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Perché la Lega non si slegherà

Il corsivo di Paola Sacchi

 

Nonostante la secca affermazione di Mario Draghi, che, come un “legologo” di lungo corso, evidentemente anche istruito dal suo amico ministro Giancarlo Giorgetti, in conferenza stampa ha detto :”La Lega, a differenza di altri partiti che hanno 5 o 6 correnti, ha un solo capo che è Matteo Salvini”, sui giornali mainstream è ormai tutto un fiorire non solo delle “due Leghe”, vecchia telenovela, ma anche delle “venti Leghe”. E chi più ne vede più ne metta.

Evidente che Draghi non lo abbia detto per mera generosità, ma abbia sottolineato quello che è un dato di fatto, nello stesso dna di quel partito dal fondatore Umberto Bossi in poi, perché vuole un Salvini meno di lotta, dimostrando però così che lui, a differenza del Pd che lo vorrebbe “licenziare” ogni due per tre, del “capitano” ha bisogno nel governo. O magari anche per un’eventuale corsa al Colle, secondo smaliziati osservatori?

Salvini comunque, testardo come è fin da quando era un giovane militante del Carroccio – come ha ricordato nell’intervista al direttore del Tg2 Gennaro Sangiuliano, alla festa Itaca a Formello, si era segnato tutte le fontanelle di Milano dove andare con il secchio a fare la colla per attaccare i manifesti – ha ribadito per l’ennesima volta che lui dal governo non se ne va manco per sogno. E che lo ha sempre animato la convinzione, qui è parso dare una frecciatina a Giorgia Meloni, che “nella vita devi essere protagonista, non guardare le cose da fuori”.

Ha invitato il suo popolo, che lo ha a lungo applaudito – qualcuno direbbe una delle due tante Leghe – a resistere “perché verranno momenti ancora più difficili”, dopo aver detto che certamente a lui piacerebbe vedere Silvio Berlusconi al Colle, elogiandone il modo come si è mosso in politica estera. Ma, al di là di come andrà per il Quirinale , sembra come essersi formata sotto traccia nel mainstream mediatico, quasi tutto orientato a sinistra, una maggioranza “Ursula”, tutta di carta però, volta a escludere la Lega dalle elezioni per il Colle con gli occhi puntati alle elezioni politiche del 2023 , se non anticipate al 2022, ipotesi però molto più difficile.

Al fondo un obiettivo: cercare di screditare quello che lo stesso politologo Roberto D’Alimonte sul Sole 24 ore, pur sottolineando i rischi che corre il Matteo Salvini di lotta e di governo, ha definito il “capolavoro” del “capitano ” e cioè la sua Lega nazionale.

I rischi ovvio che Salvini, tallonato nei sondaggi dalla leader di FdI Giorgia Meloni, per alcuni sorpassato seppur di poco, per altri invece ancora prima forza politica italiana, li corre sulla linea contro l’obbligo sui vaccini, che non significa esserne affatto contrari e su altro nella netta polemica con il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, a fronte di dati precisi che evidenziano un amplissimo, vistoso aumento degli sbarchi.

Ma quello che colpisce del mainstream mediatico è la convinzione di base che traspare da certe editorialesse che Salvini sia un intruso, che tanto prima o poi il suo “capolavoro ” si sgonfierà. insomma sembra un po’ lo stesso esercizio mentale autoesorcizzante compiuto invano dalla sinistra per una ventina d’anni e passa con Silvio Berlusconi e il suo “partito di plastica”. Con tutte le differenze del caso.

Eppure sugli stessi giornali non è mai stata compiuta una seria analisi, come si faceva una volta, andando per classi sociali, per ceti professionali, sul perché la Lega di Salvini sia diventata primo partito italiano. Gli stessi numeri dicono che è stata votata trasversalmente dai ceti più popolari fino alla cosiddetta borghesia anche medio-alta in certe realtà. E invece resta sempre la narrazione un po’ pigra e anche molto interessata dettata dagli stereotipi interpretativi di sempre che la Lega sia rimasta la Lega Nord, pur restandone questa base fondamentale. E che il resto, dopo il “Dio Po”, sia tutta una cosa “fascista” , “razzista” e poveri elettori raggirati come “analfabeti funzionali”. Questo senza mai spiegare davvero perché la sinistra e i Cinque Stelle sono crollati.

L’altra sera a Formello però, ad esempio, c’era anche Mario Baccini, noto esponente del “centro” politico romano. E come lui, accanto a militanti e dirigenti ex An, altri esponenti o elettori del mitico ex centro politico si sono visti in questi anni nelle platee leghiste, anche nel centro Italia e al Sud. E molti elettori anche non leghisti sono andati a firmare quest’estate ai banchetti della Lega per i referendum con i Radicali sulla giustizia.

Il mondo cambia, tranne che quello di carta.

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