giro-d’italia,-vincenzo-nibali-e-il-rebus-sulla-sua-condizione:-«il-tris?-ai-mondiali-ho-capito-di-star-bene»

La valigia sul letto è quella di un lungo viaggio. 3.497,9 chilometri dalla sua Sicilia a Milano, dove il 25 ottobre scenderà dalla bicicletta con i capelli un po’ più lunghi, i polmoni un po’ più asfittici e un altro romanzo intitolato Giro d’Italia, il nono della carriera, da raccontare la sera alla piccola Emma per farla addormentare. A quel punto, comunque sia finita, mancheranno appena venti giorni al 36esimo compleanno, una veneranda età per un ciclista.

Cosa si può chiedere di più a Vincenzo Nibali, il campione che dal 2010 (terzo nella corsa di Ivan Basso, pare un’altra era geologica) non scende dal podio e che da sabato, attraversando su due ruote la penisola con cinque mesi di ritardo sulla normale tabella di marcia, proverà a regalare un sorriso all’Italia alle prese con il virus? «Ecco, non chiedetemi troppo — sorride lui appena sbarcato a Palermo con gli uomini della Trek Segafredo (scelta interessante, da vero manager, di Luca Guercilena: tutti azzurri più l’olandese Weening e il francese Bernard) —. Questo Giro, per come ci arrivo e il periodo in cui si corre, è un vero rebus. Poi, lo sapete: non voglio mai deludere nessuno.

Nibali, che emozione sarà infilare le ghette e il caschetto affusolato da crono ai piedi del Duomo di Monreale, sabato, per far rotta su Palermo nella prima tappa del Giro numero 103?

«Un Giro che parte è sempre una cosa bella. L’anno è particolare, la stagione stranissima, la corsa piena di incognite. Per esempio: ci sarà pubblico?».

Compatibilmente con le norme anti Covid, difficile immaginarla scattare sull’Agnello o sui tornanti dello Stelvio (cima Coppi), nel silenzio.

«È vero che sulle salite entro in uno spazio tutto mio, dove mi isolo e penso solo all’azione. Ma l’energia della gente la senti, caspita. Ricordo l’arrivo del Tour 2014 a Sheffield: impressionante. O certe giornate decisive dei Giri che ho vinto, nel 2013 e nel 2016. Finita la tappa mi fischiavano le orecchie, come dopo una serata in discoteca. E non è che io ci sia andato spesso, in vita mia, in discoteca…».

Se non il tris, qual è l’obiettivo realistico di questo Giro?

«Non lo so nemmeno io! Fino a dieci giorni fa era tutto un punto interrogativo, poi al Mondiale di Imola mi sono sentito bene per la prima volta. Mi chiamo Vincenzo, ho un numero attaccato alla schiena (sarà il n.191 ndr), il risultato lo voglio portare a casa. L’esperienza mi insegna che ai grandi Giri sono sempre pronto».

Che altro resta da dimostrare?

«L’importante è non avere rimpianti, dicono. Sì vabbé, ma se poi va male ti girano…».

Stagione complessa e impronosticabile: tornando indietro rifarebbe tutto?

«Come prendere una pistola e sparare nel buio: non sai dove va il colpo. Le gare di inizio stagione le abbiamo fatte ad agosto, senza sapere cosa ci aspettava. Ne parlavo l’altro giorno con Ulissi al Mondiale: è tutto scivolosissimo. Io, tra stop e ripartenze, sono rimasto fedele ai piani e mi sono programmato sul Giro. Certo ci arrivo un po’ spaesato».

Si aspetta l’outsider, il risultato a sorpresa, il coniglio nel cilindro?

«L’outsider si rischia sempre: vedi Carapaz l’anno scorso, nessuno se lo aspettava, ha corso in sordina e ha vinto. Vedi Pogacar al Tour: andava forte, okay, ma chi pensava al successo finale?».

Tadej Pogacar, re del Tour al primo arrembaggio, a 22 anni. Che ciclismo è diventato, Vincenzo?

«È un ciclismo diverso, che si sta evolvendo in fretta. Rispetto ai miei tempi, i giovani sono molto più preparati: hanno tutti il preparatore e il misuratore di potenza, lavorano con qualità inedita. Nei miei primi anni di professionismo ho fatto rodaggio ma non ho corso i grandi Giri, per affrontare la corsa rosa ho aspettato di avere 23 anni, crescendo e seguendo il giusto corso. Pogacar, Evenepoel sono già forti, strutturati. Così si accorciano i tempi e i giovani vincono subito ma…».

Ma?

«Mi chiedo: dureranno? Arriveranno a 36 anni in sella, come me? Pogacar che margini ha? Se ne ha, siamo davanti al nuovo Merckx».

Dove si vincerà o perderà il Giro 2020?

«Dappertutto e da nessuna parte. Una corsa a tappe si vince giorno per giorno. Devi stare bene tre settimane. Guarda Roglic al Tour: sembrava avesse già vinto e la penultima tappa l’ha fregato».

Correre a ottobre la preoccupa?

«Sì. Non amo il freddo».

Thomas, Yates, Fuglsang, Carapaz i rivali. E le sorprese?

«Spero negli italiani. Ciccone, tra i miei uomini. Il mio amico Ulissi. Masnada si metterà in mostra sicuramente».

67,4 km di crono: troppi?

«No, perché sono tre cronometro ben distribuite, belle ondulate come piace a me».

Cosa avrà sul comodino durante questo Giro d’Italia, Vincenzo?

«Il tablet per chiamare casa con Facetime e un disegno di Emma, che mi manderà foto strada facendo».

E se il biennale con Trek non fosse l’ultimo contratto della carriera? Se Nibali rinnovasse altri due anni?

«L’età non è un limite mentalmente ma può diventarlo fisicamente: il recupero non è più quello dei vent’anni. Ne parlerò con mia moglie Rachele: è una decisione che prenderemo insieme».

L’inchiesta doping su Quintana al Tour, infine, che pensieri le sollecita?

«L’ho appreso dai giornali. Non so cosa ci sia di vero ma quando sento parlare di doping divento molto triste».

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