Dopo che per circa tre anni, durante l’epopea del coronavirus, ci siamo sorbiti un condensato di idiozie di proporzioni colossali, sentir parlare con enfasi dello sciopero generale transfemminista – così lo definisce un titolo del Fatto quotidiano – ci stupisce fino ad un certo punto. Ciò è avvenuto nella fatidica giornata dell’8 marzo, in cui da decenni il piagnisteo del progressismo politicamente corretto raggiunge l’apoteosi rosa, con la proclamazione di uno dei più strampalati scioperi della nostra non certo gloriosa storia repubblicana. Tant’è che alcune mie amiche della Capitale mi hanno trasmesso un irritato sbigottimento perché hanno vissuto una vera e propria odissea per raggiungere con mezzi di fortuna il posto di lavoro, dal  momento i trasporti, così come molti altri settori pubblici, hanno funzionato col contagocce.

D’altro canto, che c’è di più solidale nei confronti delle donne – le quali a leggere gli striscioni di “Nonunadimeno”, il movimento femminista che ha ispirato questa brillante manifestazione di lotta contro il nulla assoluto, in Italia sembrano oppresse da un maschilismo di tipo talebano – che impedire loro di prendere autobus, metropolitane e treni durante la Giornata internazionale alle stesse dedicata? Nel complesso ci troviamo di fronte alla solita fuffa dal volto sinistro che, tra slogan e parole d’ordine, porta avanti pochissime opzioni e estremamente confuse. “Ci fermiamo un giorno per imparare insieme a fermarci e a scioperare contro la violenza tutti i giorni dell’anno” si legge in un comunicato di “Nonunadimeno“.

Dopodiché, elencando una serie di rivendicazioni per il riconoscimento di “diversi modi di essere famiglia, la liberazione dai ruoli di genere, l’autodeterminazione dei corpi, la tutela della cosiddetta comunità Lgbt ecc., si raggiunge rapidamente l’iperuranio del delirio economico con uno sfolgorante e inedito “superamento del modello produttivo capitalista e antropocentrico, che riduce tutto a risorsa o merce da sfruttare”. E dopo questa riproposizione in salsa femminista di un antico ideale collettivista, che ancora risplende fulgido nella memoria delle persone che lo hanno vissuto sulla loro pelle, le donne di “Nonunadimeno” chiudono sostenendo che fermarsi in sciopero “l’8 marzo significa prenderci una giornata per stare insieme, per dire insieme no a tutto ciò che non funziona nelle nostre vite e in questo mondo patriarcale e violento.”

E che c’è di meglio che farlo perdendo una mattinata alla fermata di un autobus che non passerà, meditando sul proprio tragico destino di genere? Nell’era che avanza degli idioti di tipo nuovo, non solo ribellarsi è giusto a prescindere, come sosteneva Mao Tze Tung, ma lo è anche e soprattutto abbaiare rabbiosamente contro la luna.

Claudio Romiti, 9 marzo 2023

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