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La provocazione di Vogue: quando l’abito fa il leader

La provocazione di Vogue è azzardata ma geniale. Ecco perché. Il corsivo di Battista Falconi

Il servizio di Vogue che ritrae in copertina la signora Olena Zelenska e, nelle pagine interne, un servizio fotografico della coppia Zelensky ha generato sui media e sui social un dibattito accalorato. Anche a causa del clima estivo che, come sappiamo, incentiva il chiacchiericcio su argomenti che danno l’illusione di essere profondi pur proferendo delle assolute banalità, il classico mix alto-basso.

Chiariamo subito che non ci consideriamo in alcun modo esenti dal rischio del vaniloquio, speriamo però sia minimamente utile evidenziare alcuni aspetti tecnici della vicenda. Il primo è che l’autrice del servizio è Annie Leibovitz, forse la più grande, nota, glamour fotografa vivente e che il combinato disposto tra la statura artistica dell’autrice e la popolarità della rivista crea un prodotto che definire patinato è un eufemismo.

Andiamo con la mente, per esempio, agli scatti del 2019 e 2020 che avevano ritratto il ministro Luigi Di Maio con la presunta fidanzata in varie pose tra romantiche ed erotiche: abbracciati su un prato a scambiarsi coccole, immersi in acqua nel bel mezzo di un’ardita posizione sensual-sessuale… Nonostante le didascalie e i titoli parlassero, con sprezzo del ridicolo, di immagini “hot”, “bollenti”, e di protagonisti “pizzicati” e “paparazzati” nella loro “passione incontenibile”, le fotografie erano evidentissimamente posate e concordate, probabilmente al fine di sedare le voci sulla non meno presunta omosessualità del politico. Quegli scatti erano falsi in un modo sconcertante, dilettantistico, la loro affettata spontaneità da scatto “rubato” non reggeva nemmeno allo sguardo ingenuo di un bambino.

Volodimir Zelensky ha fatto una scelta del tutto diversa. Quella, per l’appunto, di un servizio strapatinato, in cui non c’è una sola piega dei capelli o delle arcate sopraccigliari che non sia perfettamente finalizzata a sortire l’effetto voluto, a colpire lo spettatore, a catturarlo, ad attirarlo. Sia nel bene, nella condivisione, nell’approvazione, nell’ammirazione; sia nel male, nella critica, nell’accusa. Luci, trucco, inquadrature sono perfetti. Non si può comunque restare indifferenti vedendo ritratto con sua moglie, sguardi intensi che puntano in camera, l’uomo in questo momento forse più famoso del mondo. Mentre il suo paese è in guerra.

Perché decidere di architettare un’operazione tanto raffinata da divenire chiaramente provocatoria? Che si sa benissimo sortirà un’audience altissima ma estremamente divisiva? Abbozziamo una risposta di carattere banalmente psicopolitico: perché la guerra in Ucraina è ovviamente, inevitabilmente divisiva. Ancorché la maggioranza delle opinioni pubbliche occidentali siano in favore della popolazione e del paese aggrediti, le sfumature di posizione non mancano, fino ad arrivare alla giustificazione dell’invasione russa. Per non parlare poi del mondo “altro”, dalla Cina alla Turchia, che dà di questa vicenda bellica una lettura diversa, o nessuna lettura.

Il messaggio che il presidente Zelensky lancia, in questo contesto e in questo modo, è che bisogna schierarsi comunque e sempre. La sua propaganda, sin dall’inizio del conflitto, è permanentemente tesa ad alzare l’asticella delle richieste di aiuto, di supporto, di solidalità, di alleanza con l’Ucraina contro l’orso di Mosca. In questo caso, con questa foto, l’asticella viene alzata notevolmente. Se si sta con Zelensky lo si deve appoggiare anche in questa occasione.

Ma c’era bisogno di lanciare una provocazione simile? L’appoggio riservato all’Ucraina è non è sufficiente? Sicuramente no, per una situazione bellica che non ha prospettive di conclusione a breve termine. La tensione emotiva sulla quale si basano gli accordi internazionali, le forniture di armi e il supporto finanziario deve essere continuamente animata e incentivata, soprattutto in un periodo come quello estivo, che tende a far calare l’attenzione sulle vicende politiche.

In questo senso la provocazione di Vogue è azzardata ma geniale, rispetto a qualunque altro metodo. Un leader politico “normale” avrebbe potuto cercare di ottenere un risultato analogo: per esempio, intrattenendo una serie di incontri con i leader, invitandoli nel proprio paese o andandoli a trovare a casa loro. Ma Zelensky, lo sappiamo bene, non è un leader politico qualsiasi, non è uno statista in senso stretto, è un attore.

La frequenza con la quale personaggi dello spettacolo hanno assunto la carica di guide politiche nazionali e internazionali non è elevatissima, lo show business è però una delle infinite vie attraverso le quali si può assurgere alle cariche di leadership, assieme a quelle dell’economia o della burocrazia statale. Certamente è in forte crisi, in particolare in Italia ma un po’ dappertutto, la via politica istituzionale, quella delle scuole di partito che ormai quasi non esistono più. Tra i canali di accesso e formazione alla politica alternativi, in parallelo con la crisi delle grandi pulsioni ideologiche che spingevano il consenso e il voto in una o nell’altra direzione, la comunicazione, lo spettacolo, il giornalismo acquisiscono però un vantaggio sempre maggiore. Se non si ha una posizione ferma, solida in una certa area si tende a oscillare in funzione dell’efficacia dei messaggi ricevuti, un processo non nuovissimo che con i social network ha ricevuto un’accelerazione decisa, e la tentazione di affidarsi al leader più convincente dal punto di vista mediatico e comunicativo si rafforza.

Gli esempi non mancano: da Berlusconi a Grillo, da Veltroni a Calenda, da Reagan a Schwarzenegger. Zelensky con la scelta di questo servizio su Vogue ha segnato un notevole salto in avanti nella tendenza alla politica-spettacolo. Ora il pubblico si divide tra favorevoli e contrari. Tra quanti ritengono giusto che il leader ucraino metta in mostra i propri bicipiti scolpiti discretamente, anche se su un fisico non proprio statuario, che metta in mostra l’avvenenza della sua signora, che nella foto più incriminata evidenzi la solidità che li unisce dal punto di vista privato e pubblico. È la conferma di quella capacità che il leader giallo-blu ha già ampiamente dimostrato nei suoi selfie, rendendo così iconica l’orribile t-shirt verde della quale si veste in qualunque occasione, ormai diventata una vera e propria divisa per tutti i suoi esponenti (peraltro di divisa si tratta, è una maglietta militare argutamente priva di qualunque insegna o grado). Non ci meraviglieremo se al prossimo carnevale vedremo delle maschere Zelensky nelle quali basterà per l’appunto indossare questa maglietta.

I suoi detrattori vedranno invece in questo servizio in modo altrettanto inevitabile una diversa conferma, l’ulteriore prova della vacuità di questo personaggio che – va ricordato – prima della guerra e dell’invasione russa i suoi stessi connazionali non consideravano certo un genio o un gigante, come statista. Dopo Vogue gli avversari di Zelensky lo relegheranno ancora di più nel ruolo di buffone, di marionetta facilmente manovrata dai poteri forti internazionali che, Joe Biden in testa, hanno voluto questo conflitto “provocando” la Russia. E Putin, con la sua sobria eleganza, gli abiti formalmente perfetti ma sempre un po’ fuori taglia, con i quali sembra voler rivangare i suoi trascorsi da capo del Kgb.

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