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Le ombre del Viminale

Ci sono sicuramente ruoli di più alta responsabilità e incarichi di maggiore prestigio, ma pochi luoghi del potere hanno mantenuto nella politica italiana una forza evocativa – storica, letteraria, cinematografica – pari a quella del Viminale. Per i più raffinati la prima associazione è sempre quella con Joseph Fouché, il famigerato ministro della Polizia nella Francia della Restaurazione, dopo essere stato sanguinario e fanatico giacobino nella Francia della Rivoluzione (una certa duttilità, evidentemente, dev’essere connessa con la funzione). Legato indissolubilmente, per i più attempati, alla straordinaria interpretazione di Raoul Grassilli in un vecchio sceneggiato della Rai. Per chi era giovane negli anni Settanta, il volto dello stato di polizia nascosto sotto la facciata democratica è senza dubbio quello di Gian Maria Volonté nel film di Elio Petri “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”: il grigio funzionario che costringe il giovane anarchico a bere acqua e sale, in ginocchio, mentre lui, col suo pesante accento siciliano, gli assicura che la democrazia è “l’anticamera del socialismo”.

Nessuna di queste immagini sembra però aver conservato una presa sufficiente sulla realtà attuale, né riesce a rendercela oggi più intelligibile. Forse perché siamo cambiati noi, forse perché è cambiata la realtà. O forse perché, dopo avere visto in video un giovane manifestante intenzionato a bloccare i treni per protesta contro l’obbligo di mostrare il green pass, alla stazione centrale di Milano, chiamare la polizia per denunciare il fatto che la polizia lo abbia fermato e non lo lasci passare (nessun errore, nessun refuso: è andata esattamente così), quali conclusioni vogliamo trarne? Che gli avrebbe risposto, a un contestatore del genere, Gian Maria Volonté? La democrazia, ormai, è l’anticamera del surrealismo. Eppure, si tratti della Francia della Restaurazione o dell’Italia degli anni Settanta, o magari del Ventennio, in politica certi simboli e certe immagini sembrano ancora capaci di comunicare qualcosa, almeno a livello subliminale.

Il ministro dell’Interno è una figura che conserva sempre un alone di mistero e di minaccia. Per i comunisti, all’alba della Repubblica, il ruolo era occupato dal nemico numero uno. Quello che l’Unità definiva, in un misto di character assassination e wishful thinking, “il politico più impopolare d’Italia”. Il democristiano Mario Scelba, l’uomo che ricostituisce i corpi di polizia (a cominciare dalla Celere); disperde in vario modo, con sapiente uso di incentivi all’uscita e disincentivi alla permanenza, i nutriti gruppi di ex partigiani garibaldini che alla fine della guerra si erano fiduciosamente arruolati; li sostituisce con giovani dotati di “un sicuro senso dello stato” e impegna tutto se stesso nella missione di rendere più difficile quella rivoluzione che, diceva appena arrivato, se fosse stato comunista, avrebbe fatto “domani mattina”. Quando però nel 1947 decide di sostituire anche il prefetto di Milano, Ettore Troilo, eroe della resistenza, nel pieno delle tensioni seguite all’estromissione delle sinistre dal governo De Gasperi, la situazione rischia di sfuggire di mano. I comunisti assaltano la prefettura, guidati da Gian Carlo Pajetta, che telefona trionfante a Palmiro Togliatti per comunicargli il successo dell’iniziativa e l’avvenuta occupazione del palazzo. “Bravi – è la risposta – e adesso cosa intendete farne?”.

Erano tempi così. La “polizia di Scelba” era quella che sparava sui cortei dei lavoratori e che malmenava i dimostranti durante la discussione della “legge truffa” (di cui lo stesso ministro dell’Interno era primo firmatario), quando anche Pietro Ingrao, allora parlamentare comunista e direttore dell’Unità, si prende una manganellata sulla testa e rientra in aula per intervenire tutto insanguinato. A essere pignoli, va detto che nel corso del Novecento i maggiori esempi di stato di polizia, nel resto del mondo, sono venuti proprio da quel campo socialista cui il Pci apparteneva orgogliosamente, a cominciare dal modello sovietico, portato ai massimi livelli nella Germania est della sorveglianza di massa organizzata dalla Stasi, e ancora oggi ben riconoscibile nell’ossessione paranoide per il controllo del regime nordcoreano. D’altra parte, con gli anni Settanta, le carte si rimescolano un bel po’, quando l’unità nazionale contro il terrorismo vede il Pci schierato in modo intransigente sulla linea della fermezza. Dai movimenti e dall’estrema sinistra la contestazione colpisce dunque i traditori, bersaglio, nel migliore dei casi, di accuse e slogan irridenti (tra i più geniali, quello che parafrasa lo slogan pubblicitario della birra Peroni e lo ritorce contro la parlamentare comunista Adriana Seroni: “Chiamami Seroni, sarò la tua sbirra”).

Ma in politica, come nella vita, tutto è relativo. Quello che per le sinistre è motivo d’indignazione e di scandalo, per la destra è invece motivo d’interesse e compiacimento. Specialmente per quella destra di “sicuro senso dello stato”, ma forse di non altrettanto sicuri sentimenti democratici, che avrebbe presto occupato i ranghi lasciati vuoti dall’oculata politica di turnazione del personale avviata da Scelba, e proseguita dai suoi colleghi e successori, nelle forze dell’ordine, nell’esercito, nei servizi segreti. Ambienti in cui la presenza dell’estrema destra è stata sempre particolarmente significativa. E non sempre si sarebbe distinta, diciamo così, per lealtà costituzionale e trasparenza del proprio operato, negli anni delle bombe, delle stragi e dei depistaggi. Un’ombra lunga, capace di arrivare fino al 2001, al G8 di Genova, alle cariche della polizia in piazza, ai pestaggi della scuola Diaz e della caserma Bolzaneto – vicende per cui l’Italia è stata condannata per tortura dalla Corte europea dei diritti umani – con il secondo governo Berlusconi appena varato, Claudio Scajola ministro dell’Interno e Gianfranco Fini, vicepresidente del Consiglio, presente nella sala operativa della questura. Un episodio, quest’ultimo, su cui per anni la sinistra chiederà inutilmente di fare luce. Poi, come è noto, la figura pubblica di Fini assumerà un tratto più democratico e rassicurante, e nell’ultima fase per poco non diventerà anche lui, come il suo più fortunato epigono Giuseppe Conte, un punto di riferimento fortissimo per tutti i progressisti.

Non per niente, anche ai tempi dei governi Berlusconi, al ministero dell’Interno non andrà mai un ex missino, ma sempre un leghista (Roberto Maroni, per due volte) o un esponente di Forza Italia (Claudio Scajola, Beppe Pisanu). Sarà magari anche per questa piccola attenzione – e forse per la fondamentale norma costituzionale che attribuisce il potere di nomina dei ministri al capo dello stato – che gli anni del centrodestra al Viminale, con l’eccezione della breve permanenza di Scajola, dimissionato non molto dopo il G8 di Genova in seguito a vari ulteriori passi falsi, non ha finito risuscitare le ombre del passato. Sarà forse anche per la storia e la figura tutt’altro che minacciosa di Roberto Maroni, che come uscita più temeraria si concedeva al massimo qualche battuta con l’allora capo della polizia, Antonio Manganelli, all’indomani di qualche arresto importante, intorno al concetto che per far funzionare la polizia ci volevano giusto due cose: Maroni e Manganelli.

Nel 2018, l’arrivo di un leghista al Viminale non è dunque una novità. Probabilmente anche per questo, sulle prime, non suscita particolari preoccupazioni, quando Matteo Salvini, all’indomani delle elezioni, è lì che decide di insediarsi, da vicepresidente del Consiglio e leader della Lega. Tutta l’attenzione si concentra semmai sulla proposta di nominare Paolo Savona al ministero dell’Economia, che incontra la ferma opposizione di Sergio Mattarella e conduce ad alcuni giorni di follia istituzionale (fino alla richiesta di impeachment avanzata dai Cinque stelle in piazza e ritirata due giorni dopo in tv). Così nessuno si sofferma su un’altra anomalia: il fatto cioè che al ministero dell’Interno vada un leader di partito (qualcuno ha obiettato ricordando il precedente di Angelino Alfano, ma si trattava di un partitino centrista di ben altro peso). E così, in un attimo, per la sinistra e non solo, il Viminale torna al centro di tutte le possibili inquietudini, come nemmeno ai tempi di Scelba, di Tambroni, di Cossiga (o meglio “Kossiga”, con la cappa e le esse runiche, come lo scrivevano movimenti e sinistra extraparlamentare negli anni Settanta).

Non è facile dire se quella di Salvini possa definirsi propriamente dog-whistle politics, politica del fischietto per cani (o del richiamo a ultrasuoni). In grado cioè di inviare, attraverso un’attenta scelta dei simboli, del lessico e delle immagini, segnali in codice capaci di comunicare un preciso messaggio di identificazione e riconoscimento ad alcune frange estremiste e nostalgiche (quelli che percepiscono il richiamo), senza però spaventare tutti gli altri (che non se ne accorgerebbero neanche). Non pare infatti che il leader della Lega faccia granché per dissimulare i suoi intenti. Non certo quando siede al Viminale, e ne fa la base operativa della sua sempre attiva macchina elettorale, in un inquietante connubio di politicizzazione delle istituzioni e istituzionalizzazione della propaganda, lanciando parole d’ordine cariche di odio con indosso la divisa della polizia, comiziando contro gli avversari e mettendo all’indice sulle sue pagine social oppositori, immigrati e qualunque genere di contestatore (persino ragazze minorenni), dalla posizione di governo più delicata, perché garante della sicurezza di tutti, e delle stesse procedure democratiche. Obiettivamente, l’Italia non è mai stata vicina al modello della democrazia illiberale ungherese come in quel momento.

In questi giorni in cui è l’estrema destra a gridare contro lo stato di polizia, la dittatura sanitaria e la deriva autoritaria del green pass, e domani dell’obbligo di vaccinazione, Salvini si trova dunque, ancora una volta, a recitare tutte le parti in commedia: da un lato inseguendo i no vax (e Giorgia Meloni) sul terreno della lotta “contro le discriminazioni” e le inaccettabili limitazioni alla libertà imposte dal governo di cui la Lega fa parte, dall’altro chiedendo le dimissioni di Luciana Lamorgese, suo successore al Viminale, accusata di non discriminare abbastanza, quando si tratta di immigrati. Fino all’invettiva che non ti aspetti: la protesta per il pericolo che sarebbe rappresentato dallo sbarco di immigrati certamente “non vaccinati”, da parte del leader che passa il resto del suo tempo a difendere il diritto di non vaccinarsi, negando precisamente il fatto che i non vaccinati rappresentino alcun pericolo per tutti gli altri. E anzi propone di mettere a carico di tutti i contribuenti il non piccolo onere dei loro tamponi gratuiti (dei No vax italiani, s’intende, mica degli immigrati), affinché possano continuare a non vaccinarsi, senza perdersi nessuno dei vantaggi della vita sociale.

D’altronde, Salvini è stato capace di invocare la riapertura di tutto durante il lockdown e la chiusura immediata durante le riaperture, è stato No vax e pro Sputnik (cioè il meno sicuro e meno testato dei vaccini, però russo), europeista e no euro, secessionista e nazionalista. Non avrà il sangue freddo e lo stile dimesso di un Fouché, ma certo non gli manca la spregiudicatezza del primo e più celebre dei ministri della polizia. Certo, al leader della Lega non si attaglierebbe molto il profilo psico-fisiologico del politico francese tratteggiato da Stefan Zweig: “Non conosce passioni primitive e turbinose, non è interessato alle donne né al gioco, non beve vino, non si compiace di prodigalità, non esercita i muscoli, trascorre la vita chiuso fra carte e documenti”. 

Eppure, chi lo sa, per quell’uomo passato in pochi anni dall’insegnare in seminario all’incendiare le chiese, dalla difesa della schiavitù al terrore giacobino, e poi ancora alla restaurazione – Fouché, s’intende – sarebbe forse possibile immaginare un ruolo, magari proprio in una versione attualizzata di quel vecchio sceneggiato della Rai, in cui lo si ritrovi a suo agio, a suo modo, tra le reti sociali, i partiti e i Papeete del nostro tempo. E non potrebbe essere Salvini un modello perfetto per una simile docufiction? Va bene, per la parte del ministro capace di alternare sulle sue pagine social la gogna pubblica per qualsiasi immigrato colpevole di aver rubato una gallina e l’elogio del supplì appena mangiato a pranzo, non servirebbe lo sguardo assorto e tormentato di un nuovo Raoul Grassilli. Ma per il resto, siamo poi così sicuri che personaggi e interpreti di allora sarebbero così fuori posto in una serie di oggi? E com’era poi che s’intitolava, quel vecchio sceneggiato della Rai? Ah, sì: “I grandi camaleonti”.

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