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JLo prende il cognome del marito. E fa impazzire le femministe

Da sempre il mondo è un posto ingiusto dove c’è chi deve sbattersi per mettere insieme il pranzo con la cena e chi ha molto tempo da perdere. Fra chi ha molto tempo da perdere ci stanno: gli influencer, i politici, i giornalisti e le femministe. Queste ultime, in specie, sono sull’utero di guerra contro J-Lo, all’anagrafe Jennifer Lopez, aggiornata in Jennifer Affleck Lopez, ulteriormente updatata in Jennifer Lynn Affleck, come firma la sua newsletter globale da 121 milioni di iscritti (avete letto bene: due volte e passa la popolazione italica). Eh no, così non va, J-Lo: così è patriarcato cioè la dai vinta al potere maschile che continua a penalizzare le donne. Avevamo capito che uomini e donne, così come distinti, sopravvivevano, a stento, solo all’omonimo programma, tutto il resto era “costrutto sociale”. Solo che quando fa comodo, tornano le escandescenze del secolo scorso. Cioè siccome questa ha messo il cognome del neomarito accanto al suo, il pianeta è fottuto, stritolato nella tenaglia maschilista. In Italia è la solita Repubblica a farcene edotti con un pezzettino apparentemente distaccato, in realtà grondante, trasudante biasimo: un articolazzo che diventa irresistibilmente comico laddove riprende i ragionamenti, si fa molto per dire, delle femministe americane.

C’è ad esempio tale Jennifer Weiner, scrittora militanta, la quale trova che in un momento difficile per il femminismo in America la scelta di Jennifer Lopez è “particolarmente scoraggiante”; poi tira in ballo romanzi distopico-maschilisti, va beh, un’altra con insormontabili problematiche infantili. Tu le fai notare che la sua tesi del maschilismo tossico non regge se in America sua sponte l’80% delle donne si comporta, più modestamente, come J-Lo, e lei risponde: ecco visto? Perché c’è il maschilismo tossico. Cioè o ho ragione io o avete torto voi, se l’80% del mondo mi smentisce è segno certo che io non sbaglio mai. Suggeriamo a Travaglio di assoldare Weiner per il Fatto Quotidiano.

Poi arriva questa psicologa femminista, Rachel Robnett, che lascia sgocciolare stille di cazzate: “Sembra quella di Lopez una tradizione ma è in gioco il potere e il potere conta”. A Napoli dicono: cummannà è meglio che fottere, e se la sbrigano meglio. Alle femministe preme di avercelo più lungo, di conquistare il potere, questo sono settant’anni che l’abbiamo capito: però noi le supportiamo, le incoraggiamo ad insistere con simili estenuanti battaglie, sorrette da cotanta solidità di pensiero: c’è il caso che evaporino tutte, definitivamente, come meduse al sole.

Cioè questa qui prende venti, trenta milioni a film, gira con il jet personale, ha una newseletter da 121 milioni di seguaci, non sa dove investire i fantastilioni, non ha bisogno di nessuno e sarebbe una vittima-complice del patriarcato? Un pessimo esempio per il femminismo? Ma dove hanno la testa queste paladine del nulla, ma che gli dice il cervellino da gallina? “Ah, i nomi conferiscono identità”, ammonisce pensosa Repubblica. Ma chi l’avrebbe detto. Bisognava essere stati fondati e poi sfondati da Eugenio Scalfari, proprio. Sì, certo, i nomi proprio servono a quello, tu ti chiami Rubinetto, io Del Papa ma non è che sono di proprietà di Bergoglio: al limite i miei antenati, popolino, plebe, saranno stati della servitù papalina, del resto le Marche fermane furono le ultime ad uscire dallo Stato della Chiesa, roba maschilista, bianca, tossica: e allora? Per le femministe demenzialiste, che amano solo “il potere”, cioè loro stesse, è inammissibile che una sposa stampi il suo nome a fianco a quello del marito (pure lui un divo di Hollywood), se lo fa è una sconfitta del femminismo, cioè una loro, personale. Tempo da buttare, e, questa è l’unica ragione ancorché non detta, ingaggi che sfumano: ma come, noi predichiamo predichiamo e questa si permette di fare il contrario? Ma qui non ci ascolta più nessuno, facciamo la figura del piffero della Banda d’Affori.

“In un momento storico difficile per il femminismo”: te credo. E non ha ancora sentito tuonare Murgia, Boldrini e, a vario titolo, Luxuria; non l’hanno ancora informata che, se continua così, il Pd non intende più averci a che spartire. Che “Occhi di Tigre” Letta non ha gradito. Che la filosofa Michela San Marzano va in confusione erotico anagrafica. Che a Capalbio si stanno rodendo fegato e vacanze. Che ai Parioli perfino i cinghiali si sono incazzati. Che se per caso Meloni vince le elezioni, la colpa sarà anche sua, del suo irresponsabile atteggiamento anagrafico, della sua sudditanza a uno che guadagna milioni, come lei, però meno di lei.

Lei, J-Lo, sconvolta, è salita sul jet con Ben, si saranno fatti due saltimbocca in padella alla faccia del partiarcato e pure del matriarcato, sono sbarcati, sono andati nella suite e poi a fare shopping. Pare che lei abbia trovato su una bancarella della Rive Gauche una deliziosa magliettina da dedicare alla femministe che vivono un momento storico difficile, con sopra scritto a vivaci tinte pastello: SUCA.

Max Del Papa, 25 luglio 2022

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