Sei moto differenti ai primi sei posti. Il precedente

Sei moto differenti ai primi sei posti. Il precedente

Quella stagione 1972 è rimasta nella storia per diverse ragioni. L’apertura internazionale della 200 Miglia di Daytona, il 12 marzo, vide per la prima volta vincente una Yamaha e una moto a due tempi: con la bicilindrica 350, lo statunitense Don Emde riuscì a battere le grosse 750 tre cilindri Suzuki e Kawasaki, che ruppero i loro motori a raffica.

Poi in Italia, dopo la tradizionale gara di Modena del 19 marzo, molti piloti si erano già trasferiti a Rimini per la Mototemporada quando il prefetto di Forlì fermò tutto: problemi di sicurezza. Saltarono anche le successive Cesenatico e Riccione, la serie romagnola chiuse di fatto in quel 1972.  In compenso, vedemmo nascere la prima 200 Miglia a Imola: il 23 aprile Paul Smart e Bruno Spaggiari dominarono la gara con le Ducati bicilindriche, le capostipiti di una serie straordinaria.

Nel mondiale, campioni di quell’anno furono dei gran bei nomi: Angel Nieto con la doppietta 50 e 125 in sella alle Derbi, Ago con l’accoppiata 350 e 500 sulle MV Agusta. Poi Jarno Saarinen titolato della 250 con la sua Yamaha. Tutte autentiche leggende. E tra i sidecar la coppia tedesca Enders ed Engelhardt con il classico boxer BMW.

GP di Jugoslavia, 18 giugno

Quando si arrivò ad Abbazia, per il GP di Jugoslavia del 18 giugno 1972, il motociclismo era in lutto: una settimana prima, il 9 giugno, il nostro Gilberto Parlotti aveva perso la vita al TT. Il triestino stava dominando la classifica della 125 con la Morbidelli, era al suo primo Tourist Trophy, cadde purtroppo sul bagnato a Verandah e si uccise contro un ostacolo non protetto. Fu la vittima numero 99 dell’isola di Man (dal 1907), da quel giorno Agostini (che gli era amico) si mise alla testa dei contestatori e di fatto il TT sarebbe dal circuito iridato.

Nella 500 -la gara delle sei moto differenti nei primi sei posti della classifica- Giacomo ruppe il motore, come già gli era accaduto nella corsa delle 350. Fu una giornata terribile, per le meccaniche: Pasolini vinse la 250 ma ruppe in 350, il bravissimo Jarno, che era un ingegnere, restò a piedi in entrambe le gare… Di fatto, fuori Ago che partiva dalla pole e stabilì anche il giro più veloce –come già aveva fatto nei cinque GP precedenti e avrebbe fatto nei sei successivi- a vincere fu il suo compagno di squadra in MV, Alberto Pagani figlio di quel Nello campione del mondo nel 1949.

Non fu una vittoria difficile, quella del mio amico Alberto Pagani scomparso quattro anni fa: al secondo classificato, l’inglese Chas Mortimer, rifilò un minuto e 42 secondi; il terzo, il tedesco Eickelberg, prese sette secondi in più e il quarto, Guido Mandracci, fu doppiato. Tutto questo però su una gara molto lunga: trenta giri della pista stradale di circa sei chilometri, per una distanza totale di 180 chilometri.

Le moto: MV Agusta (la tre cilindri e quattro tempi) per il vincitore, Yamaha (la nota e affidabilissima bicilindrica 350 2T maggiorata) per il secondo, Konig (derivato dal motore a due tempi da motonautica) per il terzo. Preparatore del motore Konig era il pilota-ingegnere neozelandese Kim Newcombe, già salito sul podio all’inizio dell’anno. Eickelberg era il secondo pilota. Il motore due tempi, quattro cilindri boxer raffreddato a liquido, era accreditato di una settantina di cavalli e abbinato al cambio Norton Manx. Era forte, Newcombe, e veloce (anche se fragile) la moto; purtroppo Kim avrebbe perso la vita a Silverstone l’anno dopo, quando con la sua creazione era in testa alla classifica delle 500 davanti a Read e alla MV…

Poi, tornando ad Abbazia 1972, quarta classificata fu una Suzuki; una bella bicilindrica derivata dalla Titan, naturalmente a due tempi, per il ligure Mandracci. Era la moto preparata dall’importatore Saiad di Torino, quella che usammo Gianfranco Bonera ed io nella 24 ore di Le Mans dello stesso anno. Chiusa quasi subito per grippaggio e una biella piegata.

Era invece una Husqvarna la moto dello svedese Bo Granath, quinto classificato. Il motore era un bicilindrico 500 due tempi raffreddato ad aria, realizzato tre anni prima dall’ingegnere dell’Hsqvarna Ruben Helmin proprio su insistenza di Granath e via via aggiornato. Potente e abbastanza affidabile, diede al pilota diverse soddisfazioni e un paio di titoli nazionali.

Infine, la Kawasaki dell’inglese Dobson classificata al sesto posto in quel GP del giugno di 49 anni fa. Il tre cilindri della H1 era il più accreditato, in quegli anni per i piloti privati: bastava sostituire il telaio originale, inadeguato anche per l’uso stradale, con un buon telaio artigianale. Seguirono in classifica tre piloti italiani, in quel GP di Abbazia: Giampiero Zubani (Kawasaki anche per lui), Sergio Baroncini (Ducati) e al decimo posto Roberto Gallina con la Paton bicilindrica quattro tempi.

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