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Perché non regge la propaganda russa sull’Ucraina

L’analisi di Gianfranco Polillo

 

Partiamo da una premessa. L’anelito per la pace non può essere monopolio solo di alcuni. Gli altri non sono guerrafondai. Hanno forse un pizzico di realismo in più. Come ha cercato di spiegare lo stesso Mario Draghi ai bambini: se un uomo grande e grosso picchia uno più debole, l’unica cosa che si può fare é fermarlo. Non certo limitarsi ad invocare una tregua che gli consenta di continuare a sopraffare. Elementare Watson, anche se sono in molti a far finta di non capire. La pace, quando verrà, dovrà essere preceduta dalla decisione di Putin di mettere fine a quell’orrenda carneficina che colpisce, seppure in modo differenziato, i civili ed i resistenti dell’Ucraina, da un lato; le truppe d’invasione dall’altro. Troppo spesso considerate poco più che carne da cannone.

Solo quando vi sarà quella tregua da molti invocata, si potrà cominciare a tessere la tela di un possibile armistizio. Ma fin quando le truppe d’invasione utilizzeranno tutto il loro potenziale bellico per sottomettere un popolo libero, allora non resta che resistere. Con tutti i mezzi possibili e quindi con le armi che sono in grato di colmare, almeno in parte, lo squilibrio tra Davide e Golia. Logica stringente, come si vede, che lascia poco spazio ad esortazioni ecumeniche, completamente fuori della realtà. E quindi destinate a favorire l’azione militare del più forte.

Ma – si dice – per capire il puzzle del Donbass bisogna risalire agli anni passati. Al 2014, in particolare. Da allora era iniziata una cruenta guerra civile tra ucraini di rito russo ed ucraini di fede occidentale che ha provocato migliaia di morti. Più di 14 mila, da ambo le parti, secondo le fonti più accreditate. Ebbene se l’invasione russa voleva porre fine a quelle reciproche violenze è difficile poter riconoscere che quel risultato sia stato in qualche modo raggiunto. Al contrario le vittime, da ambo le parti, sono state cento volte tanto. Le distruzioni infinite. I profughi costretti a lasciare le proprie case distrutte e polverizzate in milioni di individui.

Se quello era l’obiettivo, forse esistevano strumenti meno barbarici per realizzarlo. Tanto più che la Russia fa parte del Consiglio di sicurezza dell’ONU. Per cui, grazie a quel privilegio, poteva dispiegare una potente iniziativa diplomatica in grado di coinvolgere nella vicenda l’opinione pubblica internazionale. E minacciare l’eventuale intervento armato solo come estrema ratio, nel caso fosse fallita ogni altra possibile soluzione pacifica. Ma di tutto ciò non esiste traccia negli annali. Al contrario, Putin ha nascosto fino all’ultimo le sue reali intenzioni, camuffando il tutto dietro finte esercitazioni militari ai confini di quel Paese. Talmente segrete che le stesse truppe d’invasione, salvo un pugno di alti ufficiali, non erano state messe al corrente della reale portata della missione.

Si dirà che Putin si aspettava, sulla scorta delle indicazioni della sua intelligence, un ingresso trionfale: non come indesiderato occupante, ma come acclamato liberatore. Scusa poco credibile: buona per scaricare sui sottoposti le proprie responsabilità. Non certo per esimersi dalle colpe che ricadono sempre sul comandante in capo. C’é solo da ricordare quanto accadde nel 2014. Gli scontri violenti, durati settimane, in Piazza Maidan, tra la polizia di Viktor Janukovyč e decine di migliaia di manifestanti che non volevano finire nelle fauci dell’orso russo. Gli sarebbe bastato leggere le corrispondenze di Eliseo Bertolasi, corrispondente italiano di “Golos Rossii (Voce della Russia) – Italia”. Se proprio non poteva permettersi il lusso di inviare in loco qualche “barba finta” del suo apparato militare. Ed avrebbe compreso la portata del dissenso.

La successiva annessione della Crimea, a seguito di un referendum farsa, altro non era stata che la conseguenza della sconfitta e fuga dello stesso Janukovic. Che non aveva certo dimenticato di essere stato, in passato, un alto dirigente del partito comunista ucraino. Quest’ultimo colpo di mano era stato relativamente facile. Sebastopoli, la città fortezza situata sull’estremità sud della Crimea, era stata da sempre la base della potente flotta russa del Mar Nero. Di cui si cominciò a parlare fin dalla fine del ‘700: ai tempi di Caterina II di Russia, che ne aveva decretato l’annessione all’impero russo, sottraendola a quello ottomano. Negli anni, la presenza russa era continuamente aumentata, nei diversi ormeggi situati nelle baie in prossimità di Sebastopoli, istituendo il grande arsenale navale a Mykolaïv, edificando aeroporti militari in tutta la regione.

Nel 1991, la dissoluzione dell’URRS aveva portato all’estromissione della flotta russa da Sebastopoli, che diventava così esclusivo rifugio di quella Ucraina. Ne era derivata una complessa trattativa che nel nel 1997, con il Trattato di amicizia russo-ucraino e il Trattato di divisione della flotta del Mar Nero, aveva consentito di raggiungere un accordo. In base ad esso si istituivano due flotte nazionali indipendenti. Quella russa poteva ancora utilizzare il porto di Sebastopoli, ma solo dietro pagamento di una locazione annuale, come previsto dal Patto di Charkiv. Patto che lo stesso Janukovic, poco prima della sua fuga in territorio russo, aveva cercato di prorogare per un lungo periodo.

Dati questi precedenti, non era stato difficile alle truppe russe, di stanza a Sebastopoli, dare una mano nell’organizzare la secessione. Operazione per altro condotta in modo maldestro. La presenza dei cosiddetti “omini verdi”, gente in tuta mimetica senza insegne,fu registrata sia dagli abitanti non schierati con i russi, che dall’intelligence di numerosi Paesi. Per cui quando si trattò di ratificare il referendum a favore di un’indipendenza, che avrebbe solo dovuto portare quel pezzo di terra, il cui valore strategico non può essere trascurato, in dote alla Russia di Putin, il rifiuto delle principali cancellerie a livello internazionale fu generale.

Come si può vedere dalle cose appena dette, non esiste alcuna remora a discutere del pregresso. La vicenda della Crimea ebbe, infatti, un effetto domino. Spingendo le due future repubbliche, anch’esse indipendenti, di Doneck e di Luhans’k, a tentare la stessa carta. Sempre con l’aiuto dei russi, approfittando, in questo caso, della vicinanza della relativa frontiera. Solo che questa volta la reazione degli ucraini non si fece attendere, come mostra la storia del battaglione Azov. Subito ribattezzato dai russi come un covo di nazisti. Ed invece semplici milizie irregolari, decise a non capitolare di fronte all’iniziativa politica di una potenza, come la Russia, il cui passato, ma anche il presente, non deponeva certamente a favore dei principi di libertà e democrazia.

Questa quindi, per sommi capi, lo snodarsi di una vicenda quanto mai complessa. Forse l’Occidente ha qualche scheletro nell’armadio? Certamente in molte altre occasioni. Iraq e Libia solo per citare due casi. Ma guardando a questa parte del mondo, le colpe principali sono di chi sta scegliendo la guerra per risolvere le controversie internazionali. E questo non può essere consentito, se non a rischio di aprire un vaso di Pandora dalle conseguenze tanto terribili, quanto imprevedibili. Per cui a coloro che lamentano l’ingerenza dell’Occidente o della NATO, in difesa ed a sostegno del popolo ucraino, é bene ricordare quanto successe nel 1956 (Ungheria) e nel 1968 (Cecoslovacchia). Anche allora vi fu chi solidarizzò con l’armata rossa, commettendo un errore storico imperdonabile, destinato a pesare per anni sulla vita politica italiana.

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