il-modulo-d’alema:-quando-il-gregario-sgomita-per-fare-il-numero-uno

Il modulo D’Alema: quando il gregario sgomita per fare il numero uno

Forse è vero che nessuno vuole essere Robin, che a nessuno piace fare il numero due, neanche a quelli che ripetono sempre di voler rimanere un passo indietro, e forse a loro meno che a ogni altro. Quelli che non amano la luce dei riflettori, che stanno bene così come stanno, che preferiscono se li si nota di meno. Quelli che al ruolo di presidente del Consiglio, o magari anche di presidente della Repubblica, sinceramente, preferirebbero un bel posto da sottosegretario (probabilmente parenti stretti di quelli che alla finale di Champions league preferiscono un buon libro). Quelli che non ci pensano proprio a fare il leader – ma cosa andate mai a pensare – non se lo sognano neanche. Quelli che sono consapevoli dei propri limiti, o almeno così dicono. Quelli come Giancarlo Giorgetti, insomma.

Dopo mesi di punzecchiature, il colpo più duro al leader della Lega il ministro dello Sviluppo economico lo ha sferrato con le sue dichiarazioni consegnate al libro di Bruno Vespa, poi molto parzialmente e molto vagamente ritrattate. Una chiacchierata in cui il vicesegretario della Lega parla di sé in terza persona – un vezzo che dovrebbe subito insospettire – lasciando cadere frasi come: “Il problema non è Giorgetti, che una sua credibilità internazionale se l’era creata da tempo”. Ma soprattutto come quella su Matteo Salvini che non avrebbe ancora deciso quale linea seguire: “Matteo è abituato a essere un campione d’incassi nei film western. Io gli ho proposto di essere attore non protagonista in un film drammatico candidato agli Oscar. E’ difficile mettere nello stesso film Bud Spencer e Meryl Streep. E non so che cosa abbia deciso…”. Frase rivelatrice più di ogni altra, perché non vale solo per il governo, ma vale soprattutto per il partito, dove è chiarissimo chi sia l’attrice candidata agli oscar e chi il campione d’incassi da cinepanettone. Talmente chiaro che l’hanno capito tutti, e Giorgetti, dopo essere stato sottoposto a una sorta di processo interno, al quale comunque sembra essere sopravvissuto benissimo, ha dovuto fare una generica marcia indietro.

Forse ha ragione Cesare Cremonini. La verità è che nessuno vuole essere Robin. Nessuno vuole essere davvero il gregario, quello di cui i telecronisti diranno che ha fatto un oscuro lavoro. Tutti vogliono essere il capitano. Forse siamo così anche noi che ci raccontiamo il contrario: noi osservatori a distanza, noi consiglieri dietro le quinte, noi attori non protagonisti senza nemmeno la consolazione di una candidatura all’Oscar. Forse non ci sono eccezioni, solo ambizioni più o meno infondate. Forse nessuno vuole stare davvero un passo indietro, e proprio per questo, quelli che stanno un passo avanti, farebbero bene a guardarsi le spalle. Il fatto è che la posizione del vice, del numero due, del grande saggio o del grande stratega, quale che sia il suo ruolo ufficiale nelle gerarchie di partito, ha sempre avuto qualcosa di profondamente ambiguo. Un’ambiguità che è stata anche il suo fascino. Ed è stata pure, a seconda dei casi e dei momenti, il suo destino e la sua condanna.

C’è chi non è mai stato in grado di uscire davvero dalla parte, come certi caratteristi incapaci di liberarsi dai pregiudizi del pubblico, che potranno anche vincere l’Oscar come attore drammatico, magari accanto a Meryl Streep, ma per la strada i fan continueranno sempre a chieder loro la scena della scazzottata, o quella della partita di poker in “Continuavano a chiamarlo Trinità”, come Claudio Borghi, leghista della corrente “Altrimenti ci arrabbiamo”, ha suggerito a uno stupito intervistatore (Concetto Vecchio su Repubblica), dopo essersi affrettato a dichiarare che “Meryl Streep è di una noia mortale, un’attrice che piace al circo della sinistra”.

Del resto si sa che il pubblico italiano è estremamente conservatore, e anche nell’intrattenimento, anche quando vuole divertirsi o semplicemente distrarsi, non cerca e non vuole sapori troppo forti, ma scelte rassicuranti. Lo testimonia, anche più delle continue repliche di quell’assoluto capolavoro che è e rimane “Lo chiamavano Trinità”, l’intramontabile fortuna di “Don Matteo”. Difficilmente il pubblico perdona all’attore l’abbandono del ruolo cui si era abituato. Quelli ai quali è riuscito davvero il salto da personaggio comico, con i suoi tormentoni, i suoi cavalli di battaglia e le sue battute triviali, a pensoso e versatile interprete drammatico, non per caso, si contano sulle dita di una mano. Così a memoria, per dire, a me ne vengono in mente solamente tre: Roberto Benigni, Diego Abatantuono e Luigi Di Maio. Tutti gli altri sono rimasti quasi sempre inchiodati alla stessa parte, agli stessi schemi, agli stessi copioni. Nel cinema come nella politica, nella televisione come nella vita. 

In ogni caso, il ruolo del numero due che si appresta a diventare numero uno, dello stratega che tira le fila dietro le quinte, per impiccarci il leader che si è montato la testa e s’illude di poter fare a meno di lui, nella politica italiana è associato a un solo nome, senza discussioni. Quello di Massimo D’Alema. L’uomo che ha incarnato questa figura prima e più di ogni altro, per decenni, con minime variazioni a seconda della sua personale collocazione e dei momenti, sin dai tempi in cui c’erano ancora il Partito comunista italiano, il Muro di Berlino e la cortina di ferro.

La tesi non dovrebbe avere bisogno di dimostrazioni – basta aver letto un giornale negli ultimi quarant’anni – ma a beneficio dei lettori più giovani può essere comunque utile riportare l’indimenticabile intervista a Fabrizio Corona pubblicata su Libero il 10 luglio 2007, a proposito della sua dichiarata intenzione, sfortunatamente rimasta poi senza seguito, di entrare in politica (ogni stagione, evidentemente, ha i Fedez che si merita). Ricopio testualmente dall’articolo di Alessandra Menzani. Quali sono i suoi modelli politici? “Nessuno, non mi sono mai occupato di politica”. E perché ora lo fa? In quale momento ha partorito l’idea? “Questa settimana, ho capito che posso fare molto per gli altri. Metto la mia popolarità al servizio di chi soffre. Condivido i principi di Rifondazione socialista, quindi ho deciso di dare la mia adesione a questo partito. Per il bene del popolo”. In che ruolo? “Quello di leader. Giuseppe Graziani è il segretario, io sarò un po’ il D’Alema della situazione”.

 

La ragione per cui ho conservato per tanti anni il reperto è che considero questa intervista uno dei documenti più illuminanti ed esaustivi sulla politica italiana, ma anche sulla comunicazione, sulla cultura e sui processi di formazione delle nostre classi dirigenti. E se adesso pensate che stia scherzando, è perché, al contrario di me, non dovete leggervi libri di memorie e interviste intimiste di buona parte dei nostri aspiranti statisti, altrimenti avreste notato come in tutti o quasi tutti i racconti autobiografici dei politici più in vista della nuova generazione, da Matteo Renzi a Vincenzo Spadafora, da Rocco Casalino a Matteo Salvini, non manca mai un passaggio da cui si capisce che il bivio fondamentale del loro personale Bildungsroman è sempre quello: politica o televisione (di solito il lieto fine consiste nella scoperta che non si tratta affatto di scelte mutuamente esclusive). Da esperto uomo di spettacolo, Corona aveva dunque individuato per tempo la parte che più gli si confaceva, nel ridotto campionario di personaggi che animano la politica italiana. Da questo punto di vista, puramente funzionale, bisogna dire però che ad assumere il ruolo più simile a quello che fu di D’Alema – o perlomeno del suo personaggio giornalistico-letterario – non è stato né Corona né Giorgetti (troppo scoperto e al tempo stesso troppo modesto, distaccato, quasi simpatico). E’ stato Di Maio.

Non per niente è stato lui a incoronare Giuseppe Conte, insieme con Salvini, durante un surreale casting in un albergo romano, dallo stesso Di Maio ricordato nel suo libro con questa sintetica descrizione: “Al suo arrivo in hotel indossava una camicia, il primo bottone sbottonato, la sua abbronzatura era forte, decisa, molto estiva e gli conferiva un’aria spensierata. Veniva dal Circeo, o da Gaeta, non lo ricordo con esattezza”. Parole che avrebbero potuto uscire pari pari dalla penna di D’Alema, magari per descrivere Francesco Rutelli.
 

Di Maio, più di ogni altro, ha imparato col tempo l’arte sopraffina di stare sempre un passo avanti, fingendo di stare sempre un passo indietro. E infatti è stato lui, qualche settimana fa, ad annunciare l’ingresso del Movimento 5 stelle nel gruppo socialista al Parlamento europeo, costringendo Conte a una penosa precisazione sul fatto che quello del ministro degli Esteri non sarebbe stato un vero annuncio, perché i veri annunci li dà lui. “Sui Socialisti in Europa sono d’accordo con Di Maio, che ha dato atto di un percorso, non ha dato un annuncio”, ha detto a “Otto e mezzo” l’ex capo del governo. “Darò io l’annuncio quando si concretizzerà questo passaggio e quando matureranno tutte le condizioni, ma ci sono delle valutazioni in corso da tempo, abbiamo rafforzato la direzione progressista e i 5 stelle possono dare un contributo di originalità” (nel frattempo le condizioni si sono fatte un po’ meno mature nel gruppo del Pd, dove Enrico Letta non pare essere riuscito a convincere granché i suoi europarlamentari, ma c’è ancora tempo). In molti pensano ci fosse Di Maio anche dietro allo schiaffo che alla leadership di Conte è stato dato dal gruppo parlamentare del Senato, dove il capogruppo uscente, contiano, Ettore Licheri, dato da tutti per favorito, si è dovuto infine ritirare. Ed è sempre lui, Di Maio, a correggere Conte, ovviamente senza mai citarlo esplicitamente, ogni volta in cui fa un passo falso. Quindi molto spesso.

 

Il caso più clamoroso si è verificato all’indomani della caduta di Kabul, quando l’avvocato del popolo s’è improvvisato avvocato dei talebani, e ha dichiarato: “Dobbiamo coltivare un serrato dialogo col nuovo regime che appare, quantomeno a parole, da alcuni segnali che vanno tutti compresi, assumere un atteggiamento abbastanza distensivo”. A brevissima distanza, mentre si susseguivano le angoscianti notizie su rappresaglie, torture e giustizia sommaria provenienti dall’Afghanistan, Di Maio si affrettava a dichiarare: “E’ importante agire in maniera coordinata nei confronti dei talebani. Dobbiamo giudicarli dalle loro azioni, non dalle loro parole”. Praticamente una ramanzina in diretta. La scena si ripete quando Conte va in tv a dire che l’esito del G20 presieduto dall’Italia è “insoddisfacente” e Di Maio corre a spiegare che sono stati compiuti passi importantissimi. E ancora quando il leader del Movimento 5 stelle (inteso come Conte) affaccia l’ipotesi di mandare Mario Draghi al Quirinale, e di nuovo Di Maio si precipita in tv a spiegare che le elezioni anticipate – probabile conseguenza dell’ascesa di Draghi alla presidenza della Repubblica – sarebbero una iattura per l’Italia, un danno per le imprese e per l’economia nel suo complesso, un guaio per la campagna di vaccinazione e per la gestione dei fondi europei. Tutte affermazioni che hanno un fondamento e sono da molti condivise, tra le quali manca però quella che è forse la ragione decisiva. E cioè che il prolungarsi della legislatura significa per Conte altri due anni di questo trattamento. Un trattamento che sembra averlo già piuttosto fiaccato, dopo due mesi.

 

D’altra parte, così funzionano le cose a questo mondo, e mica solo in politica. In fondo, a non doversi preoccupare del proprio numero due è solo chi si circonda di zeri.

Related Posts

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *