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La campagna di Repubblica contro Meloni nuocerà a Meloni?

Meloni

Obiettivi e boomerang dell’inchiesta a puntate di Repubblica su Giorgia Meloni. I Graffi di Damato

Forte, vi confesso, è la tentazione di seguire il manifesto nella caccia ironica agli “spostati” che a loro insaputa, o quasi, stanno agitando le ultime ore di preparazione delle liste elettorali, sorpresi dalle destinazioni loro assegnate dall’alto, spesso in territori che non hanno mai visto ma che dovranno rassegnarsi, nel migliore dei casi, a rappresentare fra le proteste di molti dei loro stessi elettori. Che ne subiscono l’arrivo come di intrusi, o intruse, per quanto di alta statura istituzionale. E’ il caso della presidente veneta del Senato Maria Elisabetta Casellati Alberti, che stavolta deve cercare di farsi eleggere in Basilicata. D’altronde, neppure fra i grillini, che fra le poche cose buone delle loro regole interne avevano l’obbligo di candidarsi nei luoghi di residenza, o al massimo di origine, sono stati capaci di resistere alla pratica disinvolta degli altri partiti. Che evidentemente li hanno contaminati anche in questo, come in molti lamentano prendendosela con Giuseppe Conte.

Persino Enrico Letta, da Pisa dove è nato, ha studiato, è cresciuto e si è fatto eleggere di recente alla Camera, e da Roma dove risiede e lavora ha preferito candidarsi a Vicenza e altrove. Forse di Roma non si fida, visto che più di un segretario nazionale o locale di partito qui contano personaggi da suburra come quelli immortalati da un video horror che ha appena provocato le dimissioni del potentissimo capo di gabinetto del Campidoglio e la rinuncia di un candidato che pretendeva a giugno di “comprarlo” in un ristorante della Ciociaria. Aveva ragione pochi anni fa l’allora ministra Marianna Madia, per niente Alice nel paese della meraviglie con la sua bellezza botticelliana, a dire: “A livello nazionale nel Pd ho visto piccole e mediocri filiere di potere. A livello locale, e parlo di Roma, facendo le primarie ho visto delle vere e proprie associazioni a delinquere”.

La tentazione, dicevo, di seguire la caccia del manifesto agli “spostati” è forte. Ma ancor più forte, scusatemi, è diventato alla fine il fastidio procuratomi dalla prima pagina di Repubblica con quel richiamo dell’ennesima puntata di una “inchiesta su M.”. M.come Mussolini, naturalmente, pur trattandosi più modestamente, per fortuna, di Meloni. Giorgia Meloni, così preoccupante per “la rete nera in Europa” che la sosterrebbe da meritarsi il lavoro d’indagine e di scrittura di ben sei giornalisti: Berizzi, Bonini, Lopapa, Mastrogiacomo, Pertici e Tonacci, nello stesso ordine alfabetico proposto dal loro quotidiano.

Premetto che non ho mai pensato di votare per Giorgia Meloni e i suoi “fratelli d’Italia”, neppure ora che godono dell’attenzione, della simpatia, dei consigli e quant’altro di un professore ed ex presidente del Senato che stimo moltissimo come Marcello Pera, giustamente stancatosi di attendere l’evoluzione promessagli da Matteo Salvini sgranando rosari e baciando medagliette e immagini di Madonne. Neppure ora che il vento sembra soffiare forte sulle vele dell’ex ministra di Silvio Berlusconi, arresosi pure lui col riconoscimento, appena ribadito al Tempo, di avere la necessaria “autorevolezza per fare il premier”. E -aggiungo- neppure dopo avere appreso dagli inquirenti di Repubblica sulla infanzia e sull’adolescenza della Meloni cose che mi hanno suscitato più tenerezza che scandalo o paura.

Io- ripeto- non voto la Meloni, per quanto l’amico ma neppure lui votante Gabriele Albertini abbia appena detto di aspettarsi da lei la nomina dell’eccellente Carlo Nordio a Guardasigilli, ma trovo francamente inaccettabile il ruolo di strega politica che, volente o nolente, le affibbia con tanto spreco di firme e di carta un giornale che, come Giuseppe Conte agli occhi di Goffredo Bettini sino a qualche mese fa, o tuttora, si ritiene il punto di riferimento più alto dei progressisti, intesi stavolta come lettori e non elettori.

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  • 21 Agosto 2022

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