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Perché il Partygate continua a turbare Boris Johnson

La Camera dei comuni ha approvato una mozione di accusa legata al Partygate che, se provata, potrebbe costringere Johnson alle dimissioni. L’articolo di Daniele Meloni

 

Con un voto all’unanimità senza opposizione la Camera dei Comuni ha approvato ieri a Westminster la mozione proposta dai Laburisti per deferire il Premier Boris Johnson al Committee of Privileges con l’accusa di avere “tratto in inganno il Parlamento” per il partygate. In caso l’accusa sarà provata – la Commissione è comunque composta da una maggioranza conservatrice – Johnson potrebbe essere costretto a dimettersi.

È stata una giornata convulsa all’interno del partito Tory. Fino alla tarda mattinata l’ufficio dei capigruppo del partito – Whips Office – aveva dato ordine ai 359 parlamentari di votare a favore di un emendamento che chiedeva di posticipare il voto a dopo la fine delle indagini della polizia e alla pubblicazione completa del rapporto di Sue Gray. Poi, all’improvviso, l’ordine è cambiato, ed è stata data libertà di coscienza ai deputati Conservatori sulla votazione. La loro astensione ha fatto sì che la mozione delle opposizioni fosse approvata senza nemmeno andare alla conta in aula.

Cosa ha fatto cambiare idea agli Whip? Forse, il capogruppo, Chris Heaton-Harris e il suo vice, Chris Pincher, entrambi di recentissima nomina, hanno sottovalutato la rivolta in seno al partito. Con le elezioni che si avvicinano e le amministrative dietro l’angolo nessun deputato vuole mostrarsi come colui che blocca un’inchiesta sulle presunte bugie di un politico, a maggior ragione di quelle di uno così in vista come il Primo Ministro. Oppure, i più maligni sostengono che il mood sia cambiato dopo che Johnson, nel volo che lo portava in India per un incontro bilaterale con il premier indiano Modi, ha affermato di “volere guidare i Tories alle prossime elezioni” parlando con i giornalisti. Una cosa inaccettabile per un partito molto provato dalla vicenda partygate. Insomma, in casa del partito di maggioranza si è voluto evitare una riedizione del caso Paterson, quando gli Whip diedero ordine di difendere il deputato che aveva violato le norme del Parlamento sull’attività di lobbying per poi fare retromarcia – con conseguenti dimissioni dello stesso Owen Paterson – già il giorno dopo, in seguito alle mail e alle telefonate schiumanti rabbia ricevute dai propri elettori.

Così, mentre Johnson affermava che avrebbe accettato un’indagine sulle sue parole a conclusione dell’inchiesta della Metropolitan Police, a Westminster altri parlamentari si esprimevano contro di lui: William Wragg ma, soprattutto, Steve Baker, l’arci-brexiteer, hanno espresso la volontà che Johnson lasci il suo incarico. Solo 24 ore prima Baker aveva detto di accettare le “umili scuse offerte dal Primo Ministro”. La questione, ovviamente, non è il partygate in se, ma la futura direzione del partito Conservatore e chi potrà guidarlo a vincere le prossime elezioni. I due più eminenti parlamentari schieratisi contro il premier sono, finora, il Presidente della Commissione Difesa della camera, Tobias Ellwood, e quello del Covid Recovery Group interno al partito, Mark Harper, ex candidato alla leadership qualche anno fa.

Tradito dall’incapacità degli Whip di cogliere gli umori del partito e di arrivare a una onorevole resa in Parlamento – a proposito: non sarebbe stato meglio che fosse stato direttamente il partito Conservatore a proporre, per trasparenza, il deferimento del Primo Ministro? – Johnson dall’India non ha potuto fare altro che fare buon viso a cattivo gioco. Nelle retrovie, mentre il Labour canta vittoria, si prepara la corsa alla leadership Tory: i bookmakers danno favorita il ministro degli Esteri, Liz Truss, davanti al Presidente della Commissione Esteri dei Comuni, Tom Tugendhat, e a quello della Commissione Salute, Jeremy Hunt, già rivale di Johnson nel contest del 2019.

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