Ho letto con grande interesse l’articolessa che oggi Michela Murgia dedica a Roberto Saviano e Giorgia Meloni. Dopotutto è così: quando assumi l’incarico di avvocato delle cause perse, devi fare il lavoro fino in fondo. E in questo la parrocchietta savianiana, composta dagli intellettuali che si sussurrano a vicenda “guarda caro quanto siamo bravi”, si sta impegnando alacremente. Senza sosta.

La tesi, che oggi Murgia rivendica, è sintetizzabile in quattro parole: immunità per gli scrittori. In sostanza la principessa della Scwha vorrebbe che gli autori di libri, e mi auguro a questo punto pure i giornalisti, avessero una sorta di salvacondotto quando criticano i politici. Qualsiasi cosa dicano. Visto che deputati e senatori non possono essere perquisiti o arrestati come i comuni cittadini, chi li critica si troverebbe in una situazione di svantaggio. E dunque sarebbe giusto che “il potere” non quereli i “cani da guardia”. Le libertà dei politici e di chi li critica – dice Murgia – “non sono a rischio in modo equo, perché nessuno potrebbe difendersi con gli stessi strumenti economici, mediatici e di influenza politica di un capo di governo”.

Ci sono però diverse cosucce che non tornano nel ragionamento della Murgia. Primo: non è vero che Meloni sta portando Saviano in tribunale “come presidente del Consiglio”. L’ha spiegato bene ieri il premier: quando l’ho denunciato, ero ancora all’opposizione. L’analisi temporale dei fatti dovrebbe scoraggiare la parrocchietta ad affermare il contrario. E poco importa se “la stampa internazionale” racconta “con incredulità” quanto succede all’autore di Gomorra: intanto perché a scandalizzarsi è soprattutto il Guardian, con cui Saviano collabora; e poi perché evidentemente dalle parti di Londra s’informano dalle fonti sbagliate. Altrimenti capirebbero facilmente che se il problema fosse “il politico che querela il cronista”, allora Saviano avrebbe dovuto fare il martire qualche anno fa e non adesso che Fratelli d’Italia governa. E che se invece sta montando questa tragedia greca oggi lo si deve solo ad un innato desiderio di vittimismo teatrale. Se potessero, evocherebbero l’olio di ricino. La fascista contro il partigiano Roberto. C’intendiamo?

Secondo: qui la libertà di opinione e critica politica non è affatto “a rischio”. Altrimenti Murgia si sarebbe indignata quando un tribunale ha chiesto il carcere (il carcere!) e poi condannato i direttori di Libero per aver titolato “Patata bollente” in riferimento all’allora sindaco di Roma, leader di uno dei partiti più in voga al momento. Come mai quella “opinione” divenne “sessismo e odio” mentre “bastarda” si può dire liberamente? E se qualcuno avesse chiamato “bastarda” Michela Murgia?

Certo, per miss. Schwa la Meloni avrebbe la “responsabilità politica” dei decessi nel Mediterraneo solo perché chiedeva di rimandarli indietro. Ragionamento opinabile, ma legittimo. Tuttavia mi domando: può questo giustificare la parola “bastarda”?

Perché la combriccola savianana può girare la frittata come più le piace. Ma mr. Gomorra non ha criticato le politiche della Meloni. L’ha banalmente insultata. Sta tutto qui il clamoroso errore di Mugia&co. Saviano poteva limitarsi a dire: “Come avete potuto?”. Oppure: “Siete colpevoli di quei decessi, come avete potuto?”. Invece ha scelto una parola, “bastardi”, che secondo Treccani è un termine ingiurioso e nulla ha a che vedere con la critica politica. Sarebbe bastato scegliere altre locuzioni. Sarebbe anche bastato chiedere “scusa”. Forse sarebbe bastato usare la scusa della comprensibile emozione da talk show. Ma straparlare di democratura è un’idiozia che si fa davvero fatica a comprendere.

Giuseppe De Lorenzo, 30 novembre 2022

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