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Il G20 straordinario sull’Afghanistan slitta a ottobre

Se non si scompone più di tanto, di fronte al sommarsi delle difficoltà, è perché lo aveva ben chiaro fin dall’inizio quanto fosse ambiziosa la sfida. Ché un conto è ritrovarsi a detenere la presidenza di turno del G20, un altro è utilizzarla per  risolvere una delle più controverse crisi diplomatiche del decennio. E così Mario Draghi sa che anche la telefonata con Xi Jinping, fissata per domani in tarda mattinata, sarà un passo avanti importante ma non necessariamente risolutivo, sulla strada che porta al meeting straordinario sulla crisi afghana. Che comunque avverrà, ormai è chiaro, da remoto, e che slitterà a inizio ottobre,  o comunque a dopo la chiusura  dell’Assemblea generale dell’Onu, prevista il 27 settembre.

 

Una ridefinizione dei programmi che s’è imposta alla luce della perdurante incertezza intorno ai destini dell’Afghanistan, e dei conseguenti tatticismi dei vari paesi coinvolti nel risiko. La Cina è stata sin dall’inizio la meno entusiasta, in tal senso. E un po’ per la necessità di comprendere gli sviluppi della crisi di Kabul e il tipo di influenza che potrà avere sul governo dei talebani, un po’ per aspettare le reazioni dei paesi partner dell’area dell’Asia centrale, ha addotto per settimane la stessa obiezione: e cioè che non può essere il G20, ovvero un forum dedicato a questioni prettamente economiche, il luogo di risoluzione di un garbuglio diplomatico.  E allora gli sherpa di Draghi, e su tutti il suo consigliere Luigi Mattiolo, hanno fatto il giro largo, convincendo non solo gli alleati storici del G7 sull’opportunità di un G20 straordinario, ma anche i paesi più vicini e più lontani all’orbita di Pechino. Di qui l’intesa col russo Putin, di qui il colloquio con l’indiano Modi. E’ così che si arrivati a smuovere, pare, le resistenze cinesi.

 

Solo che a quel punto, per una strana eterogenesi dei fini, si è finiti a dover gestire i contrapposti scetticismi americani, che temono che Xi, accettando di sedersi al tavolo del G20 per discutere di Afghanistan, pretenda una legittimazione come paese stabilizzatore dell’area, col riconoscimento di un ruolo che, se pure già svolto di fatto da Pechino, verrebbe a quel punto certificato a livello internazionale. Dall’America  nessuna preclusione reale, va detto, è stata posta all’idea del G20, e però si è notato che, come la mezza inconcludenza dell’ultimo Consiglio di sicurezza dell’Onu ha dimostrato, con la Cina di mezzo è difficile arrivare a trovare soluzioni incisive sulla questione afghana – soluzioni che non si trasformino in uno spot propagandistico pro-Pechino e anti-americano. Draghi, in ogni caso, non demorde. E anzi continua a mostrare ai suoi collaboratori la stessa confidenza, la stessa risolutezza sfoggiata in conferenza stampa venerdì: “Sì, certo che il G20 straordinario si farà”.

 

Non nella prima metà di settembre, però, come pure era stato inizialmente pensato. Si attenderà la discussione finale al Palazzo di vetro, dopo l’assemblea generale dell’Onu in programma tra il 21 e il 27 settembre. Doveva essere anche l’occasione per una visita di Draghi alla Casa Bianca, quella. Ora, con le restrizioni di nuovo crescenti per via del Covid, e l’invito dell’Onu a evitare spostamenti di grosse delegazioni, il tutto potrebbe svolgersi da remoto, e il bilaterale essere rimandato.

 

  E lo stesso vale per il G20 straordinario. Per il quale, a maggior ragione se organizzato a inizio ottobre, l’ipotesi solo vagamente ponderata di una discussione in presenza pare scartata. Ci sono problemi logistici, certo, legati a una doppia trasferta di venti capi di stato e di governo nel giro di poche settimane, visto che il 30 e 31 ottobre si svolgerà a Roma, e quello sì guardandosi tutti negli occhi, la sessione finale del G20 ordinario. E ci sono poi scrupoli personali. Perché proprio Xi, che si ritroverebbe a incontrare da pari a pari Joe Biden per la prima volta proprio in Italia, ultimamente ha mostrato prudenze che sconfinano quasi nella paranoia intorno al rischio di contagio da Covid, al punto da congelare negli ultimi tempi numerosi   incontri istituzionali. E dunque potrebbe alla fine decidere di inviare il suo primo ministro Li Keqiang, a Roma, depotenziando il coinvolgimento della Cina all’incontro. Anche di queste complicazioni, dunque, Draghi deve tenere conto mentre pianifica il grande evento del G20 straordinario.  Che fosse difficile, del resto, lo ha sempre saputo.

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