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“Mandiamo un segnale a Putin”. L’idea che serpeggia nella Nato

Alla vigilia del vertice Nato, che si terrà domani (24 marzo) a Bruxelles, l’Alleanza è divisa fra falchi e colombe sulla guerra in Ucraina. Tra i primi si annoverano i Paesi del Nord e dell’Est: il Regno Unito, la Polonia, l’Estonia, la Lettonia, la Lituania, la Repubblica Ceca, la Slovenia, l’Olanda, la Danimarca, la Norvegia. Fra i secondi, come prevedibile, l’Italia, la Germania e l’Ungheria. La Francia oscilla fra i due campi. La Turchia gioca da sola: le sue forniture di droni Bayraktar Tb2 all’Ucraina hanno inflitto gravissime perdite alle colonne corazzate russe, ma al tempo stesso Erdogan si fa ancora accettare come parte “terza”, in grado di mediare.

La Nato e il segnale a Putin

Cosa vogliono i falchi e cosa le colombe? Capire le seconde è più facile: proseguire sul sentiero fin qui percorso, dunque appoggiare gli ucraini con armi leggere e sanzioni. I “falchi”, invece, sono favorevoli ad un cambio di passo. Come suggerisce l’ambasciatore polacco alla Nato, Tomasz Szatkowski: “Noi suggeriamo di rivedere la strategia seguita fin qui. La Nato è stata troppo netta a escludere qualsiasi tipo di intervento. La situazione sta cambiando drammaticamente. Putin non si ferma. E allora dobbiamo mandargli un segnale diverso. Direi che la nostra condotta dovrebbe fondarsi sul concetto di ambiguità. Non posso andare oltre”. L’ambiguità è quella condizione in cui il nemico potenziale, Vladimir Putin in questo caso, non saprebbe mai se la tua intenzione è quella di intervenire militarmente o no.

La dottrina Biden

Questa nuova strategia ha innegabili pregi, perché, considerando l’inferiorità militare della Russia nei confronti dell’Alleanza, fungerebbe da deterrente. Dunque Putin non sarebbe più tentato di annettere altre parti dell’Ucraina o di usare armi di distruzione di massa per piegarne la resistenza, perché avrebbe il timore di entrare in guerra con la Nato. Tuttavia questa strategia deve partire dal presupposto che il nemico potenziale sia lucido e razionale. E probabilmente, viste le scelte avventate del mese scorso, Putin non lo è.

La strategia dell’ambiguità, scelta dal presidente Trump nei suoi quattro anni di amministrazione, aveva funzionato, nei confronti della Russia, come deterrente in tempo di pace. Il successore Joe Biden vi ha posto fine, all’inizio della crisi ucraina, dichiarando esplicitamente che non sarebbe intervenuto, neanche in caso di invasione russa. Ripristinare una strategia basata sull’ambiguità, in tempo di guerra, potrebbe fare da detonatore, invece che da deterrente, scatenando reazioni russe ancora più imprevedibili. Non è un caso che, ieri, il cancelliere tedesco Scholz abbia voluto ribadire la sua contrarietà alla no-fly zone, dunque alla chiusura dei cieli dell’Ucraina.

Il dilemma delle armi

La discussione tra falchi e colombe riguarda anche il tipo di armi che potrebbero essere consegnate agli ucraini, d’ora in avanti. Nel nuovo pacchetto di aiuti americani, troviamo poche novità. Gli Stati Uniti consegnano ancora missili anti-carro Javelin e Nlaw e missili anti-aerei Stinger, tutte armi da spalla, leggere e unicamente difensive. Nulla, insomma, che possa minacciare lo spazio aereo russo o il suo territorio. L’unica novità consiste nella consegna di droni suicidi Switchblade, ma anche questi possono essere considerati come armi individuali, poco più che missili anti-carro.

C’è più ambiguità sulla consegna di missili anti-aerei a medio raggio di fabbricazione sovietica. Gli Usa potrebbero (condizionale ancora d’obbligo) consegnare gli Sa-8 Gecko, un’arma a corto raggio, dunque strettamente difensiva. Può stupire o lasciare perplessi che negli Usa si pensi di rifornire gli ucraini con vecchie armi sovietiche, ma è l’unica scelta possibile: sono sistemi d’arma che gli ucraini sanno già usare. Non sarebbe pensabile consegnare loro delle batterie di Patriot o di Thaad anti-missile, che richiederebbero mesi di addestramento del personale locale, oppure l’invio di personale della Nato, che però verrebbe inteso dalla Russia come un intervento armato.

Dopo un altro tira-e-molla diplomatico, dovrebbe essere anche aggiudicata la consegna di missili anti-aerei Sa-10 Grumble, più moderni dei Gecko, da parte della Slovacchia. I Grumble sono anch’essi di fabbricazione sovietica (il nome russo è S-300), introdotti nel 1979 e costituirebbero già un livello ulteriore di escalation, perché sono missili a lungo raggio, quindi i russi potrebbero ritenerli una minaccia al loro spazio aereo.

A che punto è l’Armata di Putin

I missili anti-aerei sono considerati essenziali per la difesa delle città ucraine dai bombardamenti russi. Più problematico è decidere se inviare anche armi pesanti capaci di ribaltare l’esito della battaglia a terra, come artiglieria pesante e carri armati. Prima di tutto bisogna rispondere alla domanda: in che condizione sono, realmente, le forze russe? Le perdite di entrambe le parti sono coperte da censura, non possiamo ritenere affidabili le cifre che sono circolate in queste settimane. Finora le analisi britanniche sono relativamente ottimiste (per l’Ucraina), quelle americane più pessimiste.

L’articolo “Mandiamo un segnale a Putin”. L’idea che serpeggia nella Nato proviene da Nicola Porro.

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