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I funerali di Sassoli: dolore, spirito europeo e tanti pensieri sul Quirinale

Ore 11:46, piazza della Repubblica. Corteo di auto blu. Lancia Thema con bandierine della Spagna. E’ Pedro Sánchez . Friggono gli auricolari della sicurezza. Nervosismo: “E dai, e scendi. Pare de sta’ in Libano!”. Si aspetta “Parma-Roma”: il codice di Mario Draghi. Il premier spagnolo scende. Tocca al presidente del Consiglio – Parma-Roma – palesarsi qui davanti al picchetto militare che conduce alla basilica di Santa Maria degli Angeli. E’ la chiesa dove si sposavano i re e dove vanno in scena i funerali di stato. Come questo di David Sassoli. Il primo funerale europeo. Per i simboli: la bara avvolta nella bandiera “blu Ue”, monsignor Gallagher che apre la messa in inglese. Per i presenti: da una Maserati spunta Ursula von der Leyen, ormai format politico vivente; seguita da Charles Michel.  Per Roma è il primo grande evento, seppur di tristezza, dopo il G20. Ma in pieno centro sgangherato, niente Eur razionalista. Ecco Sergio Mattarella, intabarrato, perseguitato da forti suggestioni sul bis.  Alle 12 arriva il feretro di Sassoli. Tromba: giù coi fiati per il Silenzio. Voce dal picchetto: “Onore al presidente del Parlamento europeo”.  

In chiesa si entra con il green pass. Lungo le due navate ci sono la politica italiana ed europea. Tutta la Seconda Repubblica, la Prima è una rarità. A sinistra il governo con i ministri (mancano quelli della Lega, sono assenti Giorgia Meloni, Matteo Salvini e il Cav.). A destra autorità varie, amici di Sassoli. In prima fila la famiglia. I figli Giulio (“Ci diceva: ragazzi, giudizio”) e Livia (“Ci ha insegnato a non voltarsi davanti alle diseguaglianze”), e la moglie Sandra, l’amore scoppiato sui banchi di scuola. “Quando avevi capito tutto, e noi ci nascondevamo, mi dicevi che avevi avuto una bella vita che però stava finendo troppo presto. Senza di te sarà dura, ma come dicevi: nulla è impossibile”, lo ricorderà la compagna di una vita. 

Matteo Zuppi, il cardinale amico fin da quando erano ragazzi, ha rifiutato in questi giorni qualsiasi intervista per condensare tutto in questa omelia. In cui si ricorda quell’aria da eterno compagno di classe, il sorriso, il credente impetuoso, gli scout, don Milani, don Luigi Di Liegro, David Maria Turoldo, Giorgio La Pira e don Primo Mazzolari, la semplicità. E forse anche quella sana e inconsapevole libidine che salva l’uomo dallo stress e dall’Azione cattolica.

Una postazione Rai, sotto la colonna destra, è impegnata nella telecronaca. Lacrime. Sono i colleghi del primo amore: il giornalismo. Tanto Viale Mazzini. L’ad Carlo Fuortes (che si è appena visto votare contro il bilancio da Pd e M5s) è seduto a fianco alla presidente Rai Marinella Soldi, poi Monica Maggioni, direttrice del Tg1.   

 

Poco più in là, il generale Francesco Paolo Figliuolo con la sua penna bianca sul berretto da alpino. Dosi booster di pacificazione per tutti in questa chiesa. Nonostante tutto. 

Massimo D’Alema è seduto nella stessa fila di Romano Prodi: i due non si salutano (il Prof. poi parlotterà, invece, con Luigi Di Maio). Matteo Renzi, vicino al gonfalone di Firenze sulla navata destra, alla fine del funerale si intratterrà con Enrico Letta. C’è chi ironizza: è davvero sceso lo spirito di David. Sono esequie totalizzanti. Uniscono una certa idea di politica sotto il sorriso “dell’uomo di tutti”.

 

In questa chiesa quasi nessuno (ma i quasi sono importanti e pesano) sa immaginarsi un presidente della Repubblica diverso da quello che adesso sta in piedi per ricevere l’eucaristia. Dopo di lui toccherà a Mario Draghi, ma per ora si parla dell’ostia sacra. Dall’altare si danno indicazioni per evitare assembramenti durante la comunione, che riscuote un successo di gran lunga superiore rispetto a una messa normale. Ricordarselo: siamo nel solco del cattolicesimo democratico. Roberto Gualtieri prima di entrare, e di indossare la fascia tricolore, non sapeva se doveva togliersi il cappotto (“da protocollo come funziona?”). Di là gli altri sindaci, gli ex: Walter Veltroni e Francesco Rutelli. Lo spirito di Sassoli suggestiona fino ad arrivare a una specie di eulogia dei principi europei. L’Unione è qui dentro. Con lo spirito e il corpo, soprattutto.

E lo ricorda subito il dispositivo di sicurezza imponente. Agenti dei servizi segreti camminano avanti e indietro con misteriose valigette 24 ore. In caso di attentato, si aprono e diventano scudi. Qui dentro c’è lo stato in tutte le sue ramificazioni, civili e militari. Ma è pieno zeppo di giornalisti che parlottano di scenari e di Colle (“sarebbe stato un bravo presidente”). La bara di Sassoli è appoggiata a terra, su un tappeto: more nobilium. Si usa così per dire che si abbassa in morte chi è stato grande in vita. Lo sguardo si posa per un attimo sugli occhi velati di tristezza di Dario Franceschini, l’amico e il primo che convinse l’ex presidente del Parlamento europeo a candidarsi a Strasburgo. Qui si parlano tutte le lingue di Europa. Come spiegano le mascherine diplomatiche con bandierina dello stato di appartenenza (la presidente del Parlamento ceco si è fatta anche un selfie prima di entrare). Qui c’è la politica che alla fine pensa al Quirinale, a come uscire da questo intasamento. Ancora un’inquadratura sulla chioma folta e candida di Mattarella, poi su quella di Draghi. Gianni Letta, che conosce il valore simbolico dei funerali e soprattutto a Roma, appena la cerimonia finisce si ferma a parlare con Maurizio Gasparri. E si sfoga: “Hanno usato la mia frase innocente sul clima di condivisione come un siluro contro Silvio: incredibile”. Fra poco inizierà il vertice a Villa Grande. “Sto andando su, ma ti pare Maurizio, che si affidano certe operazioni a Sgarbi! Che poi fa quelle interviste sui giornali: mi sembra un cacciatore di farfalle”, dice ancora Gianni Letta che prima di venire qui è stato avvistato a Palazzo Chigi, nelle stanze più importanti. Il feretro di Sassoli viaggia verso il cimitero di Sutri. Il sole batte sulla fontana zampillante delle Naiadi. I politici europei se ne vanno, quelli italiani si rimettono al lavoro.
 

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