Non è un mistero, per i lettori di questa rubrichetta liberale, che io sia un grande appassionato di P.G. Wodehouse. Un vizio ereditato da Antonio Martino che lo leggeva in continuazione. Per l’ennesima volta, o forse per la prima, viste le risate che provoca, ho letto Right Ho, Jeeves. Edizione Penguin.

Wodehouse è uno di quegli scrittori che ha un’ironia così british che non è semplicissimo leggerlo in traduzione italiana. Molte di esse sono scandalose: sembrano fatte con Google Translate, e cioè con la penna di un algoritmo e non con quella di un grande traduttore che sappia scrivere. Esempio: «si delineano dei torbidi sul Castello di Blandings» al posto del banale «sul Castello di Blandings ci sono delle nuvole». Per tradurre Wodehouse ci vuole una grande penna e un gran talento nel cogliere il suo sottile humor e il suo inglese arcaico ma non ricercato. Qualcuno si potrà chiedere cosa c’entri Wodehouse con una biblioteca liberale. Intanto la sua storia e il suo modo di porsi davanti alla realtà. L’umorismo del valletto Jeeves che in un gioco di inversione di ruoli sembra prendere il posto del suo ricco e nobile padrone, ha molto a che vedere con una qualità propria degli intellettuali liberali.

Wodehouse e i suoi personaggi non si prendono sul serio. Giocano con tutto, con sé stessi e con le pesanti tradizioni da cui provengono. Wodehouse, seccato dalle critiche sul suo collaborazionismo fatte dall’establishment inglese decise, a quarant’anni, di prendere la cittadinanza statunitense, dove in fondo aveva vissuto gran parte dei suoi successi professionali. Nonostante ciò, la corona inglese voleva concedergli un riconoscimento (che poi ebbe in punto di morte), ma fu ostacolato proprio dall’ambasciatore inglese a Washington, che del Nostro disse: i suoi personaggi rappresentano proprio quell’Inghilterra che vogliamo far dimenticare e superare. In Right Ho, Jeeves, il maggiordomo cede il passo al suo padrone nel combinare vari matrimoni che stavano saltando.

Il goffo signore ha buone intenzioni, piani mirabolanti e apparentemente credibili, ma le cui conseguenze si rivelano alla fine disastrose. La più drammatica delle quali sarà il licenziamento dell’insuperabile cuoco Anatole. Non vogliamo sembrarvi esagerati, ma si tratta di un manuale per dummies come si direbbe oggi, per comprendere l’eterogenesi dei fini. Un pilastro del metodo liberale, che si applica ai singoli, e a maggior ragione allo Stato. La via dell’inferno, ci ricorda in ogni pagina Wodehouse, è lastricata di buone intenzioni.

Nicola Porro, Il Giornale 24 aprile 2022

gran bretagnarecensione