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La stagione dei rampanti: sta nascendo un nuovo modello tricolore?

In fila al supermercato, il giorno dopo la vittoria degli Azzurri a Wembley, intercetto un memorabile scambio di battute fra un cassiere di quelli proprio loquaci e una cliente pure votatissima alla chiacchiera (è in questi rituali che si conserva l’identità di un quartiere). Fin dalla prima battuta sento odore di perla di saggezza, così tendo l’orecchio e memorizzo (una delle mie occupazioni preferite è rubacchiare siparietti spontanei quando mi capita d’incrociarli andando in giro: un rubacchio che pratico sempre in modalità colposa, mai intenzionale, perché le storie non ti vengono incontro se esci di casa per cercarle).

Ecco di seguito il dialogo, che riporto nel modo più fedele possibile.

CASSIERE «Aòh, ce lo sai che m’ha detto stamattina un cliente?».

SIGNORA «E no che nu lo so. Mica m’hai mannato un messaggetto».

Il cassiere bypassa la battuta (non si capisce se per darle ragione o per non darle soddisfazione: amo questi mancati riscontri, queste omissioni ambigue che lasciano l’interlocutore nell’ignoto, inibendo l’interpretazione), e va a recitare il Verbo del saggio cliente che chissà poi se esiste.

CASSIERE «Da quanno c’avemo l’euri è ’a prima vorta che so’ contento de paga’ co’ l’euri».

Qui va in stallo (addirittura depone la pistola sospendendo la sparatoria sui codici a barre delle merci posate dalla signora sul tappetino rotante) e la guarda negli occhi annuendo ripetutamente per richiamarla a un momentaneo silenzio di meditazione.

Per un attimo, la fila va in pausa. Noialtri che veniamo dopo la signora ci freeziamo, e per un pelo non parte un coro di: “Oooh!”, europeissimi come ci sentiamo dalla sera precedente. E sì che, nell’arco di qualche ora, la vittoria dell’Italia ora ha scatenato una pandemia d’orgoglio nazionale a cui è impossibile restare immuni, tranne rare eccezioni, tra cui appunto la signora, che chiaramente non ha visto la partita e dunque non ha idea di cosa stia parlando il cassiere (o meglio, il cliente per bocca del cassiere). Allora che fa? Chiude a ciuffetto le dita della mano e gli offre un carciofo immaginario, agitandolo nello spazio aereo che li separa. «Ma che stai a di’?», è la battuta che lampeggia in sovraimpressione virtuale. Al che, come un cambio drastico di temperatura, si percepisce un moto collettivo che sa di blando rimprovero, dato che tutti vorremmo intervenire per aggiornare la signora sulla vittoria della Nazionale (anzi: sulla sconfitta dell’Inghilterra) e sollecitare in lei il rigurgito patriottico che ci ha avviluppati quasi come ai tempi indimenticati dei mondiali del 1982 (l’associazione fra Mattarella – presente nello stadio di Wembley – e Pertini al Santiago Bernabéu la sera della vittoria sulla Germania, è scattata di default all’ultima, spettacolare parata di Donnarumma). Da un punto imprecisato della fila, infatti, parte un: «A signò, se ’nformi: semo campioni d’Europaa!».

Ci voltiamo tutti alla ricerca del suggeritore (ma è impossibile: le voci delle file rimangono sempre senza faccia ed è inutile cercare di identificarle), mentre il cassiere solleva le braccia esibendosi in un altro gesto favolosamente ambiguo (non è chiaro se stia ringraziando il volontario per l’intervento chiarificatore o inneggi alla vittoria dell’Italia), quindi abbassa il capo, inchinandosi simbolicamente alla coppa (questa si capisce).

«Aah, ecco», fa la signora voltandosi anche lei verso la voce senza volto; quindi torna a rivolgersi al cassiere, interdetta (altro che «Ah, ecco»).

SIGNORA – «E che c’entra cor fatto de paga’ co’ l’euri?».

Il cassiere scuote paternalisticamente la testa, disarmato dall’ingenuità della domanda.

CASSIERE «Che se sentimo più europei, no? Anzi, semo i più europei de tutti, visto che ormai l’Europa aavemo vinta».

SIGNORA (perplessa) – «Ah».

A quel punto, così com’era iniziato, il dialogo termina bruscamente. La signora accetta la spiegazione anche se, con tutta evidenza, non la capisce (nel senso che non la coglie sul piano emotivo), ma la recepisce nella sua accezione dogmatica (perché i dogmi sono fatti anzitutto per chi non capisce), quindi paga la merce e si avvia verso l’uscita, con una lentezza nel passo che pare andare a tempo con i suoi tentativi di comprensione della frase appena ascoltata. La seguo con gli occhi e penso che probabilmente si sta interrogando sul concetto dell’aver vinto l’Europa, che ovviamente non ne ha nessuno ma accidenti se fa ridere.

Il fatto è che da un po’ l’Italia sta vivendo una stagione rampante. Si porta, come si dice comunemente. E siamo tutti un po’ vanitosi dei successi che riscuote, specie sul piano internazionale. Soprattutto sulla scena di quell’Europa così chiacchierata e spettegolata dalla politica degli ultimi anni (forse è questo che intendeva il cassiere parlando di vincere l’Europa, che detto così ricorda il Monopoli ma interpretando estensivamente il concetto demenziale potrebbe alludere alla conquista metaforica di una regione del mondo).

Capitano, i periodi di grazia. Un po’ a tutti. Anche alle persone comuni (per quelle però durano pochissimo, in pratica sono la versione psicologica del quarto d’ora warholiano, infatti c’è chi va ancora in analisi e chi a Lourdes, dalla fine improvvisa di quell’intervallo fatato). Quando capitano su vasta scala, generano un accredito d’interessi a cascata, come se un fondo d’investimento che non ha mai superato la sufficienza (con qualche buona, occasionale performance), quasi da un giorno all’altro iniziasse a produrre ricavi elevatissimi, e quella che sembrava una prestazione casuale si rivela il meritato raccolto di una semina ostinata, fiduciosa e paziente (il successo – quello meritato – è sempre un aver ragione in seguito), che grazie a una perfetta geometria delle circostanze riproduce i suoi successi in più campi.

L’Italia, da un po’, sta vivendo questa stagione. Va bene un po’ ovunque (okay, non è vero, ma per capirci). Di più: vince. E il mondo si riaccorge di lei, riscattando un popolo troppo a lungo gravato da una quota di sfiga autoimmune che ne ha sempre compromesso le potenzialità, unita a una tendenza masochistica alla svalutazione. Ed ecco che quando i Maneskin trionfano all’Eurovision Rock Contest (dopo aver vinto il festival di Sanremo con un pezzo per nulla sanremese), la Nazionale straccia l’Inghilterra agli Europei scrivendo un’implicita, involontaria recensione alla Brexit, e Matteo Berrettini arriva alla finale del torneo di Wimbledon (unico tennista italiano nella storia ad aver finora raggiunto un simile obiettivo), il risveglio identitario di un popolo orgoglioso e finalmente consapevole dei propri meriti, diventa il portato logico di un’affermazione sul campo (mai metafora fu più azzeccata). E se a questo aggiungiamo (ma così, en passant) che il presidente del Consiglio italiano è annoverato fra le personalità più stimate e influenti della scena politica attuale, già presidente (anche) della Bce e – soprattutto – fra i pochissimi politici al mondo che disertano i social (che bello), il quadretto dell’Italia leader d’Europa (quella che l’avrebbe vinta, per riprendere la perla comica del cassiere) diventa il curriculum da sbattere dispettosamente in faccia a chiunque abbia fatto l’errore di sottovalutarci. Rosicate, gente, rosicate. Tiè.


«Tiè», non inteso in accezione scaramantica ma nel suo senso infantilistico di rivalsa, di compiacimento maligno per qualcosa di spiacevole capitato ad altri, è l’interiezione che ben riassume lo stato d’animo procurato da una vittoria piena, soddisfacente e meritata, cioè oggettivamente riconosciuta (perché il merito vuole la maggioranza assoluta, è tale quando reprime sul nascere qualsiasi critica).

Non sono un fan dei Maneskin (anche se ho trovato bellissimo il loro live act al Song Contest: un’esplosione di giovinezza, talento, ambizione, armonia e arroganza dei corpi in scena), ma quando hanno vinto sono stato felice come una Pasqua. Non vedevo una partita di calcio (di cui nulla so e nulla capisco) non so neanche più da quanti anni, ma l’altra sera, che chissà perché m’è venuta voglia di vedere la finale degli europei, quando Donnarumma ha parato l’ultimo rigore sono saltato sulla poltrona e ho urlato un Vaffanculo a 200 watt (è quella la parola che accompagna un’esplosione di felicità). Ero entusiasta, avevo voglia di uscire e andare alla ricerca di estranei da abbracciare. Ho scaricato adrenalina per un buon quarto d’ora, tanto ero stato in apprensione durante i rigori. Il bello di questo tipo di gioia (che, da non tifoso, ho provato pochissime volte: l’ultima forse proprio alla vittoria dei Mondiali dell’82) è il sollievo, che, paradossalmente, ha una carica esplosiva fortissima. È bello, saltare dal sollievo. Forse è quella, l’emozione a cui aspira il tifoso.


Non so quanto durerà questa stagione vincente dell’Italia. Non sono affatto contento di pagare in euro, come diceva il saggio cliente del supermercato, perché penso ancora in lire, e patisco la sensazione del raddoppio dei prezzi. Non sono un tifoso. Non sono un amante della musica di questo tempo. Però sono contento. Per l’Italia, per Berrettini, per i Maneskin. Ho sofferto, come tanti, per la morte della Carrà, che nel lutto collettivo ha confermato l’importanza di una biografia artistica, anche quella italianissima (una Madonna ante litteram come lei, il mondo se la sogna, Madonna compresa). E nel riconoscere in me i sintomi di questa italianità compiaciuta e un po’ stupida (perché chiunque si compiaccia di sé è inevitabilmente stupido), penso a quanto avesse ragione (come al solito) Gaber, quando cantava: «Io non mi sento italiano / ma per fortuna o purtroppo lo sono».

 

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