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“L'affarismo si affronta alla radice”. Conte agita la questione morale per sostituirsi al Pd

Foto di Roberto Monaldo, via LaPresse 

tattiche politiche

Renzi e D’Alema? Due casi diversi, dice il leader M5s sposando la linea Bettini. E sul Qatar gate l’ex premier sottolinea come “i partiti coinvolti da questo scandalo dovranno fare chiarezza al più presto”. Stuzzicando i dem anche sulle regionali (e sul congresso)

Avanti nei sondaggi. Fresco di tour in giro per l’Italia. Giuseppe Conte sfrutta la carta della questione morale e si dirige a trasformare i 5 stelle nel partito leader del centrosinistra. Non solo nella principale forza di opposizione. Il Qatar gate, la manovra, le politiche a Bruxelles, le regionali: tutti strumenti per smuovere la situazione attuale. Contro il Pd. Con il M5s che si trova nella posizione privilegiata dell’osservatore, il leader del Movimento può discutere di corruzione e tentare di dettare una propria linea. Ne verremo mai fuori? Gli si chiede in un’intervista a Repubblica. E lui prende di mira il governo: “Si presenta a Bruxelles strizzando l’occhio a evasori e corrotti proponendo un ‘liberi tutti’ sul tetto del contante. Non depone a favore della nostra reputazione”. 

Eppure il Qatar gate non è affare della destra italiana. Coinvolge anzi gli esponenti della sinistra più vicina all’ex presidente: tutti, però, secondo il leader, devono poter “nutrire fiducia nei loro rappresentanti”, non solo gli elettori del centrosinistra. Quindi mentre il discorso sembra spostarsi su quello di una più generale etica politica, Conte ribadisce che: “I partiti coinvolti da questo scandalo devono fare chiarezza al più presto. Non basta sospendere in fretta e furia un singolo europarlamentare [Andrea Cozzolino, ndr]. L’affarismo va affrontato alla radice”. E qui le parole, più severe, nonostante Cozzolino non sia nemmeno indagato, si rivolgono al Pd. Segue un “appello” a tutti i leader di partito: quello di impegnarsi insieme per una legge sul conflitto d’interessi e che regolamenti le lobby. Proprio ora che “la maggioranza Meloni sta abbassando le difese delle nostre istituzioni colpendo la legge Spazzacorrotti”. 

In questi ultimi giorni, però, il dibattito sulla cosiddetta questione morale si sta focalizzando su Matteo Renzi e Massimo D’Alema. Entrambi hanno intrattenuto rapporti con gli emirati e i paesi del Golfo. Entrambi ex presidenti del Consiglio. Conte con loro usa le stesse parole dell’esponente dem Goffredo Bettini e, marcando la differenza tra i due, cita il leader del Terzo polo Carlo Calenda: “‘È inaccettabile che un senatore della Repubblica, pagato dai cittadini, vada in giro per il mondo a fare il testimonial di regimi autocratici dietro pagamento di lauti compensi’. Quanto a D’Alema, ha dismesso da tempo incarichi pubblici”. Così pure Bettini, che ha dichiarato ieri: “D’Alema si è dimesso da ogni incarico pubblico e svolge ruoli di consulenza con regolari contratti, Renzi è un capo di partito e senatore”. 

Se quindi il parere su D’Alema si basa sulla condotta di Renzi – che scagiona l’uno e punta il dito sull’altro -, quello verso il Partito democratico, e di conseguenza i rapporti con esso, si gioca su una linea sottile, carica di contraddizioni. A cominciare dalle alleanze per le prossime regionali, nel Lazio e in Lombardia. Infatti, nella prima Giuseppe Conte ha scelto di rompere con il dem, mentre nella seconda l’accordo su Pierfrancesco Majorino appare vicino.

Di fronte a un tentativo di mettere in luce l’ambivalenza, però, il leader si difende segnalando una scelta di campo: nel Lazio non c’è stato “modo di ragionare con il Partito democratico”, mentre “ad altre latitudini” sì. I toni distesi s’interrompono però quando l’intervistatore gli chiede il suo parere nella partita tra Schlein e Bonaccini. Conte non si esprime nel merito e afferma: “Non farò come gli attuali vertici del Pd che hanno scelto di candidare alle elezioni chi ha provato a distruggere il M5s e la nostra linea di azione politica“. 

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