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Sgridò alunni, ‘da maestra offese volgari, il preside la sanzionò’

Il comportamento dell’insegnante condannata a Parma per abuso di mezzi di correzione nei confronti degli alunni di una classe di una scuola primaria era stato immediatamente segnalato al preside della scuola da una lettera di alcune colleghe e lo stesso dirigente, alcuni mesi dopo, per gli stessi fatti le aveva inflitto una sanzione disciplinare. Emerge dalla motivazione della sentenza del giudice Beatrice Purita, che ha stabilito nei giorni scorsi una condanna a un mese e 20 giorni per la docente. Una decisione che ha ricevuto anche diverse critiche.

    Ma la sentenza depositata ricostruisce uno per uno i resoconti raccolti, dicendo che sono coerenti fra loro, su quanto successo in classe il 16 febbraio 2018, dopo che un bagno venne trovato imbrattato di feci. L’insegnante avrebbe insultato gli alunni, strattonandone uno per il grembiule. Una serie di fonti – i ragazzini, altre maestre e i genitori che raccolsero le confidenze dei figli, in lacrime, sono “coerenti e reiterate” e confermano gli insulti, parolacce anche discriminatorie.

    “Se sgridare gli alunni per una condotta sbagliata non è solo opportuno ma anzi assolutamente doveroso – sottolinea il giudice – tuttavia far degenerare l’ammonimento in volgari insulti significa valicare i limiti del potere correttivo correlato all’autorevolezza del proprio ruolo”. Inoltre “né la difficoltà nella gestione della classe da parte della maestra o l’episodio dell’imbrattamento dei bagni possono giustificare questo tipo di invettive, profferite in modo pressoché indiscriminato nonostante l’assenza di prova di chi fosse il responsabile o se fosse proprio in quella classe”.

    Dunque è dimostrato che le condotte addebitate all’insegnante non sono frutto “di una reazione genitoriale ingiustificatamente iper difensiva e volta a contrastare l’istituzione scolastica, ma, anzi, trovano conferma nelle stesse dichiarazioni delle colleghe” dell’imputata e “nell’irrogazione di una sanzione disciplinare da parte del preside che quell’istituzione rappresenta”.

“Siamo convinti che il diritto di critica dei provvedimenti giudiziari debba essere riconosciuto nel modo più  ampio possibile, costituendo un efficace strumento di esame democratico di un’attività istituzionale, che viene esercitata nel nome del popolo italiano dai giudici che, a garanzia della fondamentale libertà della decisione, godono di ampia autonomia e indipendenza. Tuttavia, ci preme evidenziare che per comprendere e valutare l’operato del giudice sia necessario confrontarsi con la motivazione della sentenza, che è requisito essenziale e costituzionalmente imposto per ogni provvedimento, proprio per far sì che i cittadini, nel cui nome vengono emesse le sentenze, possano  comprendere ed operare un vaglio sull’esercizio del potere giudiziario”, sottolinea la giunta distrettuale dell’Anm dell’Emilia-Romagna, intervenendo sul caso.

Il provvedimento del magistrato, ricorda l’Anm, nei giorni scorsi è stato “oggetto di accese critiche e plateale sdegno, senza però riferire in maniera completa il contenuto  della motivazione” che non era nota al momento nel quale “sono state diffuse le notizie di stampa e i relativi commenti, rimbalzati con grande clamore, così determinando quello che, a  leggere le motivazioni della sentenza, appare un travisamento dei fatti storici in essa delineati, giacché il provvedimento ha ripercorso e valutato – nelle motivazioni appunto – le numerose prove raccolte nel processo”. L’Anm auspica, dunque, che “il dibattito pubblico sulle decisioni giudiziarie, essenziale e doveroso, sia – da parte di tutti – affrontato con compiutezza di informazione e serietà di argomenti, unica garanzia di utilità e proficuità  delle discussioni per i cittadini e per gli operatori della giustizia”

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