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Qual è la vera sfida di Letta e Calenda

Che cosa cela trattativa e accordo fra Letta e Calenda. L’analisi di Gianfranco Polillo

 

La ragione contro il sentimento. La strategia che cozza con la tattica. Dietro queste antitesi ci sono anni di storia patria. Quel lungo periodo che, soprattutto nella Seconda Repubblica, ha fatto più volte impazzire la sinistra italiana, continuamente sottoposta ai rischi di un cortocircuito permanente. Con possibilità di mandare tutto in malora, sia quando era il centro a negare il proprio appoggio, sia quando la replica avveniva, invece, a sinistra. Clemente Mastella che, nel 2008, si dimette da Guardasigilli, a seguito dell’arresto di sua moglie Sandra Leonardo. E interrompe la legislatura. Dieci anni prima, era stato, invece, Fausto Bertinotti a far cadere il Governo Prodi, con gli stessi inevitabili effetti.

Un puzzle da spiegare, visto il suo continuo rinnovarsi. Mutano i tempi, cambiano le stagioni, ma alla fine la lingua batte sempre dove il dente duole. Eppure la prassi avrebbe dovuto suggerire il contrario. Specie nel mondo anglosassone, la teoria dei giochi, quella che fa capo a John Nash, aveva fatto scuola. Una sua applicazione, seppure dopo una serie di passaggi, attraversando gli schemi del duopolio, con il teorema di Hotelling, era giunta fino a svelare l’arcano dell’elettore mediano. L’idea, cioè, che in un sistema bipolare sia quest’ultimo – una sorta di normal tipo – a governare i risultati elettorali.

Al di là dei ragionamenti più formali, la spiegazione era piuttosto semplice. Le preferenze degli elettori, tra due schieramenti contrapposti, possono essere rappresentati da una curva gaussiana. Dalla tradizionale forma a campana. Il punto di addensamento delle massime frequenze coincide, graficamente, con la sommità della curva. E, sull’asse dell’ascissa, con l’elettore mediano. Che è colui che rappresenta lo spartiacque tra le due posizioni contrapposte. Il che significa che la somma delle preferenze alla sua sinistra è esattamente pari a quelle della sua destra.

Perché è destinato a vincere? Perché il suo voto, per così dire, vale doppio. Se invece di scegliere la soluzione A, opta per la B. La prima perde un voto, che viene acquistato dalla seconda, per cui le relative distanze aumentano di due. Che succede, invece, se l’elettore, che si trova all’estremo dello spettro elettorale, non condivide la scelta del suo partito di riferimento? Difficilmente voterà per l’altro. Quasi sicuramente si asterrà dal partecipare al voto. La perdita, in questo caso, sarebbe solo di 1. E non di 2 come nel caso precedente. In più le eventuali astensioni, sia a destra che a sinistra, avrebbero l’effetto di appiattire la curva e, quindi, di far crescere il peso relativo degli elettori mediani.

Lo schema appena descritto spiega le due diverse posizioni: quella di Calenda e di Letta. Sostiene il primo: se Azione andrà da sola, rifiutandosi di partecipare ad un’alleanza ritenuta spuria per la presenza di Di Maio, Frantoianni e Bonelli, può sottrarre voti al centro destra, proprio in virtù del teorema appena ricordato. Per Letta, invece, il problema è battere la destra grazie ad uno schieramento tipo CLN. Il centro sinistra perderà qualcosa a destra, ma in compenso recupererà almeno una parte degli elettori estremi.

Questo in teoria. In pratica si dovrà tener conto delle caratteristiche specifiche di questa (brutta) legge elettorale. Quasi un terzo dei seggi è uninominale: la palma della vittoria spetterà a colui che conquisterà un solo voto in più. Obiettivo più facile da realizzare per una coalizione di partiti, che non per la singola formazione politica. Considerazione, quest’ultima, che porta acqua al mulino del PD. Pena, tuttavia, l’incoerenza di una posizione più complessiva. Mettere insieme i teorici dell’”agenda Draghi” e coloro che, in quest’ultimo periodo, hanno sistematicamente negato la fiducia al governo, è indice di un trasformismo difficile da giustificare.

Da qui nasce anche l’accordo siglato in extremis fra Letta (Pd), Calenda (Azione) e Della Vedova (+Europa).

Non possiamo fare a meno di notare altre circostanze. Dal 1994 in poi, se si esclude il primo Governo Berlusconi, rimasto in carica solo 6 mesi, nelle successive legislature, il centro destra ha mostrato una coesione ben superiore: 5 anni i Governi Berlusconi 2 e 3 (2001/6), 3 anni il Berlusconi 4. Il centro sinistra, al contrario, ha avuto la tendenza a sfarinarsi. Prodi, D’Alema 1 e 2, quindi Amato 2, nel periodo 1996/2001. Quindi ancora Prodi (2), ma per meno di due anni: 2006/08.

Dati indicativi. Dimostrano che la maggiore eterogeneità della sinistra, quel suo non saper scegliere tra centro e posizioni estreme, ne hanno in qualche modo tarpato le ali. Sia alimentando lotte intestine, che hanno portato a rapidi cambiamenti della compagine governativa, sia ad un forte ridimensionamento temporale delle legislature in cui la sinistra aveva superato la prova elettorale. C’è forse una qualche ragione? Forse si, specie se la situazione italiana si paragona a quella degli altri Paesi europei. Su quella italiana sembra, infatti, ancora pesare una grande anomalia. Il retaggio di quello che, in passato, era stato il più forte partito comunista dell’Occidente.

In Italia non c’è mai stata una Bad Godesberg, come in Germania, né tanto meno un François Mitterrand capace di scalzare la vecchia egemonia dei comunisti francesi, dando alla Francia la possibilità di riconciliarsi con la cultura europea ed occidentale. In Italia è stato sempre prevalente lo slogan, giustificato in mille modi differenti: “pas d’ennemis à gauche”. Fino al punto di considerare le stesse formazioni terroristiche degli anni ‘70, semplici “compagni che sbagliano”. Gli anni ‘70: mezzo secolo fa.

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