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La moneta di Meloni, secondo Fazzolari e Filini

Non è una gaffe. Dietro l’attacco a Bankitalia c’è la cultura della destra complottista, quella dei minibot e del Franco Cfa, quella che ritiene Ezra Pound non un poeta ma un geniale economista e che preferisce Giacinto Auriti a Mario Draghi

Non contento del figurone fatto il giorno precedente, dopo la parziale retromarcia di “fonti” di Palazzo Chigi, il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari è tornato sulle critiche alla misura della manovra che elimina le sanzioni per gli esercenti che non accettano pagamenti con il Pos fino a 60 euro: “Sono felice che sul tema della moneta elettronica si è ritrovata una totale coesione della sinistra-Pd, Sinistra italiana, M5s, commentatori, tutti finalmente uniti nella difesa della moneta bancaria”. 

 

Stavolta il braccio destro di Giorgia Meloni non ha citato esplicitamente la Banca d’Italia, che dopo le critiche in audizione aveva definito come “partecipata da banche private” e pertanto favorevole all’uso “di una moneta privata del circuito bancario”. Ma la ripetizione del concetto  indica che la sua insinuazione nei confronti della Banca d’Italia non era dal sen fuggita, ma una relze convinzione. Peraltro subito ribadita dall’on. Francesco Filini, che è il responsabile del Centro studi di FdI: “Scontata presa di posizione di Bankitalia contro la liberalizzazione del Pos: la moneta elettronica è una moneta privata che rappresenta un enorme giro d’affari per le banche. E’  ovvio che Bankitalia, entità partecipata dalle stesse banche, la sostenga”.

Perché quello è il retroterra culturale di FdI quando si parla di banche e moneta. Una scarsa conoscenza della materia che, unita alla vocazione “contro il mainstream”, sfocia nel complottismo su banche, “usura”, “signoraggio” e quant’altro. Un filone che nella destra postfascista italiana è ben rappresentato dall’incomprensibile equivoco che fa ritenere Ezra Pound non semplicemente un grande poeta, ma anche un geniale economista da prendere sul serio per le sue bizzarre teorie sulla moneta e sull’usura. Filini, che è un po’ l’esperto di FdI, è un seguace della cosiddetta “scuola auritiana”, che prende il nome da un professore di Teramo, Giacinto Auriti, che aveva elaborato una singolare idea della moneta, basata su una teoria del complotto sul signoraggio, e si era messo a stampare una sua moneta parallela in un paesino abruzzese prima che la Guardia di Finanza lo fermasse. Ebbene Filini, il capo del centro studi del principale partito di governo, è un tipo che sostiene che la “rivoluzione auritiana” abbia segnato uno “spartiacque della storia dell’umanità e della moneta” e quindi ora l’Italia si trova davanti a un bivio: scegliere la via di Mario Draghi e della Bce oppure scegliere quella di Auriti.

È questo miscuglio ideologico che si trova al fondo delle tante battaglie “sovraniste” degli ultimi anni sulla moneta: contro il Franco Cfa, indicato come lo strumento attraverso cui la Francia di Macron sfrutterebbe i popoli africani (“Questo si chiama Franco Cfa – diceva Meloni sventolando una banconota in tv –. È la moneta coloniale che la Francia stampa per 14 nazioni africane alle quali applica il signoraggio e in forza delle quali sfrutta le risorse di queste nazioni”); contro l’euro e la Bce, contro il Mes, a favore dei minibot, per l’uso dei Diritti speciali di prelievo del Fmi anziché il Recovery fund europeo, etc. Si tratta, peraltro, di una linea che si limita a inveire contro le banche private e le istituzioni finanziarie pubbliche nazionali e internazionali (“contro il mainstream”, in sintesi), ma senza alcuna coerenza. Anzi, è piena di contraddizioni.

Prendiamo ad esempio il mantra degli ultimi giorni degli esponenti di FdI secondo cui “la banconota è l’unica moneta a corso legale”. È una frase che non vuol dire quasi nulla, se non che secondo la Bce e i trattati europei l’accettazione delle banconote e delle monete è obbligatoria. In pratica, non è possibile un rifiuto di questi pagamenti (se non in ragione del principio di buona fede). Ma questo non c’entra nulla con le misure adottate dal governo. Potrebbe valere per il tetto all’uso del contante, ma il principio che possa esserci un limite lo condividono anche i fazzolariani visto che il governo fissa una soglia (sebbene più alta). Questo perché secondo le istituzioni europee sono ammessi dei limiti al pagamento in contanti per motivi di interesse pubblico, come ad esempio l’evasione fiscale o il riciclaggio. Non è un caso che la stessa Bce invocata dal governo abbia smesso di stampare banconote da 500 euro proprio per problemi legati al riciclaggio e sia aperta alla possibilità di porre limiti sui pagamenti (anche se non troppo bassi). Per quanto invece riguarda i pagamenti con il Pos, la questione è completamente inventata: perché non esiste alcuna proposta per imporre ai clienti l’uso delle carte al posto dei contanti sotto i 60 euro. C’è l’obbligo per l’esercente di accettare pagamenti con il Pos se i clienti lo chiedono. Il mantra sulla moneta “a corso legale” è però in contraddizione con i minibot, che Meloni voleva introdurre.

Il sospetto è che dopo gli attacchi di Fazzolari e Filini, il governo apra nuovi fronti con la Banca d’Italia. Nelle due legislature passate Meloni ha depositato, a sua prima firma, la stessa proposta di legge (l’ultima nel 2018 siglata da una decina di membri dell’attuale esecutivo) per la “nazionalizzazione” di Bankitalia: in sostanza si tratta di un mezzo esproprio, in aggiunta al quale Meloni prevede la sottrazione delle riserve auree alla Banca d’Italia (aprendo così un pesante scontro istituzionale con Via Nazionale ma anche con la Bce). È una linea che condivide con i No euro della Lega, Borghi e Bagnai. Per la formazione del governo Meloni aveva provato a uscire da questo fragile guscio ideologico, chiedendo collaborazione a esponenti di primo piano di quegli ambienti che ora il suo esecutivo attacca, ma tutti hanno declinato. E così alle prime difficoltà emergono i Fazzolari, i Filini e l’auritismo.

  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali

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