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M5S, il partito del rancore intermittente

Il grillo e il conte – sono le due facce di un magma che, tra farsa e tragedia, sconquassa da anni lo scenario italiano, passando dall’antipolitica più sguaiata alle inveterate furbizie di palazzo. Senza mai assurgere alla politica nel senso eminente di questa parola. Qualcuno pensa che per questo Giano bifronte possano valere le tradizionali categorie di “movimento” e “istituzione”, come se si trattasse ancora di interpretare fenomeni novecenteschi. Nulla di più lontano da quel che accade nei 5 Stelle.

Già la parola “movimento” è usurpata e degradata. Hanno preteso di chiamarsi così per apparire gli eredi dei movimenti di sinistra, di cui invece non sono che una caricatura grottesca. Non basta trovarsi in piazza per essere movimento. I 5 Stelle non si sono situati ai bordi della politica per criticarne la vecchia trama concettuale – dalla sovranità alla cittadinanza, dalla nazione alle frontiere – né, men che meno, per proporre una nuova visione. Piuttosto si sono situati ai confini dei partiti, in un’ambigua sintesi che è anche contiguità. Hanno lasciato intendere che la politica sia circoscritta ai partiti, tutti corrotti, tutti inseriti nel sistema, tutti esponenti della casta. Così i 5 Stelle si sono presentati come il cambiamento da tempo atteso e hanno spinto a ritenere che, al di là dei programmi, dei contenuti, delle posizioni, o di destra o di sinistra a seconda, fossero determinanti le regole, i metodi, gli ordinamenti. Ecco perché oggi questo antipartitismo, chiuso nelle manovre tradizionali e asserragliato nelle proprie farraginose strutture, vere e proprie escrescenze burocratiche, si rivela un tentativo estremo e parossistico di conservare e ristabilire l’ordine della politica.


Di qui Conte, il grigio avvocato che “in piazza” non c’è neppure mai stato, il virtuoso del sia-sia, il maestro del rinvio, il doroteo dei mezzi toni, in cui alcuni esponenti del centrosinistra hanno creduto di riconoscere il nuovo messia. Dove abbondano cavilli e garbugli un avvocato, si sa, è indispensabile. Ma è necessario soprattutto dove si intentano cause a difesa di vittime più o meno supposte. Ecco che cosa lega l’ex comico e l’avvocato: l’ideologia del risentimento. Non la rabbia di un movimento che scuote la politica, ma il rancore giustizialista che prende di mira qualche funzionario del potere. Il dissenso fugace lascia il posto al conteggio dei benefici immediati e il risentito finisce per rendere omaggio a quel sistema che avrebbe voluto esorcizzare. Si passa in un attimo dall’animosità intransigente all’acquiescenza dimentica e opportunistica.


Perciò il Popolo dei Rancorosi è destinato a erodersi e scindersi continuamente a causa delle ripetute defezioni, dei calcoli interessati. Funziona così l’economia del risentimento sovrano di cui Grillo e Conte sono i due volti più emblematici. Che le risse restino interne o che vengano fuori gruppi, formazioni, partiti amebici, in ogni caso il Popolo dei Rancorosi dissesterà ulteriormente il già frammentato scenario.

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