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Il bullismo in azienda esiste ed è meglio starci attenti

Credevate che il bullismo riguardasse solo la scuola e gli adolescenti? Sbagliavate: la violenza tra colleghi è un fenomeno molto diffuso nelle aziende italiane. E non c’è bisogno di scomodare Fantozzi, il ragioniere più famoso d’Italia alle prese con colleghi sadici e crudeli, che con la sua ironia tagliente ci spiegava in maniera grottesca una grande verità: nelle aziende, ecosistema sociale fatto di regole e convenzioni, esiste la violenza verbale e psicologica. 

Il bullismo tra colleghi esiste in un’azienda su 3. È il dato drammatico che emerge dall’indagine condotta dall’Aidp (Associazione Italiana per la Direzione del Personale) su circa 600 Direttori del personale e professionisti delle risorse umane. Violenze che si manifestano in diversi modi: dalle minacce tout court ai comportamenti che tendono ad escludere dalla vita sociale i colleghi attraverso pettegolezzi e illazioni.

Una casistica senza fine: c’è il collega che raccomanda ai nuovi arrivati di non prestare cose o soldi al vicino di scrivania perché non li restituirà mai, oppure lo mette alla berlina per difetti veri o presunti. Ma anche la semplice ironia sulle magagne professionali: “non è capace, meglio non chiedergli niente”. Il Workplace Bullying Institute (WBI)- organo statunitense nato per contrastare il fenomeno – lo definisce come un comportamento offensivo e reiterato nei confronti di uno o più individui (denominati “obiettivi”) che causa stress, danneggia il morale e provoca avversione e malumore. Un comportamento che danneggia le aziende stesse, perché è sempre bene ricordarlo: un dipendente felice, che lavora in un ambiente sano e collaborativo, è più produttivo.

La ricerca 

Un fenomeno tutt’altro che trascurabile con numeri preoccupanti, come emerge dall’indagine condotta dal Centro Ricerche dell’Aidp in collaborazione con l’Università Cattolica di Milano, molto meno chiacchierato e approfondito rispetto al mobbing “classico” o “verticale”, cioè delle violenze fisiche o psicologiche perpetrate dai datori di lavoro ai danni dei dipendenti e sottoposti. 

I ricercatori hanno chiesto a dirigenti e HR se nella propria azienda hanno avuto notizia, diretta o indiretta, di episodi devianti come abusi fisici o verbali, intimidazioni, riconducibili a fenomeni di mobbing orizzontale (quindi non da parte di superiori) o bullismo tra colleghi e oltre il 30% dei partecipanti all’indagine ha risposto di sì.

Bullismo in azienda: chi colpisce

Il risultato della diffusione significativa del bullismo in azienda si associa al dato rilevante della frequenza con sui si manifestano questi episodi: per oltre il 43% degli intervistati, infatti, si tratta di eventi ricorrenti e frequenti e nel 65% dei casi avvengono in presenza di altre persone o dipendenti. In generale questi episodi avvengono a prescindere da specifiche connotazioni come l’età, di genere o etnia, tuttavia è da sottolineare come il 40% delle vittime di bullismo in azienda sono donne e oltre il 23% giovani. Con percentuali minori si registrano atti di questo tipo verso le minoranze etniche (circa 7%), lavoratori diversamente abili (circa 5%), lavoratori con orientamento sessuale non ritenuto convenzionale (5,5%) e lavoratori con elevata anzianità (7,5%).  

Pettegolezzi e maltrattamenti: come si manifesta il bullismo in azienda

I pettegolezzi sono il modo più facile e meno rischioso per screditare un collega e magari indebolirlo come concorrente per una promozione: riguarda oltre il 50% dei casi. A seguire c’è l’esclusione e boicottaggio della persona coinvolta (oltre il 34%), svalutazione delle opinioni e critica continua (oltre 32%), svalutazione del lavoro svolto verso il management (31,5%), azioni aggressive verso i colleghi (oltre 23%) e invasione della privacy altrui (circa il 12%). Il 34% degli intervistati è stato testimone di aggressioni, ma, per fortuna, solo nel 4% dei casi sono emersi maltrattamenti o minacce.

C’è per fortuna un dato positivo: rispetto al passato dove si tendeva ad insabbiare il tutto per pudore o connivenza, per il 55% degli intervistati oggi prevale una maggiore tendenza a denunciare questi episodi. Nel 40% dei casi tali denunce avvengono tramite segnalazione alla direzione del personale, per l’11% attraverso il sistema di gestione delle segnalazioni (whistleblowing) e per circa il 9% tramite segnalazione alle rappresentanze sindacali. 

Matilde Marandola, Presidente Nazionale AIDP, non ha dubbi in merito: «Dai dati emersi dalla nostra indagine risulta chiaramente che il fenomeno del bullismo in azienda è molto diffuso. Uno spaccato patologico della vita in azienda che forse non pensavamo fosse così ampio. Probabilmente, data l’ampiezza e la natura del fenomeno, è necessario pensare ad un intervento normativo mirato che definisca una cornice di azione precisa e tendente a debellare definitivamente una pratica intollerabile e profondamente incivile».

Cosa fanno le aziende per arginare il fenomeno

In attesa che anche il legislatore attui campagne efficaci a contrastare il fenomeno, le aziende sono chiamate a vigilare e a incentivare misure preventive attraverso politiche capaci di incentivare politiche collaborative, magari attraverso l’istituzione di un psicologo aziendale, oppure, perché no, attivare il manager della felicità aziendale

Tra  le azioni più diffuse per contrastare e debellare il fenomeno, il 60% delle aziende ha deciso di correre ai ripari predisponendo strumenti di segnalazione anonima (sportelli di ascolto o whistleblowing) e di intervento attraverso un comitato con cui gestire segnalazioni di episodi di bullismo o mobbing orizzontale. Circa il 20% delle aziende intervistate ha previsto programmi di prevenzione del bullismo nei luoghi di lavoro tra cui la diffusione di un codice di comportamentale (oltre l’80%) e la formazione del personale sulle relazioni interpersonali.

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