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Filippine, il figlio dell’ex dittatore Marcos vince le presidenziali. E la figlia dell’attuale presidente Duterte sarà sua vice

Schiacciante vittoria per Ferdinand Marcos junior, figlio del defunto dittatore delle Filippine, alle elezioni presidenziali. Il conteggio iniziale gli dà un enorme vantaggio rispetto allo sfidante più forte, la attuale vicepresidente Leni Robredo. Con oltre il 90 per cento delle schede scrutinate, Ferdinand “Bongbong” Marcos junior si è assicurato quasi 30 milioni di voti, più del doppio rispetto all’avvocatessa per i diritti umani Robredo. I risultati completi richiederanno settimane per essere certificati.

Arrivato al voto con trenta punti percentuali di vantaggio, il figlio del dittatore cacciato da una rivoluzione popolare nel 1986 ha più che doppiato i voti della sfidante. Per le Filippine, già reduci da sei anni sotto il controverso Rodrigo Duterte, è la conferma che la voglia di un ‘uomo forte’ è ormai dominante. Con un sistema elettorale in cui si vota per entrambi i leader con due schede diverse, è in enorme vantaggio per la vicepresidenza Sara Duterte (43 anni), figlia del presidente uscente che si è candidata assieme a Marcos: ha raccolto 18,6 milioni di voti, oltre il triplo rispetto al secondo nei conteggi provvisori. La tornata elettorale, in cui erano chiamati a votare 67 milioni di filippini, assegnerà anche metà dei seggi del Senato e oltre 300 nella Camera dei deputati, oltre ad autorità provinciali in tutto l’arcipelago.

Marcos, 64 anni, si avvia verso sei anni al potere in coabitazione con Sara Duterte. Il duo “BBM-Sara” è stato un rullo compressore di consensi dal momento in cui si è formato. Le due famiglie sono vicine ideologicamente, dominano rispettivamente nel nord e nel sud dell’arcipelago, e il presidente Duterte aveva già contribuito ad alimentare con toni nostalgici la memoria dell’ex dittatore Marcos. Ora è stato ripagato: il prossimo leader di Manila avrà anche la facoltà di ostruire i procedimenti giudiziari relativi alla “guerra alla droga” scatenata da Duterte, costata almeno 8mila morti.

Il programma di governo del duo Marcos e Duterte è volutamente vago: la campagna elettorale è stata improntata al concetto di “unità”, con slogan incentrati sul “far rialzare di nuovo i filippini” simili al “Make America Great Again” di Donald Trump. La dittatura del padre e della celebre madre Imelda è stata descritta come un periodo d’oro per lo sviluppo del Paese, screditando come fake news qualsiasi riferimento alle uccisioni di dissidenti o ai 10 miliardi di dollari che si stima i Marcos abbiano sottratto alle casse statali. Celebri influencer sui social media hanno fatto da grancassa ai già agguerriti sostenitori di Marcos, scatenando una campagna di disinformazione contro la Robredo, presa di mira in quanto sfidante principale ma anche perché nel 2016 sconfisse di poco Marcos nella corsa alla vicepresidenza, paradossalmente diventando la vice di un presidente a cui era ideologicamente opposta.

Il revisionismo, e la presa che ha su decine di milioni di filippini in un Paese dove l’età media è 26 anni, turba i superstiti delle violenze e i familiari delle vittime del regime di Marcos padre. Non è tanto il personaggio di BongBong – la cui carriera politica è iniziata a 23 anni nel feudo familiare di Ilocos Norte – a far temere per nuove violenze, quanto la sistematica riabilitazione di una macchia nella storia del Paese, combinata alla crescente aggressività dei sostenitori.

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