Ottant’anni fa, il 2 dicembre 1942, in una palestra di squash sotto la tribuna dello stadio dell’università di Chicago, Enrico Fermi e la sua équipe ottenevano sotto controllo la prima reazione nucleare di fissione a catena. Le parole chiave sono qui: «a catena» e «sotto controllo». Quell’evento segnò l’inizio dell’era nucleare. Con la Seconda guerra mondiale in corso, le prime applicazioni ebbero carattere militare e portarono alla realizzazione delle due bombe atomiche che, nell’agosto del 1945, convinsero il Giappone alla resa.

Finita la guerra, grazie anche all’opera dello stesso Fermi, iniziò lo sviluppo dei reattori nucleari che dischiusero all’umanità la possibilità di utilizzare per scopi pacifici civili la nuova disponibilità di energia. L’Italia, uscita sconfitta e pressoché distrutta dalla guerra, atavicamente affamata di fonti energetiche che non possiede, costretta ad inviare minatori in Belgio per acquisire il carbone che le serviva, fu tra i primi Paesi a comprendere l’importanza dell’energia nucleare e ad intraprendere lo sviluppo di un programma nucleare per la produzione di energia elettrica. Così, alla prima iniziativa della Edison – il maggior produttore di elettricità dell’epoca – si affiancava subito l’iniziativa dello Stato, che entrava nel settore nucleare prima con l’intento di favorire l’iniziativa privata e poi, nel clima che precedette e seguì la nazionalizzazione dell’industria elettrica, con la ferma volontà di sostituirsi ad essa.

È una storia complessa, quella del nucleare in Italia, raccontata con competenza e dovizia di particolari da Ugo Spezia, ingegnere nucleare, dirigente industriale e saggista scientifico, autore di Italia nucleare: dalla Pila di Fermi al dissesto energetico pubblicato da 21mo Secolo. Il libro analizza a fondo le indecisioni che hanno caratterizzato la vicenda nucleare in Italia e hanno finito col penalizzare gravemente l’evoluzione del sistema energetico del Paese fino a portarlo all’attuale condizione di sofferenza economica: 90 miliardi di euro è la somma complessiva che nel 2022 l’Italia pagherà all’estero per l’importazione di fonti energetiche e di elettricità, mentre le famiglie e le imprese italiane pagano già da anni il chilowattora più caro del mondo.

I ripensamenti che hanno azzerato il sistema nucleare italiano, vanificando ingenti investimenti in tecnologia, know-how e capitale umano, sono dall’autore ripercorsi attraverso la cronistoria degli avvenimenti succedutisi dall’immediato dopoguerra ad oggi: l’avvio e lo sviluppo delle iniziative industriali, con la nascita del Cise (Centro informazioni studi esperienze) e la realizzazione delle prime tre centrali nucleari; la creazione del Cnrn (Comitato nazionale per le ricerche nucleari) e la progressiva dispersione degli obiettivi della ricerca; la nazionalizzazione dell’industria elettrica, la nascita dell’Enel e il «caso Ippolito».

Le corruttele legate al business del petrolio e i fallimenti della pianificazione energetica; la nascita e la crescita del movimento antinucleare; la demagogia e l’abdicazione della politica; la cancellazione dei programmi nucleari dopo gli eventi di Chernobyl e Fukushima – la cui narrazione mediatica ha sfidato e superato ogni decenza; il disinteresse politico e l’abbandono di ogni forma di governo efficace del settore elettrico.

Un insieme impressionante di errori che non condiziona l’opinione dell’autore favorevole al nucleare. Secondo Spezia, si tratta di esperienze dalle quali è indispensabile ripartire con consapevolezza per ricostruire su nuove basi l’equilibrio energetico del Paese, che al momento sembra essere compromesso.

Nicola Porro, Il Giornale 4 dicembre 2022

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