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Perché col Tpi della Bce non ci può essere una politica economica indipendente

Ecco gli effetti delle condizioni poste dalla Bce per l’accesso al nuovo strumento (Tpi) per l’acquisto di titoli pubblici degli Stati membri. L’analisi di Liturri

 

Con le condizioni poste giovedì dalla Bce per l’accesso al nuovo strumento (TPI) per l’acquisto di titoli pubblici degli Stati membri possiamo dire e dimostrare “per tabulas” che si è chiuso definitivamente il cerchio intorno a qualsiasi ipotesi di gestione indipendente della politica economica del nostro Paese.

Era noto da tempo che, da sole, le minacce di procedure di infrazione per deficit eccessivo o per squilibri macroeconomici non rappresentavano un deterrente efficace per Paesi come l’Italia – che, dal 2012, pur facendo austerità non ne faceva abbastanza – o la Francia, che è appunto… la Francia.

Ma quanto comunicato giovedì 21 luglio non deve suonare affatto come una sorpresa. È solo il naturale completamento di quanto già cominciato con il Recovery Fund, che ha costituito una formidabile occasione per fornire un primo meccanismo di effettiva punizione per i Paesi che rifiutano di allinearsi alle regole concepite tra il 2011 ed il 2013, in riforma e rafforzamento del Patto di Stabilità del 1997. Ora Christine Lagarde ed il suo consiglio direttivo hanno definitivamente reso il rispetto delle regole della governance economica dell’eurozona un requisito essenziale per qualsiasi governo nazionale.

La tappa iniziale data febbraio 2021, con il regolamento che disciplina il RRF che aveva già riportato in auge tutti i vecchi arnesi, richiamandoli nell’articolo 10. Dove si dispone che è sufficiente che il Consiglio adotti una decisione per deficit eccessivo, per consentire alla Commissione di fare partire una richiesta di sospensione degli impegni o, nei casi più gravi, dei pagamenti del Rrf. Tale facoltà della Commissione è esercitabile in pendenza di una procedura per squilibri eccessivi a cui non abbia fatto seguito un piano correttivo o l’esecuzione di azioni correttive o, ancora, nel caso di non adempimento ad un programma di aggiustamento macroeconomico.

Insomma le maglie della rete erano già state ben ridotte. Poi giovedì sono state chiuse le uscite della tonnara. La Bce ha posto dapprima una condizione di ingresso generale per l’uso dello strumento: la presenza di turbolenze di mercato ingiustificate che mettano a rischio la trasmissione della politica monetaria. Facendo un esempio riferendosi al recente passato, se gli investitori vendessero a piene mani titoli italiani perché qualcuno si è affacciato al balcone di Palazzo Chigi esultando per qualche decimale di deficit in più, quella sarebbe una turbolenza non meritevole di intervento. Ma per intervenire la BCE dovrà verificare che lo Stato beneficiario degli acquisti subisca un peggioramento delle condizioni di finanziamento senza che ciò sia giustificato alla luce dei fondamentali economici del Paese che restano sani. E per dirimere ogni dubbio interpretativo in proposito, ecco che a Francoforte hanno pensato bene di lanciare la palla nel campo delle altre istituzioni europee (Consiglio, Commissione ed Eurogruppo), richiamandosi alle regole di governance economica che essi stessi non riescono a far rispettare da circa 10 anni. Uno “scaricabarile”, ha commentato Martin Sandbu sul Financial Times. Gli acquisti della Bce andranno a beneficio degli Stati che dimostreranno di perseguire una politica macroeconomica e di bilancio solida e sostenibile.

In sostanza, la Bce si è arrogata il diritto di stabilire quando un aumento indesiderato dello spread è “auto-inflitto” (magari per non aver rispettato fatta una riforma richiesta da Bruxelles) o causato da forze indipendenti dalla volontà dello Stato coinvolto.

E per non lasciare spazio a troppe interpretazioni nello stabilire il significato di tale requisito generale, da Francoforte hanno calato i 4 assi dei criteri di ammissibilità che dovrebbero attestare la solidità e la sostenibilità della politica di bilancio. Il primo e il secondo richiedono che lo Stato non sia assoggettato ad una procedura per deficit eccessivo o per squilibri macroeconomici, o di aver omesso di adottare azioni correttive in seguito ad una raccomandazione del Consiglio. Il terzo è una valutazione di sostenibilità del debito pubblico eseguita da Commissione, Mes e FMI. Il quarto si riferisce alla sostenibilità delle politiche macroeconomiche che viene misurata attraverso l’adempimento degli obblighi assunti col PNRR ed il rispetto delle raccomandazioni Paese della Commissione. La Bce puntualizza che una volta attivato il TPI, si potrebbe successivamente valutare che le tensioni sui tassi siano attribuibili ai cattivi fondamentali del Paese e quindi potrebbe cessare gli acquisti, lasciandolo al proprio destino.

La Bce promette di aprire l’ombrello quando è poco probabile che ce ne sia bisogno, perché è difficile (anche se non impossibile) che i mercati decidano di vendere i titoli pubblici di uno Stato con il debito sostenibile. Lo faranno quando avranno dei dubbi, ma in quel caso la Bce non potrà intervenire perché non saranno soddisfatti i suddetti requisiti di ammissibilità. Un vero comma 22: “Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo”.

“Servirà all’Italia?” Si chiedevano sul Financial Times e la risposta è da brividi lungo la schiena per chiunque avrà la responsabilità di governo: il Tpi non servirà se, per esempio, il nuovo governo rifiutasse di eseguire le riforme concordate nell’ambito del Recovery Fund. Per poi aggiungere che, se la Bce ritenesse che gli investitori vendono BTP perché preoccupati o sfiduciati circa le scelte di politica economica del nuovo governo, la BCE non interverrebbe.

Insomma, un guscio vuoto o un formidabile arma di ricatto che la Bce lascia formalmente caricare dalle regole di governance economica europea definite dalle altre istituzioni, ma che poi si riserva il diritto di utilizzare con ampi margini di discrezionalità.

Tutto ciò non deve meravigliare. È solo quanto consentito dai Trattati e, soprattutto, dalle numerose sentenze della Corte di Giustizia arrivate dal 2016 con riferimento al programma OMT del 2012 e APP lanciato da Mario Draghi nel 2015. Tutti giudicati coerenti con i Trattati, ma con tali e tanti paletti che oggi la Bce può scodellare solo questo misero rancio.

E che la Bce sia “l’unico sceriffo in città” quando si parla di spread è ormai un dato consegnato alla storia. Osservando i dati degli ultimi anni, il picco dello spread manifestatosi negli ultimi mesi del 2018 coincide proprio con i mesi in cui gli acquisti della Bce si erano quasi del tutto fermati ed avevano portato di conseguenza anche un rallentamento delle emissioni di titoli dell’intimorito governo italiano. Specularmente, dalla primavera del 2020 gli acquisti della Bce hanno spesso superato il ritmo delle pur significative emissioni nette del Mef e lo spread è rimasto a lungo su livelli storicamente molto bassi.

Di fronte a tali evidenze, è opportuno e desiderabile che i cittadini italiani abbiano la risposta ad una semplice domanda: premesso che tali regole equivalgono di fatto un commissariamento dell’Italia ed inibiscono qualsiasi scelta di politica economica difforme rispetto ai desiderata di Bruxelles, chi si candida a governare il Paese intende adeguarsi in silenzio o ha proposte alternative? Chiunque arrivi al governo dovrà avere una risposta, anche collocata in una posizione intermedia tra i due estremi indicati e non necessariamente resa nota in anticipo. Purché ci sia.

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