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Perché non concordo con Paolo Mieli sulle putinate italiane

I Graffi di Damato

Nella sua doppia e fortunata professione di giornalista e di storico – con la precedenza al giornalismo dovutagli per essere stato non una ma due volte direttore del Corriere della Sera- il mio amico Paolo Mieli mi è sembrato un po’ in apprensione per la scommessa che ha praticamente fatto sulla campagna elettorale italiana, parlandone proprio col suo giornale, Dmitrij Suslov. Che dirà poco forse ai più giovani, anche nella veste ricordata da Mieli di direttore del Centro russo di studi europei e di uomo vicino al Cremlino. Ma che ai meno giovani fa forse più impressione per l’omonimia o la familiarità -non lo so neppure io- con Michail Andreevic Suslov: il famoso e temutissimo custode dell’ideologia comunista ai tempi, in particolare, di Leonid Breznev.

Egli morì in tempo, nel 1982, per risparmiarsi il trauma, vissuto invece da Putin, della caduta per implosione dell’Unione Sovietica, ma anche per lasciare un ricordo temo poco felice in parecchi, importanti comunisti italiani che erano incorsi, o avevano solo corso il rischio di finire sotto la sua osservazione, a Mosca, subendo ritardi di carriera, quanto meno.

Del Suslov, fortunatamente, dei soli nostri giorni ha colpito Mieli la previsione che “il nuovo governo italiano aggiusterà l’approccio alla guerra e ai rapporti con Mosca”. Alla guerra, cioè, in Ucraina ancora lontana da ogni soluzione, militare o diplomatica che si voglia immaginare.

Pur rincuorato a suo modo dalla convergenza atlantista fra il segretario del Pd Enrico Letta e la leader della destra Giorgia Meloni, che tengono ad essere, e non solo ad apparire, i principali o veri antagonisti di questa campagna elettorale, al di là anche degli schieramenti che hanno alle spalle, Paolo teme che Suslov abbia colto “alcuni segnali che sono nell’aria” a favore degli interessi o delle attese del Cremlino.

D’altronde, proprio mentre Mieli scriveva il suo editoriale, al raduno ciellino di Rimini, caduto quest’anno nel mezzo della prima campagna elettorale d’estate in Italia, Matteo Salvini raggiungeva il palco del dibattito di giornata, per parteciparvi con l’alleata Giorgia Meloni e gli avversari Enrico Letta e Luigi Di Maio, sbuffando a parole e a gesti contro le sanzioni alla Russia per l’aggressione all’Ucraina.

Il centrodestra, si sa, ha le sue “anime” come religiosamente si chiamavano le correnti nella Dc, altrettanto il cosiddetto centrosinistra, lo stesso polo centrista fresco d’anagrafe e persino quel monolite cui Giuseppe Conte vorrebbe ora fare assomigliare il suo MoVimento 5 Stelle bruciando ponti e ponticelli sopravvissuti alla prima onda d’urto contro il Pd.

Eppure quel “clima che piace a Mosca”, tanto avvertito da Mieli da essere diventato il titolo del suo editoriale, penso che sia un po’ esagerato, come affrettati mi sono sembrati tutti i brindisi, metaforici ed effettivi, levatisi al Cremlino all’annuncio delle dimissioni di Mario Draghi da presidente del Consiglio. E ripetuti anche dopo quello assai meno festoso dello stesso Draghi rimasto al suo posto, con tutti i ministri, per la gestione dei cosiddetti “affari correnti”. Fra i quali ci sono fatti e parole in un contesto di “emergenze” che il capo dello Stato ha voluto sottolineare sciogliendo le Camere ma confermando il governo.

Tra i fatti, per citarne solo uno, c’è il perdurante aiuto militare anche italiano all’Ucraina. Tra le parole ci metterei quelle appena pronunciate dal presidente del Consiglio Draghi nel collegamento con la Conferenza per la Crimea che si è svolta nel trentunesimo anniversario della proclamazione dell’indipendenza dell’Ucraina e nel sesto mese della guerra russa d’invasione: una Crimea, a proposito, che anche il presidente turco Erdogan ritiene spetti ancora all’Ucraina. E la cui annessione da parte russa fu invece festeggiata nel 2015 sul posto da Silvio Berlusconi, per fortuna non più presidente del Consiglio italiano.

“L’Italia -ha rinfrescato la memoria Draghi- ha costantemente condannato l’annessione illegale della Crimea e la graduale militarizzazione della penisola da parte di Mosca. Siamo profondamente preoccupati per il peggioramento della situazione dei diritti umani nella penisola e siamo al fianco della comunità tatara di Crimea contro la violenza e l’ingiustizia di cui soffre. La lotta per la Crimea fa parte della lotta per la liberazione dell’Ucraina”, colpita “lo scorso febbraio – ha tenuto a ricordare ancora Draghi – con attacchi lanciati” proprio dalla Crimea, che continua ad essere usata “per esercitare pressioni militari su altre aree, in particolare sulle città portuali di Mykolav e Odessa”. “La comunità internazionale -ha concluso Draghi- non può girarsi dall’altra parte”.

Contemporaneamente -e non credo proprio a caso- dopo avere definito “scellerata” la guerra perdurante in Ucraina il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha revocato altre dieci onorificenze italiane a russi. Parole e fatti insieme, questa volta. L’Italia insomma, pur tra difficoltà esterne e interne, anche questa volta “ce la farà”, come ha detto ieri Draghi a Rimini accolto con entusiasmo dai ciellini.

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