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Perché Cazzola giustamente ha salutato il Riformista: troppe russate

Giuliano Cazzola ha deciso di interrompere la sua collaborazione con il quotidiano “Il Riformista” diretto da Piero Sansonetti. Ecco perché. Il commento di Gianfranco Polillo

 

Giuliano Cazzola ha deciso di interrompere la sua collaborazione con il quotidiano “Il Riformista”. Fosse stato solo un fatto privato, non avrebbe richiesto commento alcuno. Nei giornali si arriva e si parte. E nessuno si meraviglia. Ma questa volta il dissenso è stato politico, accompagnato da una lettera inviata al Direttore che facciamo nostra e che qui riproduciamo.

“Caro compagno direttore, – scrive il nostro amico – ti ringrazio per avermi consentito di scrivere su Biagi su di un importante quotidiano. E’ stato il mio saluto al tuo giornale, in amicizia e senza sbattere la parta anche perché se lo avessi fatto nessuno ci avrebbe fatto caso. Ma la linea del Riformista sulla pace, sul diritto alla resa e sulla fornitura di armi all’Ucraina, nelle condizione date, finisce per sostenere Putin. Posso sbagliarmi ma questo è il momento del riarmo come ha indicato la Germania”.

Purtroppo Giuliano non si sbaglia. Sbandierare il pacifismo contro gli aggressori, come avveniva nel caso della guerra del Vietnam, è un conto. Farlo contro gli aggrediti un atto inqualificabile.

Per inciso in uno dei tanti talk show ho sentito più volte tirare in ballo Fabrizio De André – La canzone di Piero – o una delle tante testimonianze contro la guerra. Ma quelle erano, appunto, grida rivolte contro chi invadeva e non contro chi si difendeva. Quelle invocazioni era tanto più forti, proprio perché prendevano corpo nel cuore stesso del fronte interno. E per questo motivo erano ostacolate e spesso represse dalle forze di polizia. Per inciso: quando da ragazzi si manifestava contro l’imperialismo americano, i cortei si dirigevano verso l’ambasciata americana. Oggi, invece, i cortei per la “pace perpetua”, à la Kant, si snodano gioiosi ben lontani dalle ambasciate o dai consolati russi.

“Tu sai che io credo nella “complessità ” – continua Cazzola nella sua lettera – della politica e della storia. E che per quanto violazioni del diritto internazionale, del memorandum del 1994 di Budapest e degli accordi di Minsk, io proprio sul tuo giornale avevo inquadrato nella complessità il riconoscimento degli stati fantoccio. La guerra non ha nessuna spiegazione e denota una strategia che va ben oltre il pretesto della Nato. E’ un atto di imperialismo e basta. Il riarmo è la sola garanzia della pace. Altrimenti c’è solo la via della capitolazione”.

Difficile non vedere questa cruda realtà. Lo dimostrano le stesse tesi di Putin. Prendiamo per buona la sua denuncia. I cattivi ucraini – fascisti, nazisti e via dicendo, fate voi, – che infieriscono sui russofili nei territori del Donbass o della Crimea, al punto da giustificare “un’operazione speciale”, come sostiene, pudicamente, lo stesso Putin. Che non ha il coraggio di pronunciare la parola “guerra”. Sarebbe stato sufficiente mandare delle truppe di interdizione nelle zone più calde. Invece di distruggere Kiev – lontana centinaia di chilometri – e mezza Ucraina, dove tra l’altro sperimentare armi come i missili ipersonici. Che sono un avvertimento verso l’Occidente. La cui potenza economica e militare è dieci, venti volte maggiore di quella di Mosca. Dato da non dimenticare.

“Da giovani – continua ancora Giuliano – si diceva “meglio rossi che morti”. Io non lo ho mai detto. E mi rifiuto oggi di dire meglio oligarco/mafio capitalisti che morti. Anche la storia della guerra nucleare è una fuga in avanti. Putin sa bene che ogni missile nucleare lanciato in Occidente ne riceverebbe almeno due sulla Russia. So benissimo – vedo gli articoli di Guzzanti- che tu daresti posto a posizioni diverse. Ma sarebbe una sorta di diritto di tribuna affogato in un mare di articoli pacifisti. C’è Orsini alla ricerca di un altro giornale. È giusto che prenda il mio posto. Grazie di questi anni di collaborazione e dell’amicizia e della simpatia. Buon lavoro e buona notte”.

Ora le posizioni sono più che chiare. Ed è un bene che sia così. In passato l’abilità dei dirigenti della III Internazionale fu quella del grande appello al proletariato internazionale, per nascondere l’essenza di una posizione nazionalista. Svolta che Stalin avviò con una durezza estrema, per farla diventare patrimonio di tutto il gruppo dirigente comunista. Sia dentro che fuori l’Unione sovietica. Un amico mi ha mandato la fotostatica dell’Unità dell’8 novembre del 1956. In prima pagina, con titoli cubitali: “Le truppe sovietiche intervengono in Ungheria per porre fine all’anarchia e al terrore bianco”. Sono passati quasi cento anni, ma la struttura del ragionamento non è mutata.

Ed ecco allora, cari pacifisti immaginari, qual è la dura realtà con cui fare i conti. In passato “l’impero del male” ha avuto almeno una vita di troppo grazie a tanti che non volevano vedere. E che, in perfetta buona fede, credevano nella palingenesi laica. Certamente non un crimine, ma almeno una colpa. Cadere nella stessa tentazione sarebbe imperdonabile.

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