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L'affarismo è una malattia della sinistra. “Ma D'Alema non è come Renzi”, dice Bettini

“D’Alema si è dimesso da ogni incarico pubblico e svolge ruoli di consulenza con regolari contratti, Renzi è un capo di partito e senatore”, dice uno dei principlai teorici dem. Schlein o Bonaccini? “Non mi schiero. Pd confuso. Deve chiarire dove si colloca nel conflitto moderno”

Le responsabilità, ricorda Goffredo Bettini, sono sempre individuali. Ma c’è altro, molto altro, nello scandalo Qatar gate che travolge in questi giorni la sinistra. E cioè il fatto che il campo progressista, ormai da tempo, “è permeabile all’incursione dell’affarismo perché se si afflevolisce una critica rispetto al mito della ricchezza, del lusso, le difese si possono allentare”. L’esponente del Pd – che ha di recente pubblicato un libro di idee sulla sinistra, ma che Letta non ha ritenuto di inserire tra i saggi che riscriveranno il manifesto del partito – si dice “molto amareggiato” per lo stato in cui versa la sua area politica, per la vicenda di Bruxelles.

Intervistato da Repubblica, distingue tra chi è stato colto in flagrante, “con un mucchio di contanti in casa”.  Mentre altri, “come Cozzolino, allo stato attuale non sono neppure indagati, eppure sono finiti nei titoli dei giornali come malfattori. Aspettiamo il lavoro degli inquirenti”. Ma è indubbio, aggiunge Bettini, che esista  “un intreccio tra questione morale e questione democratica”.  Per questo il Pd, “che è ancora un partito sano, deve rimuovere ogni apologia dell’esistente, che premia il denaro”. 

Altrimenti – fa notare l’intervistatore – si finisce come Renzi e D’Alema? Due che del partito democratico sono stati leader, oltre a essere presidenti del consiglio, e che spesso riempiono le pagine dei giornali per viaggi d’affari, conferenze e attività molto simile a quelle portate avanti dalle lobby.  Ma per Bettini si tratta di “casi diversi, anche permessi dalla legge”: “D’Alema si è dimesso da ogni incarico pubblico e svolge ruoli di consulenza con regolari contratti, Renzi è un capo di partito e senatore“. Come a dire che il senatore di Italia viva rappresenti una sorta di bechmark dell’affarismo, Non proprio la più convincente delle difese. 

E in ogni caso, è anche per questo modo di fare, che accumuna interpreti molto diversi del progressismo, che il Pd si ritrova dentro l’ennesima crisi d’identità, chiamato a scegliere il nuovo segretario. Schlein o Bonaccini. “Non mi schiero”, dice Bettini, che vede Schlein più vicina alla sua crititca sul modello di sviluppo e il presidente dell’Emilia Romagna come “ottimo amministratore, con una radice storico-popolare che non mi è estranea”. Mentre per Cuperlo, per sinistra del partito, “che poteva esprimere una candidatura, temo si troppo tardi”. Si arriva così alla diagnosi:”La fase costituente mi pare un po’ stanca e confusa. Si discute una carta dei valori, che verrà definita dopo lo sviluppo delle piattaforme dei condidati. Una contraddizione non da poco”.

Un po’ come quella – e Bettini lo sottolinea – che vedrà il Pd andare con il M5s in Lombardia, dove conta poco, e da solo nel Lazio dove governavano insieme: “Rompere l’alleanza nel Lazio è stato irresponsabile”. Ma d’altra parte Conte è stato anche “contestato, insultato e disprezzato”. Come a dire qualche ragione ce l’ha pure lui, anche se adesso “può guadagnare voti ma indebolisce ogni alternativa alla destra”.

Dovrà pensarci la sinista e il Pd. E se quello del nome del partito “è l’ultimo dei problemi”, urge impegnarsi nel ritrovare l’identità senz acadere nella “demagogia populista”. Come? Chiarendo “come collocarsi nel conflitto moderno”. “Perché non è affatto vero che dopo l’89 c’è stata la fine della storia. Semmai l’inizio di un’altra storia, che ha disperso, svalutato, immiserito il lavoro. Anzi, i lavori. Se non si ricomincia da lì – conclude Bettini – non c’è la possibilità di una ripresa”. 

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