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Giorgia Meloni si “prende” Milano. Aneddoti, buonsenso. C'è aria di vittoria

La capitale del Nord la incorona, qui dove Grillo fu portato a spalle con il canotto, dove Salvini giurò sul Vangelo. Ora vuole prendersi tutto il Paese

Milano. L’on. Meloni sale sul palco alle 18.08, accolta da un tripudio di bandiere. Porta una gonna lunga e azzurrina che le arriva fino ai piedi e una camicetta bianca da donna. Come prende il microfono, tutti tacciono. I suoi l’hanno sistemata su un palco sotto l’Arengario – guardando la Madonnina, a destra. Le sue parole rimbombano in tutta la piazza, opportunamente propagate da alcune casse piazzate sotto la Galleria Vittorio Emanuele. Qualcuno si chiede come faccia a starci tutta quella voce in appena 163 centimetri.

Siamo in piazza Duomo e, a pensarci, vengono quasi i brividi. È una piazza di importanza simbolica immensa. La piazza dove vengono incoronati i leader in ascesa. La stessa piazza dove, nel marzo 2010, Beppe Grillo fu portato in trionfo su un canotto dai suoi sostenitori adoranti. La stessa piazza dove, nel maggio 2018, Matteo Salvini sventolò il rosario, citò Pier Paolo Pasolini e giurò sul Vangelo che avrebbe salvato l’Italia.

A sentir parlare la donna del momento, alla spicciolata, arrivano mille persone (stima ricavata dal numero delle sedie). Poi diventano duemila, poi forse tremila, poi onestamente perdiamo il conto. Vecchi militanti che già votavano Almirante. Lavoratori e professionisti. Ex comunisti convertiti. Molti giovani. Tale Filippo, 19 anni, romano, studente di ingegneria meccanica al Politecnico, ha pensato bene di unire il dilettevole al dilettevole e regge un cartello con la scritta «Genitore 1 cerca genitore 2» (fotografatissimo, i giornalisti se lo mangiano con gli occhi). C’è persino uno sparuto – e coraggiosissimo – gruppo di ragazze avvolte nella bandiera LGBTQIA+ venute a contestare la futura presidente del Consiglio. Quando quelle strillano, tensione sale, gli animi si scaldano, qualcuno teme la rissa. I nerboruti ragazzi del servizio d’ordine – poveretti – si devono in quattro per placare i militanti: «Non rispondete, per favore. Siamo tutti qui per ascoltare Giorgia».

Perché intanto, Giorgia sta parlando. Eccome. Cosa dice? Quello, bene o male, lo si sa. Oggi, forse, la cosa è interessante provare a osservare come lo dice. Già. Come parla l’on. Meloni?

La sua prima caratteristica è l’incazzatura. Benché Rosario Fiorello, che anni fa, quando lei era giovanissima, la assunse come baby-sitter per la figlia, assicura che sia simpaticissima, il suo tono sempre quello un filo rancoroso di chi ha subito una grave ingiustizia. Una posa? Forse. Di sicuro, sul palco, la Meloni non è mai lieve, non è mai spensierata. Non molla mai. Persino quando si concede una battuta – «Dicono che Fratelli d’Italia manca di un gruppo dirigente strutturato… effettivamente la Azzolina non ce l’ho!», grandissimo applauso – Giorgia sembra più arrabbiata che ironica.

La sua seconda caratteristica è la preparazione. Qui sta la differenza con Salvini. Lui forse è più bravo di lei, nei comizi, a dare fisicamente tutto sé stesso alla gente, a immergersi nella folla, a farsi amare, toccare e fotografare come un re taumaturgo. Ma la sua strategia retorica prevede di mischiare il buonsenso, agli aneddoti sui suoi anni in fanteria, alle battute sul Milan, ai milanesissimi «ciumbia!» esclamati quando ci stanno bene, a un certo qualunquismo («Non capisco come mai, con il mare più bello del mondo e le montagne più belle del mondo, la gente va in vacanza all’estero», «Bisognerebbe che i giovani sull’autobus lasciassero il posto alle signore anziane», e via così). La strategia della Meloni, invece, è di mischiare il buonsenso alla preparazione. L’impressione, sentendola, è la stessa che si provava al liceo quando una compagna arrivava all’interrogazione preparatissima e persino il professore più arcigno non poteva che darle 10. Per tre quarti d’ora buoni, arringa la folla parlando di temi complicatissimi: il cuneo fiscale, il rapporto tra tasso di produzione e tasso di occupazione, gli indicatori macro-economici. Ora, noi non sappiamo se le migliaia di persone arrivate qui in piazza Duomo per sentirla abbiano letto i retroscena degli ultimi giorni, secondo i quali l’on. Meloni sta conducendo continui colloqui con i dirigenti delle aziende pubbliche, con i più importanti banchieri italiani, con il presidente di Confindustria, con membri del consiglio di amministrazione della Bce, con Mario Draghi in persona.

Ma di sicuro i suoi elettori percepiscono la differenza tra discorsi del genere e quelli degli avversari, che tirano fuori le solite frasi trite e ritrite, e per rimontare si affidano ai tiktoker.

«Tutti dicono che abbiamo già vinto. Ma io so che niente è già scritto, il 25 settembre andiamo a votare!» grida ancora Giorgia, con la sua vociona. Ma lo sa benissimo: i pronostici sono tutti per lei. Qualcuno, peraltro, ha fatto notare una coincidenza davvero clamorosa. La data prevista per l’insediamento delle nuove Camere è il 13 ottobre. Considerando il tempo necessario per la costituzione dei gruppi parlamentari e per eleggere i nuovi presidenti di Camera e Senato, si calcola – in via non ufficiale – che Mattarella potrebbe iniziare le consultazioni il 25 ottobre. Questo significa che, per un curioso scherzo del Fato, il suo governo, di sicuro il più a destra degli ultimi sessant’anni, forse addirittura il più a destra della storia della Repubblica, potrebbe arrivare a insediarsi proprio il 28 ottobre 2022, giorno del Grande Centenario (o magari il 31 ottobre, a cento anni esatti dal giuramento del governo di quell’altro signore il cui cognome iniziava con la M).

Il comizio finisce per le 19, quando il sole è calato. Come da copione, i candidati del partito salgono sul palco – dalla nostra posizione riconosciamo Giulio Tremonti, Ignazio La Russa e Daniela Santanché. Parte Ma il cielo è sempre più blu di Rino Gaetano. Poi parte Fratelli d’Italia. Momento di commozione generale. Le bandiere sventolano per l’ultima volta. Una delle giovani contestatrici LGBTQIA+ si avvia verso casa e non può fare a meno, nel punto in cui Goffredo Mameli inserì le parole «L’Italia s’è desta», di gridare a squarciagola «L’Italia è fascista». Un elettore robusto, incazzato e con i Rayban squadra lei e le sue amiche con lo sguardo e le annichilisce con una parola: «Oche».

Ormai manca veramente pochissimo al 25 settembre. La vittoria è lì a un passo. E a guardarsi intorno, in piazza Duomo, lo si nota benissimo. I mille, duemila, tremila qui presenti – e chissà quanti altri in tutto il Paese – vi vanno incontro con una determinazione fredda, contenuta, ma tutta vibrante di segrete speranze. Mai come oggi sentono che il destino è nelle loro mani. E che esso sarà il capolavoro della loro invincibile volontà.

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