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Perché dico: bravo Calenda

Forse Carlo Calenda pagherà, ma non è detto, per questo suo azzardo. Ma meglio così: piuttosto che rendersi responsabile di una storia da tempo esaurita, quella del partito erede anche dell’ex Pci. Il commento di Gianfranco Polillo

 

La cosa che è piaciuta meno è stata la risposta del Pd alla lunga sofferta intervista Carlo Calenda, nella trasmissione di Lucia Annunziata. Quell’annuncio di divorzio dal patto in precedenza sottoscritto con Enrico Letta, a causa dell’intervenuto nuovo accordo con Nicola Frantoianni ed Angelo Bonelli, le cui clausole lo contraddicevano in radice. Perché l’uno o l’altro. Si può essere in linea di continuità con l’agenda Draghi oppure sostenitori della più assoluta discontinuità. Cinquantaquattro voti contrari, come quelli di Sinistra italiana. Si può essere per il nucleare di nuova generazione, o escluderlo, sognando solo energie rinnovabili. Non si può essere tutte e due le cose.

C’era eventualmente una soluzione di mezzo, seppure all’italiana. Consentire alle due new entry di avere quel “diritto di tribuna”, anche potenziato, come seggi e partecipazioni in lista, ma senza giungere ad esplicitare una linea politica, che, nei fatti negava gli impegni programmatici sottoscritti in precedenza. Ma la verità, come sempre è capitato al Pd, è che una buona parte del suo gruppo dirigente – da Andrea Orlando, a Nicola Zingaretti, passando per Goffredo Bettini. – erano pronti a farsi tagliare una mano piuttosto che consentire ad un liberal-democratico, come Carlo Calenda, di avere voce in capitolo sul tema delle alleanze. Specie a sinistra.

Vecchia tradizione. Una volta erano i socialisti di Bettino Craxi a farne le spese. Colpevoli di non piegarsi all’egemonia del più forte partito comunista dell’Occidente. Quindi i “riformisti”, o meglio i “miglioristi” del Pds, nati come gruppo organizzato all’indomani del crollo del muro di Berlino. Ma continuamente bersagliati dalla sinistra interna del partito. Perché colpevoli di voler solo “migliorare” il contesto in cui erano chiamati ad operare. Quando invece, di fronte al fallimento storico del “socialismo realizzato”, quella stessa sinistra non era più in grado di esprimere un qualcosa di sensato.

Oggi la storia in qualche modo si ripete, ma nella forma della farsa, come temeva il vecchio Marx. Andando ben oltre quello ch’era lecito aspettarsi. Si poteva, appunto, chiamare in causa la pessima legge elettorale, che dominerà la competizione di settembre. Una legge fatta per garantire al tempo stesso il massimo della rappresentanza parlamentare ed il minimo della successiva governabilità. “The stack law, la legge dell’accatastare, dell’ammucchiare”: come l’ha definita Angelo Panebianco dalle pagine del Corriere della sera. Partire da quella consapevolezza, per poi cercare di predisporre, in corso d’opera, meccanismi tali da scongiurare altri casi à la Turigliatto. Gli uomini di sinistra-sinistra che affossarono il Governo Prodi. Avrebbe, forse, consentito di salvare capre e cavoli. Pur non riuscendo a sanare un vizio di fondo. Sul quale occorre, ancora, riflettere.

Il Pd è stato maggioranza di governo, in questa legislatura, dal 5 settembre 2019. Enrico Letta è stato eletto segretario del partito dal 14 marzo 2021. Prima di lui la lunga gestione di Nicola Zingaretti. La vecchia sinistra post comunista, così lontana da ogni effettiva cultura di governo. C’era, quindi, tutto il tempo per tentare, almeno, di cambiare la legge elettorale, al fine di riconciliare i meccanismi della rappresentanza popolare con quelli della governabilità. Ma nulla è stato fatto. È stato meglio insistere, per altro senza costrutto, sulla legge Zan per i diritti della comunità LGBT, lo Ius Scholae o la legalizzazione della cannabis. Scelte, indubbiamente identitarie, ma mille anni luci lontane da quella che sarà l’Italia del prossimo ottobre, quando inizierà la XIX legislatura.

Queste sono le colpe principali dell’attuale gruppo dirigente di quel partito. Che ha governato l’Italia per i tre quarti del tempo utile. Soprattutto in compagnia di una forza minore, per la sua inesperienza, come quella dei 5stelle, alla quale doveva fare da tutor. Invece di subire il fascino (si fa per dire) di Giuseppe Conte. “Oggettivamente un punto fortissimo di riferimento di tutte le forze progressiste”, secondo il modo di vedere dello stesso Zingaretti, nella sua veste di segretario del partito. Ambiguità che, nel caso del mancato accordo con Carlo Calenda, sono riemerse, all’improvviso, staccandosi da quel fondo limaccioso in cui erano finite.

Che succederà ora è difficile da prevedere. L’idea di un nuovo Comitato di liberazione nazionale, contro la Destra, con la D maiuscola, scalda solo i cuori di una minoranza di irriducibili. Il Governo Draghi ha dimostrato quanto sia necessario ed indispensabile lasciare alla storia il giudizio sul passato. E guardare in avanti. La dimensione dei problemi è tale da non consentire distrazioni.

C’è un economia da gestire, per evitare la stretta del prossimo autunno. Inflazione e crollo della produzione. C’è un Occidente che deve attrezzarsi meglio per resistere al possibile attacco dei Paesi del blocco autoritario. Ed un’Europa che deve svegliarsi. Per poter essere, dopo anni di semplice dipendenza dalle maggiori Potenze, all’altezza dei compiti che le spettano. Nulla a che vedere quindi un vecchio modo d’intendere la politica italiana.

Forse Carlo Calenda pagherà, ma non è detto, per questo suo azzardo. Ma meglio così: piuttosto che rendersi responsabile di una storia da tempo esaurita.

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