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L’allarme di Banca d’Italia sul Pnrr è un avvertimento anche per Draghi

I benefici, quelli li vedono tutti. Il “rischio che il Pnrr inneschi un’illusione finanziaria”, invece, un aumento scriteriato della spesa improduttiva, è toccato segnalarlo a Fabrizio Balassone, dirigente di Banca d’Italia. Ed è stato un avvertimento quantomai significativo nelle ore in cui il sabba di partiti e sindacati intorno alla manovra, con richieste di aumentare bonus e spesa pensionistica, si fa sempre più indemoniato. Eccolo, dunque, l’inganno in cui l’Italia rischia di cadere. “Crede che siccome l’onere medio del debito è inferiore al tasso di crescita, allora qualunque spesa in disavanzo sia conveniente e qualunque livello del debito sia sostenibile”. È questa “l’illusione finanziaria”. Balassone, capo del servizio Struttura economica di Banca d’Italia, l’ha descritta, come si fa con uno spauracchio da esorcizzare, durante un convegno sul Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) organizzato due giorni fa dalla Confindustria.

E lo ha fatto non certo col tono di chi voglia negare la convenienza del Recovery plan per le finanze italiane. Con un risparmio stimato sui tassi di interesse di circa 1,2 miliardi all’anno per quel che riguarda i prestiti (122 miliardi) da restituire a partire dal 2028, e i 3 o 4  miliardi all’anno per i prossimi trent’anni sul fronte dei trasferimenti, i vantaggi garantiti all’Italia dal piano europeo sono evidenti. Senza contare che, nel complesso, “una appropriata esecuzione del Pnrr”, ha spiegato l’alto dirigente della Banca d’Italia, porterebbe di fatto a una crescita stabile di 1 punto di pil all’anno per i prossimi dieci anni. E qui però sta il crinale scivoloso.

“Perché è vero che il vantaggio principale del Next Gereation Eu sta nel fatto che il programma consente di tenere alto l’indice della crescita, a patto, ovviamente, che si utilizzino bene le risorse disponibili”. Ma è anche vero, ha messo in guardia Balassone, che “aspettarsi che l’onere sul debito resti più basso del tasso di crescita in modo permanente sarebbe poco saggio”. Per il semplice fatto che storicamente, per l’Italia, questa condizione non è masi stata prevalente. E quando dunque si tornerà alla prassi, “più alto sarà il rapporto debito/pil, più alto sarà l’avanzo primario necessario per evitarne un ulteriore aumento”. E che ci siano spinte per un rialzo del debito è evidente. “Perché abbiamo già preso molto a prestito, e i fondi europei andranno comunque ad accrescere il debito”, e perché i “disavanzi previsti tra il 2020 e il 2024, che ammontano a quasi il 40 per cento del pil, sono in grossa parte strutturali”. Si tratta cioè di “riduzioni d’imposta, di programmi d’assistenza, di riforme e infrastrutture che necessiteranno poi di spesa corrente”. E insomma, “tenere alta la crescita al termine del Pnrr non sarà semplice, e correggere il disavanzo dopo il 2024 richiederà un grosso impegno e una grossa coesione sociale”.

Specie se si guarda, poi, alla composizione della spesa pubblica. Che di qui al 2040, ha osservato Balassone, dovrà far fronte soprattutto a una grande emergenza: la crisi demografica. I dati sono eloquenti: un calo del 13 per cento della popolazione occupabile (tra i 15 e 64 anni) nei prossimi due decenni, con punte del 20 per cento di calo della forza lavoro al sud. Senza contare che, per l’invecchiamento complessivo a cui l’Italia va incontro, nello stesso periodo la spesa su pensioni, sanità e assistenza assorbirà fino a 3 punti di pil in più rispetto a oggi. E dunque, dato questo scenario, secondo la Banca d’Italia due misure si pongono come inevitabili: “Accrescere la partecipazione al mercato del lavoro, anche sul fronte dell’occupazione femminile, e allungare la vita lavorativa”. Il tutto, poi, accompagnato da “un aumento della produttività”.

E basta insomma questa previsione fondata sulle tendenze strutturali della società italiana, insieme ai relativi consigli per fare i necessari aggiustamenti, a rendere palese come il dibattito sulla legge di Bilancio rischi di essere il primo passo sbagliato su un sentiero pericoloso. Da un lato le richieste dei sindacati, che in queste ore sono tornati a confrontarsi con Mario Draghi a Palazzo Chigi, per una riforma strutturale che insegua l’ubriacatura di Quota 100, se non addirittura di Quota 41, e che insomma vada in senso diametralmente opposto alla legge Fornero. Dall’altro le rivendicazioni dei partiti, con Lega e M5s in prima linea, per mantenere e ampliare molti dei bonus (dal Superbonus senza vincoli di Isee fino al Cashback, passando per il pulviscolo di incentivi improduttivi su monopattini, facciate, terme…) che nel migliore dei casi causano un esborso estemporaneo privo di reali ricadute positive, nel peggiore vanno ad aggravare in modo strutturale la spesa corrente. E in questo senso, la mancata revisione del Reddito di cittadinanza, negli aspetti che avrebbero dovuto incentivare il lavoro, non è un segnale incoraggiante.

Del resto la campana non proprio rassicurante di Banca d’Italia suona anche per Draghi. Perché secondo le previsioni del Mef per far scendere il debito quantomeno ai livelli pre Covid sarà necessario, a partire dal 2024, un forte aggiustamento fiscale per portare l’avanzo primario al 2 per cento. Questa stretta potrà essere evitata solo se nel frattempo ci sarà una crescita economica sostenuta, frutto non solo della spinta della spesa ma della maggiore produttività dovuta alle riforme. Il che implica che bisogna investire bene: serve cioè più rigore oggi nella spesa altrimenti sarà necessario domani sotto forma di austerity. Insomma, Draghi dovrà riprendere la sua celebre distinzione tra debito buono e debito cattivo e applicarla con criteri più stringenti di quelli usati finora. Perché altrimenti, se questo debito non sarà così buono da produrre crescita sostenuta e duratura, il Pnrr non sarà ricordato come il piano di investimenti che ha rilanciato il paese, ma come la zavorra di debiti che l’ha affondato.

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