, sulla tenuta, su Capalbio, la parlamentare del Pd ha sentito dunque il bisogno di giustificare il suo stato d’animo. Dichiarando, testualmente, al Corriere della Sera: “Ero già nei pasticci di mio, nelle ultime settimane. Nei pochi giorni di ferie, cinque per la precisione, sto facendo la lavandaia, l’ortolana, la cuoca. Tutto questo perché la nostra cameriera, strapagata e messa in regola con tutti i contributi Inps, ci ha lasciati da un momento all’altro. Volete sapere il motivo? Mi ha telefonato un pomeriggio e mi ha detto, di punto in bianco: ‘Me ne vado perché mi annoio a stare da sola col cane’”. Sai quanta gente ci vive coi cani e ci parla come agli esseri umani, avrebbe potuto almeno risponderle, se fosse stata meno sulla difensiva. Ma forse Cesare Cremonini non è il genere di cantautore che si usa citare a Capalbio. O magari invece sì: molte cose sono cambiate, dai tempi in cui i politici di sinistra giuravano di ascoltare prevalentemente musica classica e di non guardare la televisione, perché la sera preferivano un buon libro. Ma forse non così tante. Quello che un tempo era ideologia e coscienza di classe, oggi che le ideologie sono morte e le classi sono cambiate (di sicuro, quanto meno, per molti è cambiata la classe di appartenenza), sembra essere rimasto come rimorso e cattiva coscienza, come tic linguistico (e non solo linguistico), come nevrosi. Di qui la catena delle spiegazioni non necessarie, il riflesso implacabile dell’excusatio non petita, la serie infinita delle autodifese non richieste che tradiscono sempre un senso di colpa, fondato o infondato che sia.

Di tutti i tentativi di giustificazione, nessuno è stato però più maldestro di quello di Giovanna Melandri, in una indimenticabile polemica del 2007, quando arrivò a scrivere per l’occasione una piccata lettera all’Espresso, che cominciava così: “Esprimo il mio più profondo rammarico nel leggere la notizia ‘Melandri a Malindi’. Non ho mai soggiornato nella villa di Flavio Briatore a Malindi”. Smentita che probabilmente puntava a giocare sul filo dell’ambiguità semantica di quel “soggiornato”, comunque superata poco dopo dalla comparsa di una foto inequivocabile, che immortalava l’ex ministra nel mezzo di una pista da ballo, e dallo stesso padrone di casa, che signorilmente commentava: “Non credo che una persona si debba vergognare di essere venuta a casa mia”. Fin troppo signorilmente, considerato il tono della lettera, che così proseguiva: “Da molti anni, con la mia famiglia, passo il periodo natalizio a Watamu (e non a Malindi) dove abbiamo recentemente acquistato una casa (non certo una lussuosa dimora) da Daria Colombo, moglie di Roberto Vecchioni, con i quali condividiamo passione e impegno per l’Africa”. A giudicare dalla foto che ne catturava l’ebbrezza dal vortice della danza, ancora facilmente reperibile online, non si direbbe però che Giovanna Melandri ballasse al ritmo di “Samarcanda”, quella notte. Ed è un vero peccato che nel Natale del 2006 Roman Pastore avesse solo sei anni, perché altrimenti avrebbe potuto benissimo essere lì, attaccare bottone con una scusa qualsiasi – “Sai l’ora? mi si dev’essere fermato l’orologio…” – offrirle da bere. E poi, magari, chissà. Che gran finale sarebbe stato. E che grande articolo. 

E invece siamo ancora qui. A fare la morale a un ragazzo per l’orologio, o forse solo perché è candidato nella lista sbagliata, o meglio per la coincidenza delle due cose, e perché non c’è tribù dell’Africa nera che possa darci lezioni, a noi di sinistra, quando si tratta di sacrifici purificatori. Crediamo di essere migliori perché invece dell’orologio, sui social network, sfoggiamo i frutti di una superiore e assai male impiegata istruzione, come se in questo facessimo qualcosa di diverso, come se non fosse anche questo semplicemente l’ostentazione di uno status symbol, di qualcosa che denoti la nostra posizione di superiorità, in un’immaginaria e forse neanche tanto immaginaria gerarchia sociale. Come se questo ci rendesse in qualche modo diversi da tutti quegli inutili scemi, per strada o su Facebook, che si credono geni, ma parlano a caso – come canta quel grandissimo poeta di Cesare Cremonini – mentre noi ci lasciamo di notte, piangiamo, e poi dormiamo coi cani.

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