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Enrico Letta, il miglior alleato di Meloni (senza uno straccio di idee) – Max Del Papa

Enrico Letta avrebbe 55 anni ma ne dimostra (almeno) il doppio. Ricorda Fabris, quello di “Compagni di scuola”: ahò, m’arendo; chi dovresti da esse? Ma sono io, Letta. Un po’ scassato, un po’ superato, ma sono io. Solo che il crollo dell’ottavo grado della scala Mercalli non l’ha avuto da solo, lo ha trasmesso al partito. Con lui, il Pd ha vissuto la sua stagione più veterocomunista dai tempi di Togliatti all’hotel Lux: obblighi, divieti, censure, ortodossia, nessuna libertà, zero democrazia.

Letta passa per intellettuale, accademico, e lo sarà pure, ma, al netto delle agiografie su Wikipedia, non è che si scorga una grande storia politica e di pensiero: nipote di Gianni, ed è il suo merito maggiore, consigliere di Prodi, e difatti si videro i risultati, ministro ombra del Pd a suo tempo, e anche qui si videro, inesorabili, gli effetti, venne amabilmente silurato da Renzi, “stai sereno Enrico”, tornò sulla rive gauche, fu richiamato e prese la guida del partito: da ombra dal carisma inconsistente, si trasformò in un segretario ombroso, dentato, incomprensibilmente spocchioso. Spalmato sull’agenda Draghi, che poi sarebbe l’agenda Bruxelles, che poi sarebbe l’agenda Soros, i suoi orizzonti politici non cambiano: genderismo, ius di ogni tipo, solis, scholae, basta che entrino tutti, fu lui a varare la famigerata operazione Mare Nostrum che scaricò sulle coste europee, cioè in pratica italiane, centocinquantamila persone disperate in pochi mesi; subito sparpagliate e abbandonate al loro destino, perché la politica migratoria piddina è la seguente: dentro tutti e poi arrangiatevi. Letta afferma diritti, poi i doveri e le conseguenze non lo riguardano.

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Un misto di irresponsabilità, fatalismo e aspettativa miracolistica. Letta sfodera una ybris curiosa, dati i risultati, ma qui non siamo mica piddini per niente; fanatico delle tasse, che ama di un amore sensuale, gli basta sentire parole sussurrate come “patrimoniale” per innamorarsi a colpo di fulmine. Dopo alcuni anni di regime cavalcato senza vincere nessuna elezione, si presenta all’ennesima crisi che scoperchia la campagna elettorale con alcune idee immaginifiche: una patrimoniale (pensa un po’) per finanziare i diciottenni, quelli, in soldoni, che votano per la prima volta; nuove tasse per sostenere gli afflussi di migranti, che nella mente di Enrico devono essere sempre più cospicui, così poi li naturalizziamo e votano, ovvero ci votano; una smania di richiudere tutto ancora, col pretesto della sicurezza sanitaria, climatica, bellica, energetica. Roba fresca, moderna, proiettata nel futuro.

Alta accademia. Ha piazzato Gualtieri a Roma, con l’effetto di rendere retrospettivamente la predecessora Virginia Raggi una statista del calibro di Golda Meir. Il suo capolavoro tattico però è il campo largo, che si è subito rivelato un campo di Agramante: a forza di tirar dentro tutti, di dire di sì a tutti, sai che strategia accademica, è andata a finire, e non poteva essere altrimenti, con l’eruttare di faide, gelosie, spiate, ricatti, carognate, nella più pura tradizione comunista. Letta, imperturbabile, arrota la dentatura e prosegue “per non fare vincere le destre”. Come a dire: non ho uno straccio di idea, non so dove andare a parare, così parlo di quegli altri.

Il campo largo, a forza di allargarlo, s’è strappato: Calenda, per questioni che sa solo lui, ha deciso che non gli conveniva e ha mollato lo statista pariolino per gli ultracompagni Fratojanni e Bonelli: gli occhi di tigre son diventati di batrace. C’è chi, dentro il partito, mormora: ma qui andiamo a scatafascio, qui crolliamo sotto il 10 percento. A Roma i mammasantissima Pd si scannano al grido “inginocchiati, ti sparo in bocca” e lui non sa dire una parola, in compenso si concentra su Giorgia Meloni che a 3 anni mangiava le liquirizie perché nere.

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Una comica infinita: il segretario piddino ha qualcosa di Buster Keaton, senza la grandezza di Buster Keaton: gaffeur di prim’ordine, ogni cosa che tocca la sfascia, ogni alleanza la scioglie, ogni proposito lo fa naufragare. Per far piazza pulita, ha candidato alcuni giovani burattini, di preferenza antisemiti; in Piemonte, la cocca di Di Maio, questa Castelli che insinuava sulla moralità delle piddine. Un trionfo della volontà di farsi male. C’è chi lo definisce il migliore alleato di Giorgia Meloni: questo è certo, resta da stabilire se involontariamente o meno. Di Letta, in Italia, si fatica a registrare posizioni, magisteri, obiettivi, forse li tiene tutti per quando va a Parigi; pertanto, riesce difficile criticarlo sui contenuti: sono più misteriosi di quelli che lasciarono i soldi nella cuccia del cane della Cirinnà.

Letta ricorda un po’ la celebre battuta di Churchill su Attlee: si fermò un’auto davanti al Nazareno, si aprì la portiera e non scese nessuno. Forte di un radioso avvenire dietro le spalle, fatto di sparate livello Superquark sull’intero scibile umano, dallo sport alla storia romana all’economia, è un bellicoso oppositore di Putin, oggi: ma molti lo ricordano quando, nel capoluogo giuliano, avvinghiato al Signore del Cremlino e strangolato in un cappottone sovietico con tanto di sciarpona rossa come la Rivoluzione d’Ottobre, si fece sfuggire dalla corona dentata un situazionista “Viva Trieste, Trieste libera!”.

Continua la gloriosa tradizione degli omarini, come li chiamava Montanelli, seduti sulla polverosa poltrona di segretario del partito comunista e suoi aggiornamenti. È andato cercando, come Diogene, candidati col lanternino: ha pescato il meglio del peggio, i virologi, vale a dire la categoria più detestata dagli italiani normali, dalla gente per bene, cioè quelli torturati per circa due anni dal regime a guida piddina. La sensazione è che, dal 26 settembre, saranno in molti a doversi cercare, se non un lavoro, un reddito di cittadinanza per sbarcare il lunario, e qualcuno farà il borsone per tornare a Parigi in pianta stabile. Forse all’ombra del Pont Neuf, come un perdente di Simenon.

Max Del Papa, 22 agosto 2022

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