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Il cinema unisce il mondo

Questo articolo è pubblicato sul numero 36 di Vanity Fair in edicola fino al 6 settembre 2022

Sono le storie piccole a fare più rumore, a superare i confini di lingua e cultura, perché nelle vicende semplici tutti gli esseri umani si riconoscono. Ne sono convinte le cinque donne – attrici, sceneggiatrici e registe del mondo arabo – impegnate a portare la loro versione della storia a un pubblico più ampio possibile. Per nessuna è stato facile superare pregiudizi e difficoltà, ma oggi sono fiere di aver aperto le porte al talento e alla creatività di molte altre donne, non solo nei rispettivi Paesi d’origine. Queste artiste saranno celebrate al gala a Palazzo Rocca a Venezia, il 2 settembre, organizzato da Vanity Fair e Red Sea International Film Festival durante la 79a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. «Onoriamo questi talenti brillanti che si stanno affermando nel mondo del cinema, combattono gli stereotipi e portano sullo schermo una nuova narrazione», sottolinea Mohammed Al Turki, Ceo di RSIFF.

Il Red Sea International Film Festival – RSIFF è una fondazione no profit, nata all’interno del Saudi Vision 2030, l’ambizioso programma di riforme che vuole sviluppare, tra gli aspetti, cultura, educazione e turismo in Arabia Saudita. Dopo 35 anni di totale divieto di frequentare i

cinema (i teatri sono stati riaperti nel 2018), l’obiettivo del RSIFF è diffondere la cultura cinematografica nel Paese, mentre il collegato Red Sea Fund sostiene finanziariamente la produzione e la promozione di film e documentari arabi e africani.

A Venezia il RSIFF è partner del progetto Final Cut in Venice, che vuole dare un aiuto concreto alla post- produzione di film provenienti dall’Africa, da Giordania, Iraq, Libano, Palestina e Siria. E ha anche finanziato cinque lungometraggi che saranno proiettati nella sezioni Orizzonti Extra e alle Giornate degli Autori. Storie appassionanti che vanno dall’amore impossibile di un giovane rifugiato a Beirut (Dirty, Difficult, Dangerous di Wissam Charaf) alle vicissitudini di due adolescenti durante la guerra civile siriana (Nezouh della regista Soudade Kaadan), fino a un grandioso dramma in costume sulla coraggiosa regina algerina Zaphira, ambientato nel 1516 (The Last Queen di Damien Ounouri e Adila Bendimerad).

L’appuntamento ufficiale per il cinema arabo è poi la seconda edizione del Red Sea International Film Festival a Gedda, città sul Mar Rosso in Arabia Saudita, dall’1 al 10 dicembre. L’anno scorso sono stati proiettati oltre cento lavori da 67 Paesi con una giuria presieduta da Giuseppe Tornatore. E la seconda edizione promette di essere interessante.

HEND SABRI

42 anni, attrice e produttrice tunisina

Con una laurea in legge e oltre 40 ruoli all’attivo, tra grande e piccolo schermo, è un volto noto in tutto il mondo arabo, in particolare in Tunisia, suo Paese d’origine, e in Egitto, sua casa di adozione. «Come donna recitare non è stato sempre un viaggio facile. Abbiamo percorso una lunga strada, ma c’è ancora molto da fare. Ho la stessa passione di quando ho debuttato a 14 anni e in futuro spero di vedere sempre più storie che riflettano la vita vera delle persone», ha dichiarato. Per cogliere tutta la versatilità di questa attrice impegnata – è anche ambasciatrice del World Food Programme delle Nazioni Unite – si può vedere su Netflix la serie Finding Ola, che racconta con ironia la seconda vita di una divorziata 40enne alle prese con un nuovo lavoro. Tra i titoli della sua prolifica carriera, citiamo Asmaa (2011), il primo film egiziano a rappresentare con empatia le vicende di una donna sieropositiva, e il drammatico Noura’s Dream (2019), nel quale la protagonista cerca di ricostruirsi una vita dopo l’arresto del marito. «Come filmmaker, produttrici o artiste, abbiamo il dovere di far sentire le persone rappresentate. In futuro spero di vedere più storie con vere donne arabe, perché più autentici e locali sono i racconti e più universali possono diventare».

KAOUTHER BEN HANIA

45 anni, regista e sceneggiatrice tunisina

Non si pone limiti come creatrice di storie: ora sta lavorando a un progetto di fantascienza

a tema intelligenza artificiale, mentre i due film per cui è celebre sono legati alla contemporaneità. L’uomo che vendette la sua pelle (2020) narra le vicende di un profugo siriano che cede per denaro la sua schiena a un artista e diventa così la sua opera d’arte vivente. Ispirato a una storia vera, è stato presentato proprio a Venezia e poi candidato agli Oscar come miglior film internazionale. A un altro caso di cronaca è dedicato il suo primo successo La bella e le bestie (2017): la vicenda ruota intorno a uno stupro commesso in Tunisia da alcuni poliziotti, che la vittima cerca di denunciare tra omertà dei colleghi e giudizi della gente. «Sono sempre stata affascinata dalla figura di Sherazade di Le mille e una notte», afferma la regista, «simbolicamente rappresenta proprio il potere di raccontare storie. Nel suo caso questo talento riesce a salvarla dalla morte per mano del marito, rapito dai suoi racconti». «Un film è come una maratona ad alto livello. Si prende anni della tua vita e non ti puoi preparare il giorno prima. Richiede disciplina e molto lavoro. Devi forgiare una tua visione del mondo ed essere in grado di dire qualcosa di interessante»

SUMAYA RIDA

33 anni, attrice dell’Arabia Saudita

Da piccola si divertiva a girare film casalinghi con i suoi fratelli, per poi costringere tutta la famiglia a guardarli. Dopo la laurea in marketing in Inghilterra e qualche anno come manager, ha realizzato che non era la sua strada. Oggi è considerata la rising star del cinema saudita, recita in arabo e inglese e ha, indubbiamente, il fascino per bucare il piccolo e il grande schermo. è divenuta popolare con Rashash (2021), serie thriller che ripercorre le vicende di un criminale degli anni ’80, per poi ritrovarsi perseguitata dal “cattivo” Billy Zane nel thriller psicologico Rupture (2021). Oggi si prepara al debutto da protagonista in Junoon (2022), un horror avventuroso ambientato tra l’Arabia Saudita e la California. «Credo fermamente che noi donne otterremo quel che meritiamo», dice l’attrice, «se prendiamo l’iniziativa, nuove opportunità emergeranno. Sono molto fiera di me stessa e dei miei sogni e l’unico modo per me di crescere è continuare ad affrontare nuove sfide».

«Donna significa vita. Immagina un mondo senza di noi, non è possibile! Siamo creature sacre. Diffondiamo amore, cura, passione e compassione per ognuno e ogni cosa che tocchiamo»

AHD KAMEL

41 anni, attrice e regista saudita

«Come donna araba è più facile per gli altri etichettarmi come oppressa o sottomessa, invece di capire la profonditИ e le sfumature della mia esperienza. Ora più che mai abbiamo bisogno di storie che raccontino la ricchezza di esperienze di questo mondo: solo attraverso punti di vista diversi possiamo capire cosa ci unisce come esseri umani». й nata a Gedda, ma si è trasferita da ragazza a New York per studiare cinema e recitazione. Dopo la regia di qualche cortometraggio, recita nel film La bicicletta verde (2012) di Haifaa al-Mansour (vedi profilo seguente). Oggi lavora in arabo e inglese e conta partecipazioni a produzioni della BBC (la mini serie poliziesca Collateral con Carey Mulligan) e un’altra serie drammatica, Honour, sull’omicidio d’onore di una ragazza da parte della sua famiglia. Il suo ultimo progetto su Prime Video è il film thriller La cena delle spie (2022) con Chris Pine e Thandiwe Newton.

«Non importa dove siamo nel mondo, tutti noi nasciamo, amiamo e proviamo tristezze e gioie. La nostra cultura e la nostra storia colorano le nostre esperienze, ma connettiamo a livello umano grazie alle storie».

HAIFAA AL-MANSOUR 

48 anni, regista e sceneggiatrice saudita

Ha iniziato ad amare il cinema da bambina, quando suo padre, un poeta saudita, procurava di nascosto i film per la famiglia durante gli anni in cui era ancora illegale. Dopo gli studi al Cairo e a Sydney, dieci anni fa si è guadagnata il titolo di prima regista saudita, tra applausi, all’estero, e critiche dai conservatori nel suo Paese. Oggi ama ancora ricordare la presentazione alla Mostra di Venezia del suo primo film, che ha scritto e diretto, La bicicletta verde (2012): la storia di una bambina che risparmia per comprarsi una bici contro il volere dei genitori e della società. La candidata ideale (2019) racconta sempre le vicende di una donna controcorrente, una dottoressa che si candida a un consiglio comunale di soli uomini. Così come Mary Shelley (2017): sotto la patina del dramma in costume, la storia della famosa scrittrice inglese – interpretata da Elle Fanning – è quella di una donna che lotta per ottenere il giusto riconoscimento e la meritata felicità. «All’inizio l’idea di diventare regista era stravagante, ma sentivo che

il mondo era curioso di ascoltare la nostra voce e che il cinema

del nostro Paese potesse emozionare anche il pubblico internazionale»

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