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Parte il tour in bus elettrico di Letta. “Andiamo a vincere” (ma nel Pd ci credono in pochi)

(foto di Jacopo Strapparava)

il racconto

Da Brescia il segretario lancia messaggi allegri, attacca gli avversari. Ma nella base gli umori sono tutt’altro che euforici. Reportage da una serata lombarda

Brescia. L’autista che guida il minibus elettrico di Enrico Letta è un rumeno biondo e ruspante, si chiama Costel e ha 41 anni. È lui, ovviamente, la persona giusta cui fare le domande tecniche. Quanto tempo serve per caricare la batteria? “Cinque, sei ore”. E con la batteria al 100% quanta autonomia hai? “Eh, dipende da quanto tiri. Se schiacci molto sull’acceleratore…”. “Con una ricarica completa fai fino a 120 chilometri!” interviene solerte uno dei collaboratori più stretti di Enrico Letta, un ragazzo con gli occhialetti e la barba da filosofo che l’ex premier si è portato dietro direttamente da Sciences Po. “E comunque, per una ricarica completa, di ore ne bastano quattro”. Tra le incombenze del giovanotto la più amara è gestire i rapporti con la stampa. Ed è un filo piccato per essere stato bellamente dribblato. 

Lo si può capire, del resto. È un momento importante per la campagna elettorale del Pd. Siamo in piazza del Mercato, in centro a Brescia, tutti sono qui per vedere il mini-bus elettrico con cui il professor Letta girerà l’Italia. Lui, il segretario nazionale, è arrivato alle 19, con un’ora di ritardo sul programma (e forse per questo non si è dilungato in selfie e nelle solite dichiarazioni pre-fabbricate per le tivù). Ha appena spiegato ai militanti che il minibus è una citazione della campagna di Romano Prodi di vent’anni fa. Ora è lì che arringa la folla: “Calenda oggi non ha trovato nulla di meglio da fare che scrivere un tweet per prenderci in giro: ‘Ma vi hanno rubato i cerchioni?’. Questo dimostra la pochezza delle sue idee”.

Il bus, a vederlo dal vivo, mette allegria. Un grosso Mercedes Sprinter verniciato di blu e verde, con il logo del Pd sul cofano e, sulla fiancata, la scritta Scegli (per la cronaca: sarà accompagnato da due auto più piccole, una Skoda e una Opel, anche quelle elettriche, anche quelle addobbate con i simboli dei dem). Ma basta ascoltare per cinque minuti le parole che Letta pronuncia sul palco per capire la verità: dalle parti del Pd, la situazione non è allegra per niente. “Dobbiamo combattere una battaglia nuova. Contro avversari il cui obiettivo principale è prendere il nostro posto“.

A Letta non gliene è andata bene una. L’alleanza gauchista con i 5 Stelle è naufragata. L’alleanza draghiana con Azione, idem. Sicché, adesso deve vedersela non solo con Salvini, non solo con la Meloni, ma pure con Conte, che gioca a rubargli voti sul fianco sinistro, e pure con Calenda, che gioca a rubargli voti sul fianco destro. Per non parlare dei pezzi grossi del suo stesso partito che, almeno stando ai retroscena degli ultimi giorni, aspettano la sua sconfitta per siluralo (e non sarebbe neppure la prima volta, ricordate il famoso “Enrico, stai sereno”?).

Letta – onore al merito – sul palco si gioca tutte le carte a sua disposizione. Il futuro. I giovani. L’ambiente. Lo ius scholae. La Costituzione. L’antifascismo. Fratelli d’Italia che dovrebbe togliere dal suo simbolo la Fiamma tricolore. La destra che vuole portare il Paese alla bancarotta (“Non lo consentiremo! Non lo consentiremo!”). La destra che vuole il presidenzialismo per avere i pieni poteri (“No! No! No!”). La destra becera che odia Bruxelles. Tutto corretto, tutto come da copione, tutto perfino un po’ noioso. Ma nemmeno dopo tre quarti d’ora di comizio accorato, il professore riesce a togliere all’osservatore imparziale l’impressione che stavolta le cose si mettono male per davvero.

Siamo alla fine. “Sogniamo un’Italia più democratica, più ecologista, più europeista, più femminista. Andiamo a vincere!“. Tutti applaudono, pochi sembrano crederci davvero.

Mentre Letta alza entrambe le mani per salutare e fa per scendere dal palco – sempre senza selfie, sempre senza dichiarazioni ai tg – le casse allestite dai volontari del partito trasmettono Life is life degli Opus. “Life is life, Ná, ná, ná, na-ná. All together now. Ná, ná, ná, na-ná”. Impossibile non pensare che, a questo punto, qualche decennio fa, sarebbero risuonate le note dell’Internazionale.

“Preparati!” dice il ragazzo con gli occhialetti e la barba da filosofo all’autista rumeno. “Dobbiamo essere a Bergamo per le 21!”. Il nostro amico capisce che la pausa è finita. In un attimo accende il motore e ingrana la marcia. Costel, in fondo, è il più tranquillo di tutti. La cittadinanza mica ce l’ha. Che noialtri, il 25 settembre, daremo il nostro voto a uno di coloro che compaiono sui manifesti – forse persino al signore che questa sera gli tocca scorrazzare in giro per la Lombardia – a lui, importa il giusto.

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