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Iran, la protesta è donna: la libertà di espressione che fa paura alla Repubblica Islamica

Donne. Vita. Libertà“. La nuova rivoluzione in Iran è cominciata, e a portarla avanti sono proprio le donne. Intanto, nel pugno di ferro della repressione mira anche alla libertà d’espressione, con 20 giornalisti – tra cui la fotoreporter Yalda Moaiery (resa famosa da una foto delle proteste del novembre 2019) – arrestati dalle forze dell’ordine, mentre il dissenso popolare verso il governo di Ebrahim Raisi non accenna a fermarsi. Disordini e manifestazioni sono in atto da settimane nel Paese retto dall’Ayatollah, ma la situazione è degenerata dopo la morte della 22enne curda Mahsa Amini, arrestata dalla polizia morale semplicemente poiché indossava il velo in maniera “scorretta”. Secondo il gruppo fondato da esuli iraniani in Norvegia, Iran Human Rights, gli arresti sono più di 1200, mentre i manifestanti uccisi sono 76. La famiglia della ragazza ha deciso nel frattempo di presentare una denuncia contro gli “autori del suo arresto”.

Una manifestante tiene un cartello con l’immagine della 22enne Masha Amini, morta dopo l’arresto per aver indossato male il velo

La libertà d’espressione che spaventa il regime

L’associazione Reporter Senza Frontiere e l’organizzazione americana Committee to Protect Journalists hanno riportato il fermo di 20 giornalisti. Tra di essi figura, oltre alla citata Moaiery, Nilufar Hamedi che, rischiando anche la vita, ha visitato l’ospedale dove Mahsa Amini era in coma e ha contribuito ad allertare l’opinione pubblica mondiale sulla sua sorte. Mentre oltreoceano fa ancora parlare di sé il gesto Christiane Amanpour, che si è rifiutata di indossare il velo davanti al presidente Raisi, facendo sì che quest’ultimo rifiutasse l’intervista della Cnn.

Fermati anche numerosi attivisti e avvocati, tra cui Hossein Ronaghi, arrestato e ora in custodia nel carcere di Evin insieme ai propri legali. Per tentare di limitare la portata del dissenso, il governo ha aggiunto restrizioni all’uso di internet e in particolare di app di messaggistica e social. “Prendendo di mira i giornalisti dopo aver limitato l’accesso a WhatsApp e Instagram, le autorità iraniane stanno inviando un chiaro messaggio: non ci deve essere copertura delle proteste”, ha affermato Reporter senza Frontiere in un comunicato. Ma alla lista dei nemici politici del regime si aggiungono anche volti noti del mondo dell’intrattenimento e della cultura, come il regista Asghar Farhadi, reo di aver espresso la propria condanna delle violenze sui social.

Iran proteste Masha Amini
Fiori su un ritratto di Mahsa Amini durante una manifestazione a suo sostegno davanti all’ambasciata iraniana a Bruxelles, il 23 settembre 2022

Le Nazioni Unite hanno chiesto alle autorità iraniane di garantire il rilascio dei detenuti: “Molti iraniani sono stati uccisi, feriti e detenuti durante le proteste – ha affermato a Ginevra la portavoce dell’Alto commissario Onu per i diritti umani, Ravina Shamdasan –. Siamo molto preoccupati per la risposta violenta delle forze di sicurezza alle proteste e per l’apparente uso non necessario e sproporzionato della forza contro i manifestanti. Le armi da fuoco non devono mai essere usate per disperdere una manifestazione”. Shamdasan non si è fermata e ha tirato in causa gli stessi leader iraniani: “Sono preoccupata per i commenti di alcuni leader che diffamano i manifestanti e per l’interruzione dei servizi di comunicazione. Chiediamo alle autorità di ripristinare completamente l’accesso a internet”.

La rivoluzione femminile iraniana

Una donna iraniana tiene in mano un ciuffo dei suoi capelli, tagliati durante una protesta davanti al Consolato iraniano in seguito alla morte di Mahsa Amini, a Istanbul, il 26 settembre

L’elemento principale che caratterizza la protesta è il suo connotato chiaramente femminile. Dalla Rivoluzione Culturale attuata nel ’79 dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini, le donne hanno visto i loro diritti e le loro libertà assottigliarsi sempre di più. Lo slogan che viene dalle strade di Teheran è “Donne, vita, libertà“, con le giovani che sventolavano i loro hijab e li bruciavano davanti alla polizia. Tra le vittima della repressione, ha perso la vita domenica 25 settembre Hadith Najafi,  una ragazza di soli 20 anni divenuta celebre per un video in cui, senza il velo, raccoglieva i propri capelli in una coda. Alcuni sostengono che la ragazza del video non sia Najafi, ma la protesta ha già trovato in quel gesto un nuovo simbolo.

La risposta del regime e del mondo

Le autorità iraniane non sembrano però voler fare alcun passo indietro: “I rivoltosi dovrebbero sapere che la sicurezza del nostro Paese è la nostra linea rossa e la polizia la salvaguarderà, con tutti i mezzi” afferma il capo della polizia Hossein Ashtari, mentre il numero uno della giustizia iraniana, Gholamhossein Mohseni Ejei, ha avvertito che “la magistratura affronterà con decisione e con forza i mercenari nemici“. Il ministro degli Esteri, Hossein Amir Abdollahian, ha affermato che “in Iran c’è una piena democrazia”, negando la veridicità delle immagini diffuse sui social e sulle tv occidentali.

Migliaia di iraniani filo-regime partecipano a una manifestazione di massa contro le recenti proteste antigovernative in Iran, a Teheran

Unione europea e Stati Uniti stanno invece valutando nuove sanzioni contro l’Iran. Josep Borrell, alto rappresentante Ue per la Politica estera, ha condannato l’uso sproporzionato della forza da parte dell’Iran e ha affermato che tutte le opzioni saranno sul tavolo alla prossima riunione dei ministri degli Affari esteri dell’Unione prevista per il 17 ottobre. Questa ondata di manifestazioni, scontri, cortei e proteste è la più violenta degli ultimi tre anni e tra le maggiori dai tempi della fuga dello Scià di Persia. Tutto è iniziato a luglio, il 12 per la precisione, giornata nazionale dell’hijab, in cui alcune donne si sono rifiutate di onorare il velo tradizionale. Il governo Raisi ha risposto con fermezza approvando una legge che ne regolava l’obbligatorietà il 15 agosto, a seguito della quale ha deciso di utilizzare i sistemi di riconoscimento facciale attraverso le telecamere per punire le donne che non avessero rispettato la legge. Dal 2015, in Iran, il governo possiede i dati biometrici dei suoi cittadini-sudditi e quindi avrebbe avuto gioco facile.

Il leader Raisi, ultraconservatore, in passato presidente della Corte Suprema, gode dell’appoggio dell’ayatollah Khamenei e si è dedicato con fervore alla soppressione dei diritti delle donne, tralasciando altre questioni cardine per la vita del Paese, come i problemi infrastrutturali, economici e ambientali. Il cambiamento dell’Iran è, anche per questo, nelle mani delle donne. Anche perché chi non ha più niente, non ha niente da perdere.

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